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Il tempo e la morte: significati nuovi in una società plurale Opinion leader

Firenze – Il “tempo”, la “morte” e l’”eterno” sono parole ricorrenti nel linguaggio comune e nelle nostre esperienze e conversazioni abituali. Le utilizziamo spesso, soprattutto nelle relazioni personali e sociali, nella gestione e comunicazione dei nostri sentimenti e nella memoria e celebrazioni di eventi o di persone che in diverso modo hanno contribuito alla nostra crescita personale e alla maturazione di una coscienza e responsabilità etica. La relazione tempo/eterno, in particolare, non viene solo liturgicamente celebrata come promessa e rivelazione di una “verità” dell’ordine della speranza da assumere, — per omnia saecula saeculorum, recitano molte preghiere ― ma anche civilmente evocata come interrogativo sul senso e significato dell’esistenza umana e della storia, nei momenti più sofferti e angosciosi della nostra vita, di fronte al mistero della morte e di una possibile “ulteriorità”.

Il “tempo”, la “morte” e l’”eterno”, però, sono anche concetti complessi che, in relazione al mutare del contesto e dell’ambito di riferimento (sociale e culturale, filosofico e religioso), possono assumere significati diversi e plurimi. L’esperienza del “tempo”, in particolare, è sempre stata un “luogo” privilegiato di interrogazione filosofica, di riflessione e meditazione teologica, di dominio tecno-scientifico, di relazionalità sociale e di creatività artistica, letteraria e figurativa. Essa ha trovato forma e designazione in una molteplicità di parole, a loro volta esito di pensieri evocativi di vari processi e dinamiche naturali, di emozioni e sentimenti umani, di prospettive spazio/temporali globali e cosmiche. Si è realizza in tal modo una rete di relazioni e interazioni per cui spesso, con troppa disinvoltura, ricorriamo a parole, esprimiamo concetti e alludiamo a significati senza un’adeguata consapevolezza della loro origine, referenza e funzione propria, con il risultato di penalizzarne la potenziale valenza propositiva e simbolico-evocativa. Vi è pertanto una sempre più diffusa esigenza di ripensare le parole, i concetti e il variare contestuale dei loro significati.

Mentre la morte e l’eterno permangono degli interrogativi dagli esiti variabili in relazione alle circostanze in cui si pongono, la parola “tempo”, invece, evoca un’intricata impalcatura di concetti più o meno complessi su cui può essere utile fare chiarezza per una più autentica e responsabile intelligenza di questa inestricabile e ineludibile dimensione della realtà e dell’esperienza umana.

Solo per citare alcuni esempi, che relazione c’è, che significato assumono e come conciliare lo “spazio/tempo” della relatività fisica con l’immensità dell’universo, l’infinito cosmico astronomico con l’infinito poetico del Leopardi, l’eternità come inesauribile trascorrere del tempo e il «per tutti i secoli dei secoli» della liturgia e teologia cristiane? Ha senso parlare di “felicità eterna” dal momento che è un sentimento umano che si vive solo nel tempo in contrapposizione ad un sentimento opposto? Eterno ed eternità sono sinonimi, oppure designano esperienze, concetti e significati non convergenti e antinomici? In che relazione si pone l’esperienza del “morire”, che in diverso modo cerchiamo di gestire, non solo personalmente, ma anche politicamente, e quello che permane pur sempre il “mistero” della morte, nonostante i crescenti sviluppi della ricerca e sperimentazione biomedica che hanno di molto allungato le aspettative e la durata della vita umana?

Un ulteriore aspetto rilevante da tenere presente nella valutazione dell’insieme degli interrogativi sollevati, — sicuramente inedito rispetto al passato anche recente, — è la configurazione sempre più “plurale” della società odierna. Un aspetto, questo, reale e constatabile, ma non ancora del tutto assimilato dalla cultura contemporanea e dal senso comune.

La nostra società non è più banalmente “pluralistica” — come lo è stata nel secolo scorso e lo è in diverso modo anche oggi, — caratterizzata, cioè, da una pluralità di possibili interpretazioni e posizioni in seno alla propria tradizione culturale di appartenenza, con gli irriducibili conflitti storici che conosciamo tra “relativismo” e “fondamentalismo religioso”, tra agnosticismo e “laicismo”. La nostra società, invece, è sempre più “plurale”, composta, cioè, da una molteplicità di tradizioni e di sensibilità culturali, etniche e confessionali dai valori diversi e spesso non convergenti. La globalizzazione economica e comunicativa e i flussi immigratori vi hanno crescentemente contribuito, inducendo un processo di destrutturazione dei valori tradizionali, per lo meno della loro pretesa universalistica.

In questo nuovo contesto contemporaneo si pone allora il problema di come affrontare questa inedita situazione e, soprattutto, di come offrire ai cittadini, — in relazione alle loro diverse appartenenze comunitarie e responsabilità civili, — dei criteri o strumenti metodologici utili per una prima interpretazione, qualificazione e comprensione delle nuove problematiche etiche, giuridiche e politiche, che da diversi anni ormai emergono in seguito agli inarrestabili sviluppi della ricerca tecno-scientifica e all’imporsi o prevalere di determinate o interessate politiche economiche globali e spesso conflittuali. Degli strumenti, in altre parole, che consentano quel delicato passaggio da una coesistenza sociale tollerata a una convivenza civile solidale e responsabile di tutti i cittadini, nel rispetto della loro dignità culturale, ossia, dei “valori aggiunti” propri e specifici delle svariate comunità civili, etniche e confessionali di appartenenza o di pertinenza.

I “valori morali”, infatti, — quelli che in diverso modo vincolano la coscienza personale e l’identità della comunità di appartenenza (oppure inducono una possibile e circostanziale “obiezione di coscienza”) — sono la proiezione ideale di un “dover essere”, di un orizzonte di compimento personale e identitario. In quanto tali, essi si propongono e mai si impongono, né tanto meno si prepongono.

Sull’insieme di queste nuove problematiche da diversi anni ormai è in corso un ampio e articolato dibattito nazionale e internazionale, che coinvolge in vario modo la nostra società e anche ogni singolo cittadino, con un impatto mediatico considerevole e un’ingente produzione bibliografica.

Una corretta informazione e descrizione delle diverse situazioni in corso, ma anche una breve riflessione linguistica su alcuni tra i termini più ricorrenti del dibattito in atto, è una condizione previa che non può essere trascurata o evitata per affrontare in modo appropriato, corretto e possibilmente completo le nuove e inedite complessità che siamo chiamati a gestire.

Il presente volume riporta le riflessioni linguistiche di diversi studiosi dell’Accademia della Crusca che hanno introdotto le relazioni di due percorsi culturali ― “Il morire e la morte oggi” e “Il tempo e l’eterno” ― organizzati dalla Fondazione Stensen di Firenze, in collaborazione con l’Accademia della Crusca di Firenze e la Pontificia Academia per la Vita di Roma.

Ennio Brovedani sj – Presidente della Fondazione Stensen di Firenze

Il testo è l’introduzione del volume dell’Accademia della Crusca dal titolo “Parole che dici umane – Riflessioni linguistiche”, a cura di Maria Cristina Torchia, realizzato in occasione dei percorsi di riflessione organizzate dalla Fondazione Stensen nel 2019: “Il morire e la morte” e “Il tempo e l’eterno”.

Nella foto l’Accademia della Crusca

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