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Il prezzo del razzismo e della violenza Opinion leader

I reati di discriminazione religiosa, etnica o di genere sono diffusi. Sono sia verbali che fisici. Violenti. Negli USA del presidente Obama irrompe il caso del vigilante George Zimmerman assolto nel processo per l'omicidio di un giovane ragazzo afro-americano. La protesta contro la decisione della Corte è propagata nelle piazze e nei luoghi di culto di mezza America. In Italia la protesta per le offese del leghista Calderoli nei confronti del Ministro Kyenge si diffonde sul web con petizioni e nel tribunale con l'intervento della magistratura. Anche in Israele, in queste ore, le politiche del governo nei confronti della minoranza beduina sono oggetto di forti critiche.

L'espulsione forzata di migliaia di persone ha provocato vibranti proteste. Indignazione diffusa anche per come l'esercito ha trattato un bambino palestinese di 5 anni che aveva lanciato delle pietre contro una macchina di coloni. Tirare pietre non è una bella cosa. Continuare ad occupare un altro popolo nemmeno. A Gerusalemme c'è stato recentemente un caso molto singolare e drammatico: è capitato di sparare ad un presunto terrorista palestinese e invece si è ucciso un inerme cittadino ebreo israeliano. E allora c'è da stupirsi, riflettere e ci sono molte spiegazioni plausibili da dare. In Medio Oriente il prezzo della violenza è sempre alto. Doron, questo il nome della vittima, venne ucciso alcune settimane fa nell'area prospiciente il muro del pianto dalle guardie che controllavano il sito religioso. È stato forse un banale errore, una tragica fatalità? Il colpo è partito accidentalmente?

Nulla di tutto questo. Doron è stato freddato con 10 proiettili. È stato ucciso perchè scambiato per un attentatore palestinese. L'uomo, ebreo quarantenne, aveva insospettito gli agenti urlando a voce alta in lingua araba. La frase comprensibile a chiunque anche a coloro che non parlano l'arabo era: Dio è grande, Allahu akbar. La frase ed un gesto di troppo hanno convinto l'agente ad intervenire con risolutezza bersagliandolo in pochi istanti. La paura avrebbe spinto, secondo le prime dichiarazioni rilasciate, l'agente ad estrarre la pistola e colpire. È mancata all'agente la possibilità di prendere la decisione giusta e la sua reazione emotiva, frutto di un approccio pregiudiziale nei confronti degli arabi, è stata la più logica, in termini di procedure di sicurezza focalizzante sulla discriminazione etnica, ma la meno fortunata. A questo punto sarà la giustizia a valutare il caso e decidere.

Comunque vada cresce il dubbio che Israele stia attraversando una crisi identitaria. Israele è un contenitore multiplo e multiuso. Contiene gente che accetta di vivere con un approccio comunitario. Gente comune. Gente che segue i dettami della religione. Gente che occupa illegalmente la terra di altri. Poveri e miliardari. Nel contenitore dai confini sfumati e dal muro imponente c'è spazio, come nel resto dei paesi occidentali, per la questione razziale. C'è il tema dei diritti degli arabi israeliani, dei beduini del Negev, degli ebrei di origine eritrea. Contiene anche l'immigrazione africana e quella dei paesi ex sovietici. Ci trovi i coloni che si espandono in Palestina e le associazioni israeliane che si battono per i diritti del popolo palestinese. C'è una destra maggioritaria e una sinistra deficitaria. C'è una nuova classe dirigente per il partito laburista. E un vecchio leader a capo della destra e del governo.

C'è fermento tra le file dei giovani, nella sinistra sionista e nei giovani arabi comunisti, tra gli antiproibizionisti e gli indignados: migliaia scesi di nuovo nelle strade di Tel Aviv, a due anni dalla grande protesta di piazza. In Israele, ma non solo, c'è una maggioranza di governo trasversale. Ciascuno alleato con una propria idea d'identità per il futuro d'Israele. In teoria non c'è possibilità di sintesi tra queste ideologie. In pratica per ragioni di tenuta della maggioranza è tenuto a provarci Netanyahu, per farlo dovrà riconsiderare la propria visione politica. E mutare il suo atteggiamento. Ha l'obbligo di compiere scelte importanti. Difendere la cultura laica e democratica o modulare uno stato teocratico. Lasciare spazio al razzismo o promuovere la coesione. Condividere ottime relazioni con l'Unione Europea o scegliere l'isolamento. Accettare amichevolmente un vicino o iniziare una nuova guerra. Tenere in vita questo governo per l'intero mandato o tornare alle urne al più presto. Israele 2013 tante domande in attesa di fatti.

Alfredo De Girolamo               Enrico Catassi

 

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