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Il settore finanziario all’avvento del robo-advisor Economia, Opinion leader

Firenze – La notizia è andata in copertina dell’Economist: nell’ultimo mese, per la prima volta, gli investimenti su  titoli americani gestiti dal computer  (4,3 trilioni di dollari) hanno superato quelli operati dall’uomo. “Le macchine stanno prendendo il controllo dell’attività di investimento – commenta l’autorevole settimanale economico britannico – non solo dunque nel meccanismo del comprare o vendere azioni, ma anche nel monitorare la situazione economica e nell’allocazione dei capitali”.

Non è stata un a sorpresa per il settore finanziario investito dagli effetti dirompenti di una sempre più accentuata pressione competitiva, di politiche monetarie di bassi tassi di interesse e trasformato dalla rivoluzione digitale. La finanza, il denaro dopo tutto è misura e quantificazione, l’operazione più semplice per il livello sempre più sofisticato  degli algoritmi.

La vera grande novità è la meccanizzazione anche di due fattori fondamentali delle scelte finanziarie: l’analisi economica e l’elaborazione delle informazioni. Un altro passo avanti verso un mondo finanziario dominato dalle macchine?

I centri di ricerca cercano di cogliere i mutamenti in atto, sforzandosi di andare al di là della retorica delle previsioni e delle profezie: degli apocalittici che parlano di una disoccupazione di massa in arrivo perché tre quarti dei lavori saranno automatizzati; degli ottimisti che prefigurano la creazione quanto meno di altrettanti posti di lavoro diversi , proprio grazie alla rivoluzione digitale.

Una task force del Massachusetts Institute of Technology  ha pubblicato recentemente un rapporto nel quale prende una posizione mediana: La tecnologia si affianca agli esseri umani ma non si sostituisce e crea nuovo mestieri e. I robot, insomma, non espelleranno completamente i lavoratori nelle fabbriche.

In Italia ci ha pensato il consorzio Aaster , fondato e diretto da Aldo Bonomi , a fare un “carotaggio” nell’industria del credito e delle assicurazioni per cogliere gli aspetti  principali delle trasformazioni in corso. I risultati della ricerca, realizzata su incarico del sindacato Fisac-Cgil e compiuta attraverso interviste ai manager e ai lavoratori nel 2017, sono stati pubblicati dalla casa editrice Thedotcompany di Reggio Emilia a cura dello stesso Bonomi e dal ricercatore di Aaster Salvatore Cominu in un volume dal titolo “La neofabbrica finanziaria – Un’inchiesta sul lavoro”.

Il concetto di “neofabbrica” coglie perfettamente la fase di transizione che il settore finanziario sta attraversando, perché gli assetti produttivi (la fabbrica) sono “trasformati dalla simultanea innovazione delle tecnologie, dei modelli di business, dei contenuti dell’attività economica”.  E ancora: “I concetti stessi di valore, lavoro, impresa si sono trasformati e con essi i criteri che danno forma allo spirito dei tempi”.  La banca del futuro è dunque un cantiere aperto.

Tre sono i processi sotto osservazione: agli effetti  della digitalizzazione sul lavoro e alla metamorfosi industriale, si aggiunge un terzo focus d’attenzione che è quello della condizione sociale dei lavoratori della finanza che rappresentano una parte importante del ceto medio italiano. Lavorare in banca fino a pochi anni fa rappresentava un punto di arrivo nella scala sociale. “Il settore finanziario – scrivono gli autori – costituisce un luogo cruciale per l’osservazione dei grandi processi di trasformazione”, anche perché qui “il ridisegno delle relazioni fra offerta e domanda è più sensibile ai cambiamenti abilitati dalla digitalizzazione”.

L’obiettivo della ricerca è quello di fotografare non solo la situazione oggettiva delle aziende attraverso una serie di interviste ai manager, ma anche lo stato d’animo, l’auto-percezione e le aspettative dei lavoratori attraverso un campione di mille risposte a questionari inviati online.

Sono tre i processi che stanno modificando  in profondità il settore: le pressioni industriali, le pressioni regolative e l’impatto tecnologico. Le prime due hanno contribuito a spingere l’intermediazione finanziaria in una fase matura “dove si compete sul filo del rasoio con innovazioni incrementali e risparmio, efficienza, razionalizzazione, nel quadro di accresciute spinte concorrenziali e tendenze alla concentrazione”.

Il terzo ha completamente rivoluzionato i canali di relazione, i prodotti, i servizi  e i processi di produzione e organizzazione interna. Il che significa la richiesta da parte delle aziende di figure professionali dotate di nuove competenze, di flessibilità e di coinvolgimento da parte del personale: è in atto una tendenza all’astrazione, “una progressiva separazione del lavoratore finanziario dall’oggetto specifico del suo lavoro”.

Attenzione: “Molti degli scenari oggi proposti attendono una verifica; ogni innovazione implica sperimentazione, fallimenti, errori, cambi di direzione”. Non è detto perciò che si avvererà quello che prevedono i vari think tank internazionali anche perché le innovazioni si scontreranno con resistenze di carattere culturale.  Potrà accadere che i risparmiatori si rivolgeranno a un robot-advisor ma è assai improbabile che ciò avvenga in  tempi brevi.

Sulla questione cruciale dei livelli di occupazione colpiti dalla digitalizzazione, bisogna subito dire che il settore bancario tra il 2008, anno di inizio delle grandi crisi globali dei  mutui  subprime e dei debiti sovrani, e il 2015 ha subito una contrazione di circa 30mila addetti. Si prevede un numero di esuberi analogo o superiore nei prossimi anni. Nel settore assicurativo l’impatto è meno evidente.

L’introduzione di piattaforme e sistemi digitali sempre più efficaci sostituisce o elimina funzioni e ruoli finora tenuti dal personale, trasferendo molto del lavoro direttamente ai clienti, fruitori e utilizzatori.

Dal punto di vista delle trasformazioni all’interno dell’organizzazione aziendale, la risposta dei lavoratori è complessa e diversificata e si può sintetizzare con la formula “lavoro sulla difensiva”.

La maggioranza degli intervistati ritiene di aver subito un abbassamento della qualità del lavoro, denuncia perdita di autonomi e la pressione sulle performance e  l’evidenziarsi di “una nuova burocrazia digitale”: “L’idea per cui le tecnologie digitali assorbano le componenti più ripetitive e di basso contenuto cognitivo, lasciando al lavoratore gli aspetti più complessi o non replicabili, non trova conferma”, è scritto nella ricerca.

Nonostante l’ansia tecnologica che viene esplicitata dalla metà del campione intervistato, dovuta anche alla crisi del settore bancario e ai continui ridimensionamenti e tagli di personale, di fronte alla domanda sul grado di soddisfazione complessiva per il proprio lavoro le risposte non appaiono così negative: i soddisfatti (40%) superano gli insoddisfatti (32,6%).

Prevale un sentimento di realismo e, con questo, da una parte l’aspettativa che si proceda più rapidamente a coprire il gap tecnologico che le aziende denunciano rispetto ai concorrenti che si moltiplicano e provengono anche da altri settori, e dall’altra la richiesta pressante al sindacato e alle aziende di cicli di formazione per essere più in grado di dominare i processi produttivi nuovi a cui si è chiamati.

Interessante il fatto che il 69% dei rispondenti si considera tuttora appartenente alle classi medie, anche se una parte importante dei lavoratori finanziari “sembra percepire uno scivolamento verso i piani inferiori della gerarchia sociale”.

Si tratta di un punto essenziale che misura l’attuale stato psicologico della società italiana. Secondo sociologi come Giuseppe De Rita, la società italiana si è nuovamente ceto-medizzata, gli italiani, cioè, avrebbero in qualche modo superato la depressione sociale per le crisi e la perdita di ruolo e di reddito per  diventare “professionisti dell’incertezza”.

C’è infine un altro nodo critico che solleva la ricerca e che viene definito di “disallineamento etico”: “un disallineamento dei lavoratori dai valori aziendali che si riscontra sia con l’emergere di un conflitto fra identità professionale e ruolo aziendale, sia con l’affievolirsi o l’esplicito venir meno dei legami di coinvolgimento e identificazione che per molti lavoratori del settore costituiva fino a non molto tempo addietro motivo di orgoglio”.

Molto del futuro del settore dipende proprio dall’adesione di tutti gli operatori a regole di comportamento e a disposizioni aziendali in grado di controllare le pressioni sempre più forti alla vendita quantitativa dei prodotti che come si è visto provocano disastri nel corretto rapporto fiduciario con i clienti.

 

Il libro “La neofabbrica finanziaria. Un’inchiesta sul lavoro” di Aldo Bonomi e Salvatore Cominu (Thedotcompany editore) verrà presentato e discusso a Bologna il 27 ottobre dalle 16.00 alle 17.30 presso Palazzo D’Accursio – Piazza Maggiore, 6 – sala Tassinari.

Insieme ad Aldo Bonomi direttore Consorzio AASTER, intervengono Maurizio Di Feo (Bper Banca), Stefano Savini  (Emilbanca C.C.) e Giuliano Tagliavini (Energee3). Modera il direttore di Stamptoscana Piero Meucci 

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