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Inossidabile Tex, il grande Nizzi racconta (alcuni) dei suoi segreti Cultura, Opinion leader

Fiumalbo (Modena) – Con Claudio Nizzi, uno dei più famosi sceneggiatori di Tex Willer, cerchiamo di scoprire alcuni “segreti” del successo di quello che è divenuto ormai il fumetto “cult” italiano non solo per la sua eccezionale longevità ma per il grande numero lettori di tutte le generazioni: un fenomeno unico, quello che ci consente di vedere anziani ultrasettantenni e ragazzi condividere la passione per Tex Willer e discutere fianco a fianco, nei vari forum e in quella che è ormai divenuta una fiorente letteratura “texiana”.

Qual è stata la sua prima storia di Tex? Come è nata e come si è sviluppata?

La prima pubblicata è Un diabolico intrigo, che appare nei Tex nn. 273-274. E’ l’ultima disegnata interamente da Erio Nicolò prima della sua scomparsa. Io lo avevo amato sull’ Intrepido tascabile degli anni Cinquanta nelle storie del Cavaliere del Sogno e Forza John. Mi piacevano le sue donne giunoniche, che si differenziavano solo per il colore dei capelli: bionde o more, per il resto uguali. Mi attraeva l’idea di rivedere una di quelle placide bellezze coinvolta in un intrigo familiare dalle tinte fosche. L’ingrediente “giallo” connota quasi tutte le mie prime storie, poi Sergio Bonelli manifestò un blando dissenso verso questa mia tendenza e allora le diradai. La prima storia che scrissi è Il ritorno del Carnicero, disegnata da Fernando Fusco (scomparso di recente), che fu pubblicata per seconda sui nn. 279-281″.

Quali storie di Bonelli ritiene fondamentali per la caratterizzazione del personaggio?

“Non è una sola storia, ma l’insieme delle storie a partire da un certo momento. La svolta, diciamo, avviene attorno ai nn. 50-60 della serie mensile. Prima, quando usciva in formato a striscia, il personaggio non era molto caratterizzato e le sue storie viaggiavano su uno stardard piuttosto mediocre. Tea Bonelli non aveva ancora avuto l’idea vincente di pubblicarle nel “formato quaderno” e Gian Luigi Bonelli non si era ancora reso conto di avere tra le mani un personaggio con enormi potenzialità. Lo realizzava tirandolo via, come se da un momento all’altro dovesse chiuderlo (le tirature degli anni Cinquanta non erano esaltanti)”.

Rispetto alle storie scritte da Bonelli, nelle sue ci sono dei cambiamenti?

“Io ho cercato di immedesimarmi il più possibile nelle caratteristiche psicologiche del Tex di Bonelli perché sono convinto che quello è il Tex che i lettori vogliono vedere. Però ci sono dei limiti all’immedesimazione, dovuti alla diversità di carattere tra me e il vecchio Bonelli. Lui, molto più sicuro di sé, ha delineato un Tex che gli assomiglia, capace di affrontare tutti insieme venti avversari senza un attimo di esitazione. Io, più introverso e ragionatore, faccio in modo che i venti avversari li affronti a due o tre per volta, per evitare che sembri una spacconata. Le trame delle mie storie sono più rigorose e razionali. Il vecchio Bonelli partiva senza un soggetto e a volte le sue trame sbandavano un po’”.

Sulla eccezionale longevità di Tex, quanto influisce la varietà di scenari , dai deserti alle savane, dal Messico al Canada, o città come San Francisco? In breve, contano più le costanti o le variabili?

 “Potrei rispondere che conta la costanza, ovvero la coerenza del personaggio, nella mutabilità dei luoghi e delle situazioni. Non vi è dubbio che una delle idee geniali di Bonelli sia stata proprio quella di creare le condizioni affinché Tex potesse togliersi di tanto in tanto dal solito paesaggio dell’Arizona. Quindi gli piazza un amico a San Francisco (il capitano delle polizia) che ogni tanto gli chiede aiuto per risolvere un caso particolarmente intricato; un altro fa la Giubba Rossa in Canada e un terzo lo sceriffo a New Orleans, così Tex può cambiare aria ogni volta che ne ha voglia. L’altra genialata, che punta al medesimo scopo, è quella di tirare in ballo le “strane genti”, come i Maya, i Vichinghi o i mostri preistorici o gli stregoni come Mefisto”.

Tex si caratterizza anche per i suoi tre pard. Come siete riusciti a fare in modo che il gruppo non sminuisse la figura dell’eroe?

“I tre pards sono importantissimi e i lettori vorrebbero sempre vederli all’opera tutti insieme, ma questo non è possibile altrimenti si aumenterebbe eccessivamente il carico di lavoro dei disegnatori: trascinarsi dietro quattro personaggi coi rispettivi cavalli per centinaia di pagine è ovviamente più faticoso che tirarsene dietro due. Molto limitato è invece il rischio che i pards possano rubare la scena a Tex, perché la sua personalità sovrasta decisamente quella degli altri tre. Solo Carson a volte gli tiene testa, ma resta una “spalla””.

Qual è l’importanza dei numerosi amici o nemici? Quali sono di sua creazione?

 “Immagino che si riferisca ai personaggi ricorrenti come Mefisto (nemico) o El Morisco (amico). Mefisto ha senza dubbio un notevole seguito di fans, ma non tutti lo amano. I lettori che preferiscono il West puro giudicano le sue avventure troppo fantasiose per poterle prendere sul serio. In genere io non amo i personaggi ricorrenti, ma trovo che ogni tanto (a distanza di anni) sia piacevole ritrovarli. Tant’è vero che Mefisto l’ho fatto tornare in vita dopo che era morto divorato dai topi. Io ho creato solo uno di questi personaggi ricorrenti, la Tigre Nera, ma per motivi che sarebbe troppo lungo spiegare dopo tre episodi l’ho fatta sparire”.

Quali le storie a cui si sente emotivamente legato?

“Sono quasi tutte apparse nei Texoni, dove mi prendevo una maggiore libertà trattandosi di albi fuori dalla collana mensile. Penso a Fiamme sull’Arizona, disegnata da De La Fuente, La valle del terrore, disegnata da Magnus, L’uomo di Atlanta, disegnata da Bernet, L’ultima frontiera, disegnata da Parlov, Sangue sul Colorado, disegnata da Milazzo. Nella serie mensile penso a Fuga da Anderville e Il ragazzo selvaggio, disegnate da Ticci, Gli spiriti del deserto, disegnato da Villa, e mi fermo qui per non fare un elenco troppo lungo”.

Perché nelle storie di Tex le donne sono quasi sempre personaggi negativi?

“Perché le donne buone e carine annoiano, le cattive no. Così la pensava Gian Luigi Bonelli e ancor più suo figlio Sergio. E così la penso anch’io”.

Due texoni, particolarmente suggestivi, sono fuori dagli schemi consueti. Il primo, Il cavaliere solitario, che si avvale dei disegni del celebre Joe Kubert, presenta un Tex cupo, anzi tetro sia nell’aspetto che nel comportamento.

“Kubert faceva un Tarzan cupissimo e il mio timore era che accadesse lo stesso con Tex (infatti è accaduto, ma solo in parte). Inoltre, poiché sapevo che Tex sarebbe stato venduto per la prima volta anche negli Stati Uniti, patria di Kubert, non potevo raccontare la “balla” di Tex capo dei Navajos e spiegare che il nostro Kit Carson non era quello che aveva combattutto i Navajos. Troppo complicato. Così ho deciso di fare di Tex un “cavaliere solitario” buono per tutti i mercati. E come “solitario” votato alla vendetta, non poteva essere sereno e sorridente: serviva un Tex duro e spietato”.

Il secondo, La valle del terrore, con i disegni dell’indimenticabile Magnus, ha tratti addirittura gotici, quasi horror.

“Magnus non sapeva fare i cavalli (infatti glieli disegnò Giovanni Romanini) e non era disegnatore da western puro. Sapevo in anticipo che il meglio lo avrebbe dato in una storia un po’ noir, che gli offrisse anche occasioni da feuilleton. E lui ha fatto un capolavoro”.

Quanto ha influito il “politicamente corretto” nei cambiamenti in Tex e nei suoi pards?

“Abbiamo dovuto abolire espressioni oggettivamente razziste come “Muso di carbone” rivolta a un nero o “Faccia di limone” a un cinese (anche se Tex le proferiva senza alcun intento razzista, anzi in modo quasi affettuoso, come dire “vecchia spugna” a uno che alza il gomito). Volevano anche farlo smettere di bere e fumare, ma abbiamo resistito”.

Tex e i pards usano un gergo tutto loro, che è cambiato nel tempo. Quali battute di Tex hanno la sua impronta?

“Il gergo di Tex, pittoresco, ironico, creativo, è stato, secondo me, è un altro dei motivi del successo di Tex. I nuovi sceneggiatori lo hanno abbandonato, forse perché il nuovo Tex, a imitazione degli eroi che oggi vanno di moda al cinema e nei fumetti, non deve sorridere mai. Io non ho arricchito con contributi personali il linguaggio di Tex creato da Bonelli, però l’ho portato avanti per molti anni”.

Tex è soprattutto uomo di legge o giustiziere? E’ mosso da un senso del dovere per la sua missione o da un imperativo morale?

“Tex è mosso da un imperativo morale. Sarebbe stato quello che è anche senza il distintivo di ranger del Texas. E’ uno che non sopporta le ingiustizie, da qualunque parte provengano. Spesso è anche giudice. Infatti più volte, dopo averlo catturato, ha rimesso in libertà un reo che aveva buoni motivi per infrangere la legge”.

 

Claudio Nizzi nasce nel 1938 in Algeria. I suoi primi lavori escono a partire dal 1960 sul settimanale per ragazzi Il Vittorioso. Dal 1966 al 1968 scrive racconti e romanzi giallo-rosa per riviste femminili come Annabella, Novella, Confidenze, Grand Hotel. Dal 1969 ritorna al fumettto e per  Il Giornalino crea una fitta serie di personaggi: l’umoristico Colonnello Caster’Bum, il western Larry Yuma, l’avventuroso Capitan Erik, i polizieschi Tenente Marlo e Rosco & Sonny, e traduce a fumetti molti classici della letteratura, tra cui I promessi sposi, Le avventure di Ulisse, I miserabili,L’isola misteriosa, L’isola del tesoro, Oliver Twist, Il giornalino di Gian Burrasca che vengono tutti raccolti in volume.

Nel 1980 inizia la collaborazione con la Sergio Bonelli Editore, dapprima con due avventure di Mister No, poi passa a Tex, di cui nel corso di tren’anni scrive 150 storie, collaborando con i più importanti disegnatori italiani e stranieri. Nel 1988 crea, sempre per Bonelli, la serie poliziescNick Raider, che va avanti per 200 numeri e nel 2001 pubblica Leo Pulp, una parodia dei film noir degli anni Quaranta. Dal 2008 torna alla narrativa e con l’editore Moby Dick di Faenza pubblica quattro romanzi ambientati in un paese di montagna dal nome immaginario di Borgo Torre, dietro cui si nasconde Fiumalbo, il paese dell’Appennino tosco-emiliano dove Nizzi ha trascorso l’infanzia. Nello stesso anno, nella collana le Storie di Bonelli, esce un albo ambientato nell’inedita cornice della guerra d’Etiopia del ’35-36. Da tre anni l’editore Allagalla di Torino pubblica in dieci volumi la ristampa integrale dellestorie di Larry Yuma e in quattro volumi quelle di Capitan Erik, uscite a puntate sul Giornalino più di quarantanni fa.

In foto: Claudio Nizzi in occasione di un suo intervento a Lucca Comics

 

 

 

 

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