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Incontro con Fuksas: che ne è della stazione Foster? Cultura

Firenze – Che ne è della stazione Foster dell’alta velocità? L’archistar Massimiliano Fuksas guarda il pubblico con l’espressione di chi aspetta una risposta che non arriverà: “Ogni volta che mi vede, Foster mi chiede: ma si fa la mia stazione?”.

E’ stata un continuo fuoco di artificio la conferenza che uno dei massimi esponenti dell’architettura italiana ha tenuto alla Pergola nell’ambito dell’iniziativa “Dialoghi sul rispetto – Sulla scia dei giorni”, organizzata dalla Fondazione CrFirenze, a cura di Donatella Carmi.

In dialogo con Andrea Aleardi, presidente della Fondazione Michelucci, Fuksas ha parlato per due ore di fronte al pubblico attento e partecipativo, che ha riempito completamente il ridotto del Teatro della Pergola. Ha raccontato episodi e aneddoti della sua lunga carriera, progettando e costruendo in tutto il mondo. Il suo studio che guida insieme alla moglie Doriana ha sede a Roma, Parigi, Shenzhen, Dubai e New York e ha all’attivo oltre 600 progetti, che spaziano da interventi urbani ad aeroporti, da musei e luoghi per la cultura a spazi per la musica, da centri congressi a uffici, da progetti di interni a collezioni di design.

Nei giorni della caduta del Muro, nel novembre 1989, l’archistar si trovava a Berlino: “I cattivissimi poliziotti tedesco orientali avevano aperto gli sbarramenti e una massa di azzurro passava dall’altra parte: quelli dell’est erano tutti in jeans, mentre all’Ovest nessuno li portava”, il suo racconto.

Come direttore della Biennale di Venezia del 2000 aveva lanciato un appello “meno estetica e più etica”, che precorreva i tempi, perché il concetto “è purtroppo diventato centrale negli ultimi anni, avevamo colto il cambiamento”. Etica non è moralismo – ha aggiunto – “spinge a fare del bene a tutti senza che nessuno te lo imponga”. Deve essere “un’etica della convivenza”.

E ancora: “Ogni gesto umano può trasformarsi in un gesto di artista, l’architetto deve essere capace di costruire con gli altri”. Soprattutto in un momento di cambiamenti drammatici (paragonabili solo con la Rivoluzione francese e con la Rivoluzione russa) e non sappiamo cosa fare: 8 miliardi di esseri umani, le città che diventano immensi agglomerati. Presto il 65/66% della popolazione mondiale vivrà nelle città per sopravvivere.

Allora l’architetto deve dare per scontato il rispetto dei luoghi e della natura nei quali opera, e fondare la sua attività sul “rispetto per l’altro”: “Il cliente finale dell’architetto siete voi, non l’astratto committente”. Nel mostrare immagini dei suoi progetti (il centro di Eindhoven, la cantina della Nardini a Bassano del Grappa, la Ferrari di Maranello, la Fiera di Milano, Francoforte, Los Angeles, l’Unione Militare di Roma, la Ginza Tower di Tokyo, la Chiesa di Foligno, il Centro della Pace di Jaffa, la piazza della democrazia di Tiblisi e l’aeroporto di Shenzhen), Fuksas ha sottolineato la genialità e l’abilità dei costruttori italiani che si impongono senza rivali in tutto il mondo e che hanno problemi solo in Italia.

“Il progetto di architettura – ha concluso Fuksas – spiega la natura, la racconta, e la natura dovrebbe imitare l’architetto e l’architettura”.

Foto: Massimiliano e Doriana Fuksas

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