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Impianto Scarlino, De Girolamo: chiusura inaccettabile Cronaca

Firenze –  “La sentenza del Consiglio di Stato che ha decretato la chiusura dell’impianto di recupero energetico di Scarlino è una scelta immotivata e grave della Magistratura, e lede alla radice lo Stato di Diritto introducendo nella giurisprudenza un principio incomprensibile che genera una grande preoccupazione sulla possibilità di fare investimenti in Toscana ed in Italia”. Così Alfredo De Girolamo, presidente di Confservizi Cispel Toscana, commenta la sentenza con cui il Consiglio di Stato ha recentemente decretato la chiusura temporanea dell’impianto di Scarlino Energia, accogliendo i ricorsi del Comune di Follonica e dei comitati.

“La Sentenza stabilisce il principio, inaccettabile in uno stato di diritto – spiega De Girolamo – che un’attività economica possa essere chiusa anche se rispetta tutte le normative esistenti, ma solo in ragione di una generica preoccupazione sullo stato di salute della popolazione, senza nessuna dimostrazione che gli effetti sanitari dipendano da quella attività. La stessa sentenza infatti ammette che i dati sanitari riportati peraltro da una perizia di parte ‘pur non avendo acquisito un rilievo oggettivo sulla base di disposizioni di legge’ hanno comunque un rilievo sotto il profilo procedimentale. Gli stessi commenti dei proponenti il ricorso contro l’Autorizzazione dell’impianto ribadiscono che ‘l’impianto va chiuso anche se rispetta le norme di legge’. Si tratta – prosegue il presidente dell’Associazione che riunisce circa 200 aziende nel settore dei servizi pubblici – di una novità giurisprudenziale di una gravità assoluta, che getta un’ombra, se non corretta, sulla possibilità di considerare l’Italia un paese in cui si può fare impresa rispettando le leggi ed ottenendo autorizzazioni legittime, se un Giudice amministrativo può comunque chiudere per un’attività economica secondo criteri generali di tutela della salute senza alcun collegamento con l’attività stessa”.

L’impianto di Scarlino infatti aveva ottenuto una regolare autorizzazione e rispettava le leggi esistenti; la normativa italiana non prevedeva e non prevede che in sede di rilascio di un’autorizzazione per un impianto di gestione dei rifiuti si proceda ad analisi di tipi sanitario. La Sentenza quindi introduce di fatto una nuova procedura per il rilascio di autorizzazioni, non prevista dalla legge, con effetto retroattivo.  Una decisione assunta da un tribunale amministrativo, che opera senza possibilità di contraddittorio e che ha di fatto utilizzato esclusivamente la documentazione tecnica di parte del ricorrente, senza valutare i dati e le informazioni prodotte da Scarlino Energia e dalla Provincia di Grosseto. Per De Girolamo è una logica che va assolutamente contrastata “non solo per poter riaprire prima possibile l’impianto di Scarlino, ma per garantire in Toscana e in Italia la libertà di impresa nel rispetto delle leggi, nel campo della gestione dei rifiuti come in tutti i settori”.

La chiusura dell’impianto genera una situazione gravissima, come spiega ancora il presidente di Confservizi Cispel Toscana: “Probabile cassa integrazione per circa 60 dipendenti, altri 60 dell’indotto senza una prospettiva, l’avvio della procedura di concordato per un’impresa importante del territorio, il congelamento di investimenti ingenti fatti negli ultimi anni e un effetto di aggravio dei costi per la gestione dei rifiuti urbani nell’Ato Sud, considerato che nell’impianto di Scarlino veniva utilizzato il Css (combustibile solido secondario) proveniente dagli impianti del territorio, che dovrà ora essere collocato in altri impianti, più lontani e più costosi, con danni ambientali”.

Al presidente dell’Associazione fa eco Moreno Periccioli, presidente di Scarlino Energia: “La storia quasi ventennale di questo impianto racconta le enormi difficoltà di che cosa significa per un’azienda lavorare senza le necessarie garanzie conferite dalla certezza delle regole. Una storia che continua, come dimostra il Consiglio di stato attraverso una sentenza che riteniamo ingiusta e errata perché i giudici hanno dato più valore alle infondate teorie dei Comitati piuttosto che agli studi scientifici dei enti pubblici deputati ai controlli e alle verifiche di legge. Per questo faremo ricorso in Cassazione contro un provvedimento che si è pronunciato su profili riservati alla competenza del Tribunale Superiore delle Acque, al quale la legge riserva la cognizione delle controversie concernenti il regime delle acque, travalicando anche le valutazioni di merito sulla tutela della salute dei cittadini riservate all’Usl e all’Arpat. Oltre a essere previsto da tutte le normative, europee, nazionali e regionali, il nostro impianto – chiosa Periccioli – ha sempre operato nel rispetto della normativa dimostrando di essere utile alla Toscana e a tutto al territorio per la chiusura del ciclo dei rifiuti».

Desta infine scalpore la notizia, appresa dagli organi di stampa, che il relatore della sentenza, il Consigliere di Stato Fulvio Rocco, sia stato condannato nel novembre 2014 con rito abbreviato a 1 anno e 4 mesi per corruzione, notizia riportata dai giornali e che introduce un legittimo dubbio sulla possibilità del Magistrato di firmare una sentenza.

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