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Insieme contro il virus: buoni informatori e buoni lettori Opinion leader

Firenze – L’anno sembrava essere iniziato sotto i migliori auspici. Gli oroscopi, anzi, spesso azzardavano l’annuncio di fortunate o, addirittura, mirabolanti prospettive. Si apriva all’insegna della fiducia, il 2020. Ma ombre oscure, e poco rassicuranti, cominciarono presto ad intravedersi da lontano.

Era remota, dopo tutto, la Cina, con le strane notizie e le immagini che ci pervenivano di una società reclusa, di città blindate, di una popolazione sottoposta a rigidi controlli necessari per contenere la diffusione di un male oscuro. Un male oscuro, e strano, pensavamo. Ma situato ad altre latitudini. Poi venne Lodi, e tutto cambiò. La minaccia era tra noi. Non avevamo fatto i conti (anche se qualche avvertenza in proposito ci era stata autorevolmente data) con un virus (nuovo e sconosciuto) che si spostava velocemente, e comodamente, sui sentieri e ai ritmi della globalizzazione.

Poi c’è stato, il lockdown, e tutto quello che sappiamo. L’epidemia (confermandoci la logica «globale» di tutto ciò che si muove e interagisce nel nostro tempo, nel bene e nel male) è diventata pandemia. E ora, a che punto siamo? Cosa dobbiamo temere e cosa ci dobbiamo aspettare adesso che quasi due terzi di questo anno particolarissimo sono alle nostre spalle? Papa Francesco (che già aveva saputo parlare al mondo, ai credenti e ai non credenti, nel momento della preghiera in una piazza S. Pietro deserta) ha indicato la via di una doppia guarigione a cui sarebbe doveroso puntare e in cui sarebbe auspicabile poter sperare.

Il rimedio che tutti aspettano (salvo, forse, i no vax) è quello che possa metterci al riparo dalla malattia. Il vaccino. Che, però, ha precisato il papa, deve essere per tutti e che dovrebbe essere messo a disposizione di tutti. E poi c’è un’altra guarigione, una guarigione di tipo interiore, che anche l’emergenza del contagio, nel momento in cui ha rimesso in luce con forza l’interdipendenza dei destini umani, dovrebbe indurci a perseguire.

E’ anche al male dell’egoismo, all’indifferenza rispetto alla sorte altrui, all’abbandono degli ultimi e dei perseguitati e all’ingiustizia che bisognerebbe porre rimedio. Un vaccino di tipo etico, sociale e politico, verrebbe da dire. Una doppia indicazione ed una duplice esortazione, che fanno riflettere. Certo, potremmo dedurne che il percorso da fare è lungo e accidentato, ma che la via è delineata. Naturalmente, niente viene da sé senza l’impegno responsabile dei singoli e della comunità di cui si è parte.

In questo senso, hanno avuto più di una smentita, temo, le previsioni, ingenue o ideologicamente connotate, di coloro che prevedevano che «dopo» (dopo il flagello venuto per punire il nostro modo di vita scriteriato) la realtà e il mondo sarebbero sicuramente andati «meglio». Viviamo nel tempo della complessità, denso di contraddizioni e punteggiato di situazioni ambivalenti. La prova in cui siamo immersi non fa che darcene conferma.

Non è una situazione in cui è facile orientarsi. A partire dalla specifica situazione del nostro Paese. Che si è trovato in prima linea a fronteggiare una minaccia sconosciuta e a cercare di individuare (affidandosi alle istituzioni e al ruolo della scienza, fino ad allora tante volte contestata) una strategia di difesa e di salvezza. Il virus, in questo senso, ha imposto, a tamburo battente, decisioni complicate e sofferte e ci ha brutalmente rimesso di fronte alle contraddizioni di fondo della nostra strana epoca.

Ci è stato ricordato che il mondo è sempre più interconnesso e che da soli non se ne esce (ha ragione da vendere, in questo, papa Francesco), proprio mentre le frontiere dovevano, intanto, essere richiuse in fretta e furia, voli e viaggi erano sospesi e lo Stato (lo Stato nazionale) doveva far fronte al compito primario di tutelare la salute e la vita dei propri cittadini.

Nella realtà italiana, il governo, pare di poter affermare, ha operato complessivamente bene in tutta la fase dell’emergenza. Considerata la particolarità della situazione, le decisioni prese risultavano sostanzialmente ponderate (e, in taluni casi, perfino coraggiose) e la popolazione, nel suo insieme, ne ha recepito il senso, adeguandosi alle misure che via via venivano adottate. Molto più confuse, dispiace dirlo, la fase due o la fase tre (o comunque debba essere numerato il periodo che stiamo attualmente vivendo). Si è passati dalla fase della vigilanza ferrea (opportuna e condivisibile) nel momento del lockdown alla sostanziale assenza di controlli nei periodi successivi.

Ultimamente, va sinceramente rilevato che si è confusa la dimensione delle regole (che dovrebbero essere poche, chiare e con sanzioni certe nei confronti dei trasgressori) con quella «morale» e civica dell’appello al senso di responsabilità e alla maturità dei comportamenti che molto spesso, ahimè, lascia il tempo che trova. Il mondo «migliore», di fronte a taluni comportamenti individuali e collettivi degli ultimi tempi sembra davvero di là da venire.

E poi, c’è il problema-scuola. Un problema enorme. Far ripartire l’anno scolastico all’insegna di tanta incertezza e approssimazione non può che destare preoccupazione. Tra i dirigenti scolastici, gli insegnanti e le famiglie. Siamo davvero ad un bivio. D’altra parte, l’intervento di Draghi al meeting di Rimini, che molto sta facendo discutere, ha messo a fuoco non pochi problemi. Perché gli stati nazionali, che si sono trovati in prima fila nel momento dell’emergenza, non possono certo uscire da soli dalla stretta della crisi economica in cui la pandemia (incidendo su una realtà tutt’altro che esente da contraddizioni) ha gettato interi settori della società.

C’è l’Europa e c’è bisogno di un rapporto sempre più stretto con l’Unione Europea, che ha mostrato tutte le sue incertezze e indecisioni, ma che, alla fine, ha pur assunto decisioni atte a fronteggiare il rischio dello sprofondamento che tutti ci tocca e ci riguarda. Ebbene, lì ci saranno delle scelte da operare. C’è debito e debito, ha detto, se ben capisco, Mario Draghi. C’è un debito che può essere fruttuoso se serve ad orientare progetti per la crescita, per la sostenibilità (con l’emergenza ambientale che è tutt’altro che scomparsa) e per un equilibrato sviluppo di un’economia che ha bisogno di ripartire. E c’è il debito che è solo un gravame che rischia di essere poggiato sulle spalle dei giovani, se non c’è un ripensamento complessivo del modo di disegnare la società, di curare la formazione, l’istruzione, la ricerca, il lavoro dotato di una prospettiva.

Ci vuole una visione di insieme. Insieme, sembra essere, d’altronde, in più sensi, una parola-chiave per capire il punto in cui siamo. E’ a una dimensione globale, allo scenario internazionale, che bisogna tornare a guardare. Al di là degli specifici, preoccupanti e gravi problemi che ci affliggono (da quello sanitario, a quello economico-sociale, a quello, di prim’ordine, di carattere ambientale), c’è, direi, una questione che tutte le sovrasta, le investe e ne ridefinisce profilo e contenuto.

C’è una globalizzazione che forse (forse) cambia senso e cambia verso. Anche in questo, il cruciale passaggio della pandemia ha fatto, in parte, da rivelatore. E’ il quadrante internazionale, dunque, che bisogna tornare ad analizzare. C’è la Cina di Xi Jinping (e la crisi di Hong Kong), la Russia di Putin (e la repressione e le contestazioni in Bielorussia), c’è l’America avviata ad un cruciale passaggio elettorale (con l’accordo, favorito, intanto, da Trump, fra Israele ed Emirati Arabi), c’è il Medio Oriente in subbuglio con la tragedia del Libano.

Anche l’esortazione di Francesco, al di là della sua natura propriamente spirituale, umana e morale, viene a collocarsi in una luce diversa se pensiamo che le sorti di non piccole porzioni di umanità dipenderanno dal sommovimento e dai successivi assestamenti che si verificheranno negli equilibri del pianeta. E’ alla luce di considerazioni come queste, in un’ epoca in cui si sa tutto in tempo reale senza che se ne posseggano (o si lavori a creare) chiavi critiche di comprensione e di lettura, che acquistano ancor più valore temi come quello della buona informazione, del buon giornalismo, della comunicazione di qualità.

Ne parlavamo in uno degli ultimi volumi della rivista «Testimonianze» dal titolo La «verità » separata dai fatti. In un contesto complesso, in cui la verità sembra essere incerta e difficile da definire, in cui la comunicazione è talora manipolata e condizionata, in cui abbondano le fake news ed in cui si dicono e scrivono cose di tutti i generi (c’è perfino chi sostiene che il Covid non esiste e che sia stato inventato dalle lobbies e dai poteri forti della Terra) è importante lavorare a fare informazione rigorosa, basata sul controllo delle fonti, sulle verifiche, su analisi ponderate e sullo stimolo ad un buon uso della ragione critica.

E, questo, un aspetto cruciale: perché è importante che ci siano buoni comunicatori e operatori nel mondo dell’informazione, ma è importante anche che ci siano dei buoni lettori, attenti e abituati a tenere costantemente in allenamento e in funzione il loro senso critico. Al di là delle stanze e delle sedi importanti in cui si maturano e si prendono le decisioni che tutti ci riguardano, c’è anche lo spazio in cui i cittadini comuni possono muoversi per comprendere, valutare e giudicare la direzione che il loro Paese e il mondo vanno prendendo.

E’ anche in tale ambito che possono, forse, maturare grani di consapevolezza, capaci di fecondare il terreno propizio al risanamento (alla «guarigione»: quella sanitaria, ma anche quella etico-sociale, fondato sul rispetto della giustizia, dei diritti e della libertà) di cui questo nostro pianeta avverte un pressante bisogno.

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