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Indocina: la risorgente tentazione del dispotismo orientale Opinion leader

Pisa – L’Indocina tra esperimenti di democrazie mancate, autoritarismo e l’incubo ricorrente del colpo di stato. L’ultimo ha investito il Myanmar, attuato con letale rapidità dai generali. Nel giro di poche ore i vertici del partito NLD, guidato dall’eroina nazionale Aung San Suu Kyi, sono stati tratti in arresto e rimossi dagli incarichi. La giunta militare ha inoltre bloccato l’insediamento del nuovo parlamento e introdotto lo stato d’emergenza.

Eventi del tutto simili a quanto accadde nella vicina Bangkok, nel Maggio 2014. Allora, la Thailandia tagliava il traguardo del dodicesimo Putsch in mezzo secolo. L’ascesa del miliardario Thaksin Shinawatra inviso alla cerchia dell’aristocrazia di corte, ma molto popolare tra la gente soprattutto nella provincia, aveva incrinato il dominio incontrastato dei militari. Deposto nel 2006 e in esilio dal 2008 il magnate Shinawatra mantenne una forte influenza sul governo anche negli anni a seguire, grazie alla sorella Yingluck eletta primo ministro nel 2011, che seguirà, nel bene e nel male, le sue orme.

L’estromissione della famiglia Shinawatra dal potere provocò proteste da parte dei loro sostenitori. Per la prima volta i manifestanti adottarono come simbolo il gesto di mostrare le tre dita, il saluto che inneggia alla resistenza contro le autorità oppressive ispirato alla saga cinematografica di “The Hunger Games”. Un simbolo silenzioso ma profondo nel significato di ribellione che non piacque alla polizia che lo vietò. In queste ore il braccio alzato con le tre dita della disobbedienza è apparso nelle strade dell’ex Birmania tra la folla anti-golpista, tra le persone affacciate ai balconi delle case di Yangon e Mandalay che chiedono l’immediata scarcerazione di Aung San Suu Kyi.

La recidività della Thailandia e del Myanmar all’uso del golpe sarebbe per gli storici la dimostrazione che questi stati hanno sviluppato una sorta di genetica “cultura per il colpo di stato”. Quasi quella dei militari fosse una normale prassi nella gestione dei problemi pubblici. Il colpo di stato inteso quindi come una costante ciclica di un sistema ibrido, in bilico nello sprofondare nel totalitarismo e mai pienamente democratico. Sia Thaksin Shinawatra che Aung San Suu Kyi, ciascuno con la propria storia, sono figli dell’establishment. Entrambi di formazione anglosassone, sono cresciuti all’interno dell’élite: il primo ha indossato la divisa e raggiunto il rango di alto ufficiale di polizia, la seconda è figlia del generale che guidò l’indipendenza. Hanno saputo sfruttare la propria immagine per organizzare le rispettive macchine partitiche, trasformandole in serbatoi di voti.

E sfidando così la casta. Qualcosa dell’esperienza di Shinawatra è oggi presente nel movimento dei giovani studenti universitari, che a Bangkok invoca una nuova costituzione. Onda che la pandemia ha frenato ma non fermato. Movimenti pro-democrazia transnazionali che il lockdown non può contenere mentre, i militari possono decidere di reprimere violentemente.

Alfredo De Girolamo    Enrico Catassi

Foto: Thaksin Shinawatra

 

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