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Il Quartetto Ébène al Teatro della Pergola Spettacoli

Sabato 12 e domenica 13, per i concerti al Teatro della Pergola, gli Amici della Musica hanno proposto un doppio appuntamento straordinario. Protagonista il Quartetto Ébène, giovani francesi affermatisi nel panorama internazionale della musica da camera negli ultimi dieci anni. La formazione si presenta sotto un’etichetta che genera spesso diffidenza, e non di rado a ragione: quella del crossover o “contaminazione” fra la musica cosiddetta classica e altri ambiti, quali jazz, pop, musica per film. Ma il Quartetto Ébène suona davvero tutto con padronanza assoluta e autentica genialità.
Il primo concerto lo hanno dedicato a tre capisaldi del repertorio tradizionale: i quartetti soprannominati Le dissonanze di Mozart e Rosamunda di Schubert, più il primo quartetto di Čajkovskij. In questo programma, gli Ébène non hanno nulla da invidiare alle più prestigiose formazioni passate e presenti: le loro interpretazioni sono vive e piene di nuove intuizioni, anche se i brani sono tra i più frequentati di sempre, proprio come dev’essere. Vertice del concerto per freschezza e impatto comunicativo, nonostante un inizio tiepido, Mozart. Il canto popolare russo, che Čajkovskij inserisce nella sua composizione, pare quasi alludere al crossover atteso nel concerto successivo, come a ricordare un’epoca in cui i confini fra colto e popolare non si erano ancora irrigiditi.
A ogni modo la sera dopo, ai quattro si aggiungono il percussionista Richard Héry, per rendere più pieno il travestimento da jazz band, e l’ingegnere del suono Fabrice Planchat, che gestisce i difficili equilibri dell’amplificazione. La messinscena è completa: i compunti cameristi del giorno prima indossano jeans, bevono acqua in bottiglia, masticano chewing gum, applaudono gli assolo dei compagni, gigioneggiano e dialogano col pubblico. Ma il loro è jazz di totale e divertita serietà. Il violoncello diventa il basso, gli altri a volte imitano il timbro di un sax o di una chitarra elettrica, altre volte strizzano l’occhio al virtuosismo “classico” degli archi – old style, come l’hanno definito scherzosamente -, ogni tanto imbracciano violini e viole come chitarre. Improvvisano con gran gusto e invenzioni timbriche affascinanti (notevole in questo il contributo del percussionista). I loro arrangiamenti a volte ripropongono tecniche e sonorità dell’avanguardia “colta”, come in Come together dei Beatles o Libertango di Piazzolla. Il programma ha spaziato dai tradizionali standard jazz (Wayne Shorter, Miles Davis) a smaglianti versioni di celebri musiche da film: Smile da Tempi moderni, Calling you da Bagdad Café, e il famosissimo brano d’apertura di Pulp fiction (Misirlou Twist). Due esilaranti bis, coi quartettisti anche cantanti, per accontentare il pubblico entusiasta: Il mio amore un dì verrà da Biancaneve di Walt Disney e Streets of Philadelphia di Bruce Springsteen. L’espressione “all’altezza dei tempi”, con questi musicisti, per una volta non è retorica.

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