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Il Wagner privato di Daniele Gatti Spettacoli

Il concerto diretto da  Daniele Gatti, tenuto  venerdì scorso nell’ambito del Festival del Maggio Musicale, si inserisce dunque a  buon titolo in una tradizione consolidata e per di più all’interno delle celebrazioni del bicentenario della nascita. Il ciclo è quello dei “Grandi Direttori”. Daniele Gatti ha da poco superato la cinquantina  e in una biografia d’artista l’anagrafe conta , come si può constatare  da un curricolo che inanella  titoli wagneriani e mahleriani, come dire il repertorio più arduo , eseguito nei più importanti teatri del mondo. Concerto tutto dedicato a Wagner quello fiorentino. Primo tempo interamente occupato dai brani clou del Crepuscolo degli dei: Alba sul Reno, Viaggio di Sigfrido, Morte dell’eroe, Marcia funebre. Il Maestro ha provato due giorni con Orchestra e Coro e ne ha entusiasmato gli animi. L’idea che fare il direttore d’Orchestra sia un mestiere, anche, artigianale, entrare nelle pieghe del discorso armonico, regolare i respiri e gli accenti del fraseggio, regolare le delicate scriminature timbriche, pur nella magniloquenza della massa sonora, è nelle corde del Maestro. Non dimostrare qualcosa  attraverso la musica ma cercarne dal di dentro i significati più reconditi. Nel Crepuscolo però qualcosa non funziona. I tempi forse un po’ dilatati, le entrate non sempre in ordine. Tutto  diverso nella ripresa del secondo tempo. Il Preludio al primo  atto del Lohengrin è misterioso ed epico. Si passa poi al Parsifal: Verwandlungmusik e Coro dei cavalieri, Preludio e Incantesimo del venerdì Santo. E qui si verifica il miracolo, orchestra compatta, suono controllatissimo, un’esecuzione superlativa che commuove e incanta per davvero e rende ragione della dimensione metafisica di certa musica wagneriana. Il coro impegnato  in un’esecuzione nitidissima e bella  nella selva cromatica del canto. Poi certo, anche lui, Wagner, ha il suo zum pa pa , i passi da intrattenimento, quelli celebrativi.  Come il Coro dei Maestri Cantori di Norimberga che chiude il programma, bello e d’effetto, certo. Un ritorno all’Umano troppo umano, miseria e nobiltà del grande tedesco.

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