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Il teatro, anticorpo contro la solitudine dell’uomo social Opinion leader

Firenze – L’arte, ed in particolare il teatro, a differenza dell’informazione, non ha bisogno di rappresentare la realtà. Casomai, se lo ritiene, di evocarla, di sottolinearla, di ispirarvisi. Ma cosa accade se il teatro, pur nel suo infingimento scenico, si incentra sull’attualità, sulle emergenze del quotidiano come l’immigrazione, i femminicidi, le tentazioni autoritarie, etc, in un contesto in cui l’informazione è squassata dai rischi delle fake news e delle strumentalizzazioni?

La pervasività della rete, ma soprattutto dei social, e l’era della disintermediazione giornalistica costituiscono un combinato nel quale la possibilità che l’informazione sia distorta e infedele. Una illusione ottica per cui la piazza mediatica può provocare una autentica ebbrezza in cui è sempre più difficile distinguere il vero dal falso, in un processo centripeto, un vortice che spesso avviluppa ogni capacità critica o che spinge a confondere per controinformazione (come si sarebbe chiamata una volta) le tesi e le notizie più astruse o palesemente false ma che in questo contesto appaiono sempre più verosimili.

E’ un vero e proprio assedio che lascia solo l’individuo e lascia sola anche la moltitidine: tutti senza anticorpi nella propria solitudine che è la cifra del consumo informativo di oggi. A dispetto della sua dimensione collettiva, anzi planetaria, e dalle infinite possibilità di interagire. ognuno consuma informazione guardandosi nello specchio del proprio smartphone, e girando la testa da un’altra parte se si imbatte in una informazione palesemente falsa.

I device sui quali consumiamo, o creiamo informazione, o pensiamo di crearla, sono strumenti solitari, strettamente personali, fuori da ogni possibilità immediata di confronto, a dispetto del concetto di rete. Ed hanno un bel da fare i cacciatori di fake e gli esperti di debunking, navigando con le loro barchette all’inseguimento delle corazzate-bufala. Anche loro, spesso, circondati dalla solitudine assicurata dagli stessi strumenti tecnologici che utilizzano. E il teatro che c’entra? Quando Silvano Panichi mi ha chiesto una riflessione su questi temi la prima cosa che è balzata agli occhi è stata proprio quella degli anticorpi che l’arte, e soprattutto il teatro, sono in grado di assicurare quando affrontano temi legati alla quotidianità, alla cronaca, ma anche alla storia. E il primo anticorpo è quello della dimensione collettiva, concreta e fisica che i “lettori-spettatori” vivono.

E’ come se la vicinanza fisica, e talvolta la possibilità di una interazione non mediata con chi ti sta di fronte,  consentisse di avere più forza, di “controllare” anche se il verbo è brutto, e anche di ribellarsi o di esultare, di emozionarsi e comunque di reagire a ciò che accade in scena, al racconto (ora va molto di moda dire la narrazione…) o all’azione di altri esseri umani. Non saprei dare una spiegazione al perché ciò accada.

Ma se devo pensare ad una situazione analoga mi vengono in mente scene d’altri tempi, come i cantastorie nelle piazze di paese di fronte ai quali nessuno si vergognava di piangere o di ridere, oppure il giornale quotidiano a disposizione degli abituali avventori di un bar che non si limitano a sfogliarlo, ma se lo leggono tra loro, ad alta voce, e lo commentano. Nessuna concessione al rimpianto d’altri tempi che furono o peggio ancora a tentazioni luddiste, ci mancherebbe altro. Ma solo la consapevolezza dell’emergere dell’elemento umano che, nell’informazione come nel teatro, ha bisogno di una dimensione collettiva e interattiva per far crescere i propri anticorpi, l’autodifesa dall’omologazione e la tutela della capacità critica. Una volta il giornalista era quello a cui credere ciò che raccontava ed il teatrante quello che faceva sognare. Oggi, per paradosso, i ruoli sembrano a volte invertiti. Chissà se entrambi riusciremo a dire la verità e a a far sognare al tempo stesso.

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