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Il vecchio e il nuovo della squadra viola Sport

Firenze – E va bene. Ieri l’ho messa sul fatale, dicendo di quanto quest’anno, in campionato, il caso e l’imprevisto sembrino giocare a sorprenderci e a non darci punti di riferimento certi. Ma non volevo sottrarmi in modo facile alle responsabilità di un giudizio. Solo che ritenevo quel giudizio di averlo già abbondantemente espresso in precedenti interventi. Comunque, a uso di chi non lo conoscesse, lo ripeto qui esplicitamente e prosaicamente.

Quando mi riferivo al “vecchio” e al “nuovo”, nel gioco della Fiorentina, intendevo niente più e niente meno che il gioco che faceva la squadra, soprattutto nel finale del campionato scorso, con i titolari finalmente quasi tutti a disposizione di Montella, e al “nuovo gioco” di Sousa. La novità di quest’anno consiste soprattutto nella disposizione dei centrocampisti nel suo 3-4-2-1. I tre difensori sono in linea come li ha schierati tante volte anche Montella (ovviamente, quando ha adottato il 3-5-2 ), e sono quest’anno molto più attenti a non avventurarsi in uscite palla al piede e in quelle incursioni offensive che le carenze in attacco della stagione scorsa avevano, a un certo punto, reso quasi necessarie. A proposito della difesa, che sicuramente con Sousa appare più attenta e solida, vorrei però far notare che anche nel girone d’andata dello scorso campionato non funzionava male (alla 15a giornata aveva subito le stesse 12 reti di quest’anno ed era la seconda difesa).

È invece il centrocampo che risulta nuovo e inedito (Sousa è l’unico in Europa a giocare con quello schema). Avevo creduto che la stravagante sequenza numerica con cui annunciava la disposizione in campo dei suoi giocatori fosse solo un vezzo, uno scherzo con la cabala, e invece ad ogni partita che passa si è sempre più certi che il gioco di Sousa è quello (e SOLO quello): due “mediani” in mezzo al campo, che tengono la posizione in modo piuttosto disciplinato ma che non disdegnano di avanzare e di scambiarsi o di duettare con uno dei “trequartisti”, prima di tornare a dare equilibrio al modulo; e due “mezzali” o “trequartisti” dietro una punta, più liberi di spaziare e andare dove istinto e creatività chiamano, ma anche obbligati al pressing alto, a disturbare l’inizio dell’azione avversaria.

Ovviamente, ai lati ci sono i due esterni che il gioco moderno comanda, quasi sempre ligi alle consegne, raramente portati al taglio o allo scambio di posizione con un centrocampista. Il gioco scorre così più in verticale, dato il conseguente allungamento della squadra dalla linea mediana in su, e si giova di spazi maggiori e di un maggiore ordine. In fase di possesso palla, è un gioco che somiglia assai al tradizionale 3-5-2, e prevede più movimenti e inserimenti negli spazi (sia pur angusti) nella metà campo avversaria e più interscambi tra i giocatori (come nel “vecchio” sistema, ma più in velocità).

In fase di non possesso e soprattutto di palla persa c’è un evidente affanno dei due mediani, che, in inferiorità numerica, devono trovarsi pronti a coprire gli spazi che si vengono a creare a favore degli avversari e devono rincorrere. L’aiuto di una mezzala è sempre assicurato, ma con dispendio di fatica, e forse, dato che quella mezzala è Borja Valero, senza la necessaria velocità e prestanza fisica. In questa fase, per esempio, vedo meno efficace Badelj, che l’anno scorso si era consacrato come un ottimo centrale in un centrocampo a tre, dove poteva tenere la posizione, proporsi per iniziare l’azione, proteggere la difesa, fare anche da regista, e soprattutto andare a raddoppiare dove serviva, a destra o a sinistra, quando la squadra veniva attaccata.

E se poi uno dei due mediani è Borja, allora sì che son dolori (rivedetevi mentalmente il secondo tempo giocato contro il Torino)! Dunque, indipendentemente (ma non indifferentemente) da chi sono i protagonisti di questo centrocampo, quello della Fiorentina è un centrocampo a due, più una variante del 4-2-3-1, schema da sempre caro a Sousa, che non del tradizionale 3-5-2.

E vorrei qui far notare che il centrocampo a due è verbo in molti paesi d’Europa, specialmente in UK, ma non è mai stato fortunato in Italia. L’unico a praticarlo con successo è stato Spalletti alla Roma, ma con un certo Totti “finto” centravanti che, con la sua classe, ha risolto tutti i puzzle tattici del mondo, anche quelli di Zeman. L’altro che ci ha provato di recente è stato Benitez, e qui semplicemente aggiungo un no comment! Perché il centrocampo a due non funzioni in Italia è semplice: perché, non giocandolo nessuno, si presta facilmente al controgioco da parte di chi fa densità in mezzo e si avvantaggia della superiorità numerica e di ripartenze veloci. Il record di reti subite da Benitez in due anni con questo gioco dovrebbe far riflettere.

Ma dovrebbe far riflettere, e a maggior ragione, anche il modo in cui lo scorso campionato Montella (e, come lui, chiunque avesse una vera conoscenza del nostro calcio) metteva in campo quegli stessi uomini di cui dispone oggi Sousa. Mi riferisco alle ultime cinque partite della scorsa primavera, quando mancò Joaquin a destra (così come oggi manca Kuba). Montella mise la difesa a quattro, con Tomovic, Gonzalo, Savic (oggi c’è Astori) e Alonso; il centrocampo a tre con Mati (oggi c’è Vecino), Badelj e Borja; e là davanti Salah, Ilicic (ma anche Bernardeschi) dietro a Gila (oggi c’è Kalinic).

La squadra viola giocò alla grande, vinse cinque volte su cinque, segnò tre reti a partita, dando grande libertà di svariare alle due “mezze punte” dietro al centravanti; libertà ben sfruttata soprattutto da Ilicic, che in quel frangente “rinacque”, e anche, per quel che si vide, da Berna. Sousa quello schema non l’ha neanche mai provato (neanche venerdì contro quei miseri portoghesi, quando proprio la lentezza della nostra manovra doveva consigliarci a cambiare schema). Insiste con Berna all’ala destra, mettendolo in chiaro disagio, e insiste nel rendere i movimenti dei centrocampisti assai poco naturali oltreché dispendiosi di fatica. Tutto questo per costringere la squadra al “suo” gioco; per mettere la griffe su quello schema.

E qui io mi chiedo: era così necessario contraddire il gioco di una squadra che era bella e vincente, e che soprattutto sapeva imporre i suoi tempi, nel rispetto delle caratteristiche tecniche e fisiche dei suoi (non scordiamoci che la Fiorentina ha finito tre campionati mostrandosi straordinariamente fresca nei finali)? Siamo davvero sicuri che il gioco di Sousa, alla lunga, paghi di più (dico alla lunga, perché per ora, con le stesse squadre incontrate da Montella lo scorso campionato, ha fatto gli stessi punti)? E ora che ci accingiamo a operare sul mercato di gennaio, cosa facciamo?

Continuiamo ad assecondare il rinnovamento o consolidiamo una squadra forte che ha alla sua portata un’occasione unica, data la “crisi” di grandi quali Milan, Juve e Roma? E andando sul mercato cosa si fa: si dà ragione a Sousa che sta mettendo in mora mezza rosa (Suarez, Mati, Rebic…) per mancanza di sintonia con quello che vuole lui, o si cerca insieme di recuperare alla causa quei giocatori che fino all’anno scorso hanno mostrato ben altro valore? Certo, tutti i giocatori hanno tanto da imparare e da migliorare. Ma lo stesso dicasi per i tecnici, soprattutto in Italia!

Dalle parole di alcuni dirigenti e di Chiarugi sembra che parlare di scudetto non sia più neanche scaramanticamente proibito. Ma allora bisognerà chiudere in una stanza Sousa e fargli un discorsino. Nelle sue esternazioni di giovedì gli scappò un’excusatio non petita, quando disse di essere alla Fiorentina per dedicarsi alla causa, e non per gloriare se stesso. Ebbene: lo dimostrerà quando farà giocare la squadra in modo meno ostinatamente tattico, e quando valorizzerà TUTTI i giocatori a disposizione (come aveva fatto il suo predecessore), senza “punirli” perché non riescono a convertirsi al suo verbo. Io, come avete capito, non sono convertito, e penso che il bene della società e della squadra si faccia anche aiutando l’allenatore, bravo ma inesperto e troppo “talebano”, a capire che il calcio italiano è un’altra cosa rispetto alle sue utopie; e che se si vuole vincere, e non semplicemente mostrare effetti speciali che tanto da noi durano il tempo della sorpresa, bisogna sapersi anche umiliare. Come Allegri nel dopo Conte. Già, a proposito…

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