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Il Principe e il suo Re: due vite parallele con il finale tragico Spettacoli

Pontedera – L’hanno trovato morto in un ascensore. Poco prima, una chiamata al 911, il numero che negli Usa si compone per le emergenze. Un indirizzo comunicato all’operatore: 7801 Audubon Road, Chanhassen, Minnesota, Paisley Park Studios. Lo studio di registrazione-abitazione di Prince. Una richiesta di aiuto: c’è un uomo a terra, non respira. La corsa dell’ambulanza, i tentativi dei paramedici di rianimare il soggetto privo di conoscenza. Che era proprio Prince, il principe. Prince Rogers Nelson, il geniale cantautore e polistrumentista di Minneapolis, icona provocatoria e ribelle del pop, scomparso lo scorso giovedì a 57 anni. Un finale tragico simile a quello che, nel 2009, segnò l’improvvisa uscita di scena dell’artista che del pop è universalmente considerato il re: Michael Jackson.

Il 25 giugno di 7 anni fa, un copione analogo. L’indirizzo trasmesso al 911 era il 90077 di Carolwood Drive, Los Angeles, California; simili le parole, simile il tono (freddo come il marmo, almeno in apparenza): c’è un uomo che ha bisogno di aiuto, ha smesso di respirare. L’uomo era Michael Jackson, the King of Pop. Una morte da subito misteriosa, controversa: un giallo. L’autopsia, i referti, le testimonianze, le prove, i sospetti: un complesso caso giudiziario che si sarebbe trascinato per mesi, e di cui si sarebbe parlato per anni. Forse sarà così anche per Prince, la cui morte è diventata un giallo nell’esatto momento in cui il cuore della star ha smesso di battere.

 Ci ha pensato Tmz, il sito americano specializzato in gossip sulle celebrità che per primo ha dato la notizia della morte di Prince, a agitare immediatamente le acque. Sostenendo che lo scorso 15 aprile Prince Rogers Nelson era stato ricoverato d’urgenza nell’ospedale di Moline, Illinois, mentre tornava da un concerto ad Atlanta. Talmente d’urgenza che il suo aereo privato era stato costretto ad un atterraggio d’emergenza. “Una banale influenza”, aveva subito dichiarato il manager di Prince. Del tutto diversa la versione diffusa da Tmz: nessuna influenza, Prince, pochi giorni prima di morire, fu ricoverato per un’overdose di oppiacei. Avrebbe abusato di Percocet, un farmaco antidolorifico: acetaminofene e ossicodone. Un oppiaceo. Che, in quanto tale, può creare una dipendenza patologica.

Pare lo usasse da tempo, massicciamente: per sopportare meglio una pena all’anca che lo tormentava da anni, e che l’aveva convinto a farsi operare nel 2010. Poche ore fa, i primi responsi dell’autopsia eseguita da Angelique Quinn Strobl, il medico legale dell’ufficio del Midwest Medical Examiner che ha esaminato per quattro ore la salma del musicista, che ora verrà consegnata alla famiglia: “Nessuna lesione sul corpo, né segni che lascino pensare al suicidio”. Ma, per i dettagli, hanno comunicato le autorità ai cronisti, bisognerà aspettare parecchio, forse settimane.

Le cause del decesso rimangono sconosciute. Insomma un giallo, come spesso capita coi decessi improvvisi e prematuri delle star. A infittirne la trama, gli inevitabili misteri riguardanti l’eredità di mister Nelson: non si parla, prosaicamente, di grandi quantità di danaro o di proprietà contese tra famelici quanto ambiziosi eredi, ma, più romanzescamente, di una cassaforte zeppa di brani inediti: il forziere si troverebbe nella tenuta del cantante, conterrebbe migliaia di canzoni: il tesoro raccolto negli anni dall’inarrestabile creatività di una mente vulcanica.

Percocet. A uccidere Michael, invece, fu il Propofol. Dipendenza da antidolorifici: un altro tratto che accomuna il Re e il Principe, e il loro triste commiato dal palcoscenico del mondo. Erano nati lo stesso anno, il 1958. Così simili, così diversi. Splendide maestà di anni irripetibili, fenomeni commerciali da milioni di dischi venduti. Tra i pochissimi monarchi assoluti degli anni Ottanta, la decade in cui la carica innovativa del loro estro, abbigliato di splendide note e colori sgargianti, raggiunse le vette più alte. Prince e Jackson: una specie di derby che divise i fan come succede solo coi grandi campioni dello sport. Il primo più strumentista (alle sue chitarre elettriche, Prince sapeva strappare sonorità distorte che avevano la stessa lavica, irresistibile passionalità di quelle provenienti dagli amplificatori di Jimi Hendrix, di cui Prince è stato considerato uno dei più grandi eredi), il secondo più ballerino.

Ma stesse radici musicali, nere come la pelle della loro gente, innervate nelle voci che ruggivano nei dischi della Motown e della Stax, le case discografiche regine della musica “black” a partire dalla fine degli anni Cinquanta. Facce opposte di una stessa, fulgida medaglia: Prince più carnale e sexy, ammiccante con i suoi gesti peccaminosi da efebico macho, le cui labbra tirate a lucido sussurravano sovente, con magistrale lascivia, testi resi elettrici da immagini di sesso spinto; più improntato alla fratellanza, alla pace universale e ai buoni sentimenti Jackson, angelico e empireo anche quando i suoi passi di danza ritmavano audaci movenze pelviche. Entrambi affascinati dal cinema, dal desiderio di parlare di sé attraverso film semi-autobiografici. Jackson lo realizzò con “Moonwalker”, Prince con “Purple Rain”. Decisamente più riuscito il secondo, a conti fatti. Sia dal punto di vista della consistenza artistica che da quello dei premi vinti: la title-track “Purple Rain” permise a Prince di aggiudicarsi un meritatissimo Oscar (1985) per la migliore canzone.

Pioggia viola. “Non intendevo causarti nessun dispiacere, non intendevo causarti nessun dolore, volevo solo vederti ridere una volta, volevo solo vederti ridere nella pioggia viola”. Un amore tormentato – la biografia di Prince ne conobbe parecchi. Un brano leggendario impreziosito da un grandioso solo di chitarra eseguito dallo stesso cantautore, annoverabile tra i più dotati chitarristi elettrici degli ultimi decenni. Il giallo di questi giorni non conta, il viola è e resterà, grazie a quel capolavoro, il colore del Principe. A poche ore dalla notizia della sua morte, la Nasa ha fatto sapere che gli dedicherà una nebulosa viola. E, negli stessi momenti, potenti fari hanno colorato di viola l’I-35W Bridge, uno dei principali ponti di Minneapolis, la città che a Prince dette i natali. E, da San Francisco a Los Angeles, da New Orleans a Seattle, edifici e monumenti si sono vestiti delle tonalità purpuree di quella celebre pioggia, dietro i cui cangianti riflessi il cantautore era abituato a celare la propria privacy – pare la difendesse con maniacale ostinazione.

 Esuberante e camaleontico sul palco, irriducibilmente battagliero quando si trattava di difendere, soprattutto nei confronti delle major discografiche (epico il suo scontro con la Warner), la libertà delle proprie scelte artistiche; ma gentile e affabile lontano dalle luci della ribalta: così lo descrive – anche in queste ore, sui social – chi l’ha conosciuto. Un aneddoto che Katia, hostess toscana a lungo in servizio su voli transcontinentali, ha recentemente affidato a Facebook, conferma questa versione. «Un amico, un noto dj di Rds, emittente con cui la mia compagnia collaborava, mi ha raccontato che in un certo periodo si trovava a Los Angeles. Una sera decise di passare una serata in un pub. Il locale era affollato; lui, essendo arrivato presto, aveva trovato un tavolo libero. Si avvicinò un tipo, gli chiese se poteva sedersi con lui, visto che tutti gli altri tavoli erano occupati. Si accomodò, presentandosi come Rogers Nelson. I due presero a conversare. Ad un certo punto il mio amico dj gli disse: “Lei è il ritratto preciso di Prince”. Lui, sorridendo, rispose: “Mi chiamo Rogers, ma il mio nome d’arte è Prince”».

 

 

 

 

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