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Il treno dei bambini: storia di riscatto sociale e affetti perduti Cultura

Firenze – Una delle storie ormai dimenticate del duro periodo che ha seguito la seconda guerra mondiale. La racconta Viola Ardone nel suo ultimo libro “Il treno dei bambini” (Einaudi, Stile libero).
L’anno è il 1946, la città è Napoli, uno dei suoi rioni più desolati, dove regnano la povertà e l’indigenza con tutte le sue tristi declinazioni: la fame, la mancanza di istruzione, l’incapacità di reagire a una quotidianità scandita da mille espedienti, uno più illegale dell’altro.

Un vivere che i bambini imparano sulla propria pelle già in tenera età. Questa è la regola di chi non ha niente. In questo scenario Antonietta Speranza vive con il suo unico figlio, Amerigo, crescendolo da sola “perché il padre è andato in America”, con pane e miseria. Così, Antonietta decide di accettare l’iniziativa organizzata dal Partito Comunista per i tanti piccoli poveri e soli. Per questa piccola umanità prevede un soggiorno, per sbarcare i mesi più freddi, al Centro Nord, Marche, Emilia Romagna dove tante famiglie si sono rese disponibili a ospitarli.

Un viaggio preannunciato da dicerie sui bambini saliti sui treni “sono comunisti, gli tagliano le mani, se li mangiano” oppure “li spediscono in Russia nel ghiaccio”.

La partenza per Amerigo, con i suoi sette anni, rappresenta uno strappo indelebile dagli affetti materni, ma presto ritrova il calore insperato in una signora, Derna, rappresentante del partito e i suoi parenti più prossimi. Frequenta la scuola, i tre ragazzi della famiglia di Rosa e Alcide. Entra a fare parte di quel piccolo mondo di provincia, raccolto intorno a degli ideali forti, dove la condivisione di affetti ed esperienze è fondamentale, insieme a un grande rispetto per lui, bambino povero del sud.

Grazie allo “zio” del Nord, Amerigo presto scopre la sua passione per la musica, in modo particolare per il violino. La sua vita si è trasformata. Pur addolorato e orfano dell’affetto materno, trova altri stimoli per crescere, istruirsi e fare delle piccole, importanti esperienze.

Ma il treno che aveva portato a Nord un carico desolante e speranzoso di bambini è pronto per fare il suo viaggio di ritorno. Dimezzato nella quantità. Perché diversi bambini sono stati adottati dalle famiglie ospitanti e resteranno per sempre lontano da quella povertà che invece spalanca di nuovo le sue secche braccia ad Amerigo. Tornare alla vita del rione ha un sapore amaro, di sconfitta. La madre tenta di riportarlo all’ordinarietà ricordandogli quale sia il suo posto, a Napoli, e dimenticare tutta la rete di rapporti e affetti costruiti al Nord.

Avere, per poco, afferrato un senso della vita diverso dalla sopravvivenza e la mancanza della musica, e del suo personale violino, fatto per lui da Alcide, che la madre afferma di aver venduto per comprare qualcosa da mangiare, fanno reagire Amerigo.

Alla ricerca di informazioni della famiglia del Nord, scopre da Maddalena, “la comunista dei treni”, che gli era stata nascosta la fitta corrispondenza di Derna, Rosa, Alcide e dei ragazzi. In preda a un terribile attacco d’ira parte di nascosto, lasciandosi alle spalle il mondo del rione, rifiutando l’affetto materno, per tornare al Nord di Derna e della sua famiglia.

A questo punto la voce narrante di Amerigo è più matura. Appartiene a un uomo realizzato. Un musicista. Un uomo che vive una realtà appagante ma che porta dentro un dolore mai sopito.

La morte della madre con cui avrà pochi contatti dopo la sua fuga notturna, risveglia in lui sentimenti ed emozioni contrastanti, e nella ricerca di una pace interna introvabile scoprirà di avere altre motivazioni per tornare al suo paese natale.

Un racconto che, pagina dopo pagina, svela la realtà di quel tempo, vista attraverso gli occhi di un bambino, senza nessuna concessione al pietismo o al consenso. Una realtà forse vissuta da tanti altri suoi coetanei.

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