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Il racconto di Gabriele Lavia: “Il grande attore cerca solo se stesso” Spettacoli

Firenze – “Avrei voluto lavorare alla Disney”. Il giovane Gabriele Lavia sognava di fare il disegnatore di fumetti da grande. Alcune volte l’ espressione artistica trova più di un canale per manifestarsi, e in ognuna di queste forme è la stessa idea che prende corpo. Qualunque strada avesse intrapreso, la sensibilità e i doni di Gabriele Lavia avrebbero trovato un loro sentiero per venir fuori.

Lo incontro al Teatro della Pergola, che fa parte della Fondazione Teatro della Toscana, di cui è consulente artistico e forma con Marco Giorgetti, il direttore generale, un sodalizio di acciaio, basato sulla profonda stima reciproca. Approfitto di una pausa pranzo per farmi raccontare un po’ di sé, mosso da una infantile curiosità nei confronti di chi ha saputo realizzare il suo talento, su come quando e perché abbia fatto questa strada.

D- Dove comincia la tua storia?

L- Mia madre da Catania era andata a Milano a trovare mio padre che, dal fronte di Albania, era stato mandato a Milano perché in Albania aveva contratto l’ameba: aveva passato una notte intera immerso in una palude….. Mia madre, che stava a Catania con gli altri due figli, partì armi e bagagli per Milano a trovare mio padre, che era ricoverato. Quando lo dimisero non fu rimandato al fronte, ma assegnato ai servizi sedentari, come si chiamavano allora quando si parlava in italiano. Appena uscito dall’ospedale, in crisi di astinenza dal sesso, mio padre, come un “addannato”, si gettò su mia madre: il risultato sono io, appunto nato a Milano.

Appena nacqui, o “nacquetti” come direbbe Totò, bombardarono Milano: allora mia madre, con tre figli, sfollò in un piccolo paesino lì vicino, e poi, finita la guerra, tornammo tutti in Sicilia, a Catania. Arrivarono gli americani…… mia madre ci diceva di non prendere mai il cioccolato degli americani perché era avvelenato: i siciliani non potevano capire che gli americani erano alleati, li avevano bombardati fino al giorno prima! Era difficile far capire a un siciliano che chi ti aveva bombardato era amico tuo, credo che mia madre non l’abbia mai capito…

D- Che famiglia era la tua?

L- Mio padre lavorava in banca, e mia madre lavorava in casa

D- si può dire che la tua era una famiglia borghese?

L- Sì, si può dire, ma stento a dirlo. Era una famiglia normale: quattro figli, i nonni che abitavano in casa…. Era più che altro una famiglia “tardo patriarcale”. Fra l’altro noi avevamo in casa una ragazza che era stata presa dalla strada, pulita, lavata e spidocchiata da mia madre: era come una sorella più grande, anche se oggi si chiamerebbe donna di servizio, ma non era la serva: aiutava in casa ed era trattata come una di famiglia. Si chiamava Pippa e noi eravamo pazzi di lei. Quando poi noi ci trasferimmo a Torino lei non venne con noi, rimase a Catania e si sposò con un “impiegato nella muratura”, come diceva lei per far capire che non era un semplice muratore

D- Quanti anni avevi quando hai lasciato Catania?

L- 12-13 anni, facevo le scuole medie

D- Sono anni importanti. Parlavi siciliano?

L- No. In casa mia si é sempre parlato un italiano perfetto. Mio padre ci teneva moltissimo: infatti ci prendevano per stranieri a Catania e per stranieri a Torino….. o come si diceva: forestieri.

D- quindi fu un trasferimento di lavoro di tuo padre all’origine del trasferimento a Torino

L- A mio padre dettero due possibilità: o Torino o New York. Dopo un mese di discussioni accese, per il bene dei figli, decise Torino

D- E tu cosa pensi di questa decisione?

L- Penso che mio padre fosse “folle”. Forse sarei stato un impiegato del Banco di Sicilia di New York, però starei a New York! E invece decisero per Torino …  “sai la lingua…. le scuole…..”. A Torino parlavano solo il torinese, a New York qualche siciliano si trovava !!!!!!

 

Il nipote di Rameau

D- Come ti sei trovato a Torino, trapiantato dalla Sicilia ?

L- Bene. I miei genitori non avevano una fede in Dio, erano agnostici negativi, nel senso che non credevano in Dio, però, per proteggerci da una città che loro ritenevano pericolosa rispetto a Catania, trovarono una soluzione che per noi era bizzarra: l’ oratorio salesiano!

D- Quindi hai avuto un’ educazione  cattolica?

L- Sì, scolastica, dai salesiani. Anche se mia madre si raccomandava sempre di dire che facevamo tutto: messa, confessione…. comunione…. anche se non era vero nulla!

D- Dai salesiani hai fatto le scuole medie e il liceo scientifico. Quando ti venne l’idea di fare l’attore?

L- Avevo amici e amiche, una delle quali era la mia fidanzatina, molto carina, e con loro andavamo sempre a teatro, ed io a un certo punto ho capito che volevo fare quel lavoro: mi piaceva quello che facevano quelli che stavano sopra. E LÌ HO SBAGLIATO  !

D- Questa è bella. Perché ?

L- Perché non è il paese giusto, l’Italia è un paese culturalmente molto arretrato. Io ho avuto molta fortuna, ma adesso il teatro è finito.

D- Come sei pessimista!

L- No ….. E’ un periodo. Risorgerà perché non può finire mai, per “statuto”. Il cinema invece è proprio morto. Ma per forza: è morto anche il telefono coi fili. Il cinema è un’innovazione tecnica: tutto il cinema è un grande impianto che si esaurisce. Ieri al cinema eravamo solo io e mia moglie….

D- Forse muore il cinematografo come luogo, ma i film saranno sempre fatti, non pensi?

L- Prima o poi scompare. Rimarrà il teatro ma sarà diverso, sarà in 3D, ci saranno gli ologrammi

D- Hai iniziato la tua carriera artistica col teatro o col cinema?

L- Veramente ho iniziato facendo i cartoni animati! Perché io disegno molto bene: volevo andare in America, alla Disney, avevo 17/18 anni. Non me la sono sentita, perché forse ero immaturo per la mia età. Ma un mio amico, che disegnava bene tanto quanto me, è andato alla Disney e lavora ancora lì.

 

L_uomo_la_bestia_la_virtu_Prof_Paolino

 

 

D- Quindi pensi che saresti stato più felice?

L- Sì, è la mia passione.  Ho fatto tantissimi disegni, ma non li conservo. Sarei potuto diventare un bravo pittore, ma il pittore ha bisogno di spazio, lo studio, la puzza di pennelli… Alla pittura ho dovuto dire no: dipingere vuol dire dipingere dieci ore al giorno

D- Però, finito il liceo, non sei andato all’Accademia di Belle Arti, come Dario Fo, ma hai fatto i provini per essere accettato all’Accademia di Arte Drammatica a Roma

L- Sì, volevo far l’attore. Poi fu Orazio Costa, al secondo anno dell’Accademia, che mi disse: “tu farai il regista”. Molti anni dopo, Strehler, quando feci il Re Lear con lui, mi diceva talvolta: “questa idea te la rubo, ma non dire che è un’idea tua, perché se non fossi qui non ti sarebbe mai venuta: tu hai avuto un’idea da regista!”

D- A questo punto hai cominciato a pensare alla regia, immagino

L- Dopo…. Ogni tanto Strehler  diceva:” …… fermi…… non vedete…… sta facendo la regia……” quasi con noia. Io cambiavo, facevo delle cose che sapevo gli sarebbero piaciute perché erano nella sua visione del teatro. Lo sapevo prima.

D- Hai appreso da Strehler l’importanza della disciplina

L- La disciplina é l’arte del discepolo: dobbiamo essere sempre in una condizione di apprendimento. É fondamentale

D- Torniamo all’Accademia: ti ricordi ancora che pezzi avevi portato per l’ammissione? Ti eri preparato da solo?

L- Da solo. Portai una scena del Gabbiano di Checov è una poesia di Leopardi, il Canto Notturno. E sono entrato, con una piccola borsa di studio, dormivo dalle monache…

 

Gabriele_Lavia.profondo rosso

D- Hai un debito di riconoscenza nei confronti dell’Accademia?

L- Sì, è stata importante, perché ho conosciuto una personalità come Orazio Costa. Tutto quello che sono come attore lo devo a Orazio Costa. Poi ho lavorato con Strehler, e tutto quello che sono come regista lo devo a lui.

D- Molti hanno iniziato col metodo Costa, poi se ne sono distaccati o l’hanno criticato

L- Orazio è morto troppo presto. Il suo metodo potrebbe essere interpretato in maniera confusiva, ma il metodo mimico deve essere staccato dalla sua figura, perché va portato avanti. Il discorso di Costa è un discorso che alla sua epoca poteva creare confusione, perché diventavi un imitatore suo. Credo che Orazio sia arrivato al punto centrale del problema dell’attore, ma non sia riuscito ad attraversarlo: intendo che sia rimasto legato a un’idea di uomo giudaico-cristiana, mentre il teatro nasce prima. Il suo concetto di corpo è un concetto che filosoficamente non può essere portato prima, ai greci, addirittura al preplatonismo: e invece è lì il mistero. Sta nella phϋsis, una cosa più complessa del corpo. Quelli che si sono staccati da Orazio Costa non sapevano nemmeno di che cosa stessero parlando

D- Tu, nel tuo lavoro di regista, hai cercato di oltrepassare questo punto?

L- Certo. Per esempio il mio metodo è un metodo molto diverso da quello di Costa. Il teatro non è connaturato con l’uomo, è il teatro che crea l’uomo! L’uomo riceve lo sguardo di Dio attraverso una parola che poi imiterà: questo nel mito giudaico-cristiano. Il teatro invece è dell’uomo, prima ancora del dio: solo i greci diventano uomini  prima del dio, che è così importante per loro che sono infiniti, non uno solo. Non basta un solo dio per dire tutto il dicibile, nel concetto greco gli dei sono gli sguardi dell’ente nella sua totalità. Siamo pieni di dei, anzi lo stesso oggetto ha diversi dei, diversi punti di vista…. Il teatro è pagano

D- La mia essenza dunque è data da chi mi guarda

L- Io non sono quello che sono, io sono il risultato di tutti gli sguardi che ho ricevuto nella mia vita. È questo é l’essenza del teatro, mentre nella tradizione giudaico-cristiana è lo sguardo di Dio che mi dà il senso di me. E questo ha una ripercussione nella recitazione.

D- Qual è stata la tua prima regia?

L- Otello, con la mia compagnia, a Milano, ospitato da Strehler, credo nel ’72

D- Com’è stata questa prima esperienza?

L- Una grande fatica. Ho tenuto presente i miei maestri

D- Sei cambiato come regista nel corso degli anni?

L- No, mai. Quello che ho imparato sono i trucchi. Oggi conosco veramente il problema, non dico che l’ho risolto, ma l’ho capito. Purtroppo la mia vita è alla fine, però se avessi ancora una vita davanti forse riuscirei a recitare e far recitare un po’ meglio

 

gabrielle lavia, marco giorgetti

D- Che tipo di rapporto costruisci coi tuoi attori?

L- Mi affeziono a tutti, e sono fondamentalmente disciplinato: sono una persona molto precisa, rompo i coglioni anche a casa. In ogni mia regia non c’è nemmeno un pelo che non sia predeterminato. Siccome adesso padroneggio meglio la tecnica registica, quando preparo uno spettacolo so gi dove vado a parare. So già tutto, ma non so se poi riuscirò a farlo. I problemi sono solo “tecnici”, ma nel suo senso profondo: cioè sapersi orientare, saper sentire ciò che si ha dentro e generarlo. La regia è essere dentro quel genere. In realtà il teatro non si sa cos’è: non è nulla,è un eccedenza che ci domina. Questa eccedenza è possibile raggiungerla solo attraverso una  “tecnica” nel senso greco, una teknè,  e per fare teknè c’è bisogno di generare, come si genera un figlio. Edipo re inizia con “ὦ tecna”, figli …..

D- L’attore deve dunque possedere la “tecnica” nel senso greco, una cosa difficile quasi impossibile

L- In Italia oggi ci saranno una decina di attori veri. E’ che molti non sanno che devono seguire un percorso per andare oltre, per attraversare.  Ma attraversare che? TE. Per trovare chi? LO STESSO. Il grande attore è SE STESSO. Vallo a trovare!

 

Foto 2 e 3: disegni di Gabriele Lavia

Foto 3: Gabriele Lavia in Profondo Rosso

Foto 4: Gabriele Lavia con Marco Giorgetti

 

 

 

 

 

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