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Il ritorno di Silvia: attacchi volgari e leciti interrogativi Opinion leader, Politica

Firenze – E’ possibile discutere rispettosamente di questioni delicate  come il rapimento e, adesso, il ritorno di Silvia Romano, senza farsi troppo condizionare dalle molte affermazioni sconsiderate (e, talora, dalle offese e minacce) che sono state pronunciate o scritte in proposito?  Premessa ineludibile è la considerazione  per il vissuto drammatico (e l’elaborazione psicologica) di una persona e di una famiglia.

La condizione del sequestrato è quella di chi si trova di fronte all’estremo. Di chi, nella notte, non sa se gli (o le) sarà consentito di essere in vita il giorno dopo. Conosco bene Giuliana Sgrena (e ricordo la grande veglia che organizzammo in Palazzo Vecchio durante il suo sequestro);  a «Testimonianze» è stato ospite Domenico Quirico (tenuto prigioniero per mesi, nel 2013, in Siria). Persone che portano nell’intimo i segni di un’esperienza-limite.

La cronaca si è occupata, tante volte, anche di sequestri privi di matrice politica. Come quelli dell’ Anonima Sarda. E il bel motivo di Fabrizio De André Hotel Supramonte trasfigura nella luce della poesia e con l’aiuto della melodia i mesi di prigionia suoi e di Dori Ghezzi. Una vita che si salva e che riemerge da un simile tunnel è, dunque, una stupenda notizia. Prima di tutto, va dunque sottolineato quanto è importante che Silvia sia tornata salva a casa. Un vero elemento di gioia. Un elemento a cui non fanno ombra  le contestazioni (talora espresse in termini volgari) per il (probabile) pagamento di un riscatto.

Quando c’è da salvare un cittadino o una cittadina italiana in pericolo va fatto di tutto perché possano tornare sani e salvi. Certo, è probabile che «i soldi  del riscatto» possano servire « per finanziare la Jihad»,  come dice il portavoce dell’organizzazione terroristica Al Shabaab, Ali Dehere, al giornalista di «Repubblica» Pietro Del Re. La via da percorrere, a volte, è stretta, e irta di contraddizioni, quando c’è una vita umana da salvare.

Sarebbe, in ogni caso, opportuno ringraziare il personale dei nostri servizi (spesso caratterizzati da grande professionalità e senso del dovere: si pensi al sacrificio estremo di Nicola Calipari, che fece scudo con il proprio corpo per proteggere dalle pallottole americane Giuliana Sgrena) per il lavoro svolto in questo senso. Strumentali, ingenerose (e ideologicamente connotate) appaiono anche le polemiche verso i cooperanti che si esporrebbero velleitariamente al rischio in situazioni pericolose, costringendo poi  lo Stato a correre ai ripari.

C’è, certo, nel caso di Silvia Romano, il tema del ritorno in quella forma all’aeroporto, e della «conversione». Qui (sia pure con delicatezza) qualche riflessione è forse opportuna. Ha un senso (sguaiatezze a parte) ragionare sulle particolari condizioni in cui tutto questo si è svolto (come sottolinea, se non sbaglio, lo stesso imam di Milano).

Come prescinderne? E’ un contesto che è magistralmente descritto da Domenico Quirico: «Conosco il rito dell’offerta della conversione per averlo vissuto. Comincia con una proposta gentile: quella di cambiare identità, di assumere un nome musulmano. Allucinante complessità del fanatico, Sconcertante impermeabilità di personaggi a doppio, triplo fondo. Non gli basta tenerti in pugno, barattarti per denaro.  Vogliono la tua resa, la tua anima» («La Stampa», 11 Maggio 2020).

Se è vera conversione (sia pure maturata in una simile situazione di costrizione), giova ripeterlo, non c’è, in ogni caso, che da prenderne laicamente atto. A volte, però, la realtà è più complessa di come non la si pensi.  Altra questione sarebbe, infatti  se  la scena del ritorno con il velo fosse stata pretesa e inclusa nel prezzo del rilascio da sequestratori e mediatori turchi.  Un’ipotesi non inverosimile. Se così fosse, va bene comunque, se questo era l’ unico modo per riportare Silvia a casa. Che è l’ elemento fondamentale.

Ma un qualche rilievo politico la cosa l’ avrebbe, considerato anche l’enorme ritorno mediatico che certe immagini hanno sicuramente avuto per il movimento politico (anche se ammantato di motivazioni religiose) dei sequestratori fondamentalisti. L’imprescindibile tema del dialogo interreligioso  e del rispetto massimo per una grande religione come quella islamica è tutt’altra cosa rispetto al rapporto con il fondamentalismo. Una distinzione che uno stato laico e democratico non può certo permettersi di non tener presente.

Sono considerazioni che si potranno riprendere con il tempo. L’ essenziale è che il clima che si è creato, con  la sacrosanta esultanza per il ritorno di Silvia (e il rispetto per il suo travaglio interiore), cui fa da stridente contrappunto la congerie di insensatezze e offese di cui la ragazza è stata fatta oggetto, non finisca per confinare nell’oblio, o anneghi nell’ambito di contrapposte posizioni polemiche, la ponderata riflessione su spinosi temi di carattere etico e politico che, al di là delle singole e dolorose vicende, sono la cifra stessa delle contraddizioni del nostro tempo della complessità.

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