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Integrazione in piccoli centri, storie di migranti a Castel del Piano Società

Castel del Piano – “Prima accoglilo in casa, poi dagli da mangiare e dopo si vedrà…” recitava un antico adagio della cultura contadina. Espressione sintetica di una mentalità che travalica le leggi degli Stati, gli opportunismi, le convenienze, e si scolpisce come un monumento alla solidarietà umana. Oggi viviamo particolarissimi momenti di conflitti sociali, e peggio, bellici, e ogni parte del mondo ne è coinvolta come nella spirale di un incubo assurdo e inconcepibile alla ragione. La gente che fugge dalla guerra, dalla violenza, è oggi la notizia quotidiana. In Maremma, terra a vocazione agricola per antonomasia, molti sono coloro che trovano rifugio e scampo alle persecuzioni del proprio paese e le file si ingrossano ogni giorno di più. E allora quali sono le reazioni, quali le problematiche, e soprattutto cosa è rimasto di quella proverbiale cultura della solidarietà che ha sempre contraddistinto il popolo maremmano? Ogni centro, piccolo o grande che sia è chiamato a misurarsi con questo fenomeno.

Un paese per tutti, Castel del Piano, sulle pendici dell’Amiata, presenta un variegato e folto numero di rifugiati dalle più disparate parti del mondo. Dal Kurdistan al Marocco, dalla Siria alle regioni martoriate dalla guerra civile dell’Africa centrale. Ovunque, per le strade paesane, è un pullulare di etnie. In un contesto siffatto ciò che viene chiamato “integrazione” non ha sempre un’applicazione facile per vari motivi. I rapporti con la popolazione locale, vuoi per la lingua, abitudini, quand’anche per la religione, sono ridotti al minimo e ciascuno sembra viaggiare in compartimenti stagni separati, o perlomeno quello che si vorrebbe intendere per integrazione, rimane relegato alla frequentazione di un bar, la spesa al supermercato, gli appuntamenti in parrocchia per i bisogni primari e un corso di lingua per i più volenterosi. Molto poco per integrarsi con i locali, ma sono primi passi necessari e indispensabili.

Ecco le storie di due nigeriani, tra gli undici che sono alloggiati, al momento, in albergo locale. Harrison, 19 anni, e Greg di 31. “ Sono fuggito dalla mia città – dice Harrison – a causa delle violenze e della guerra con la città confinante. I miei familiari sono scomparsi. Sono scappato senza pianificare nulla, con pochi spiccioli in tasca e campando di espedienti.” Anche Greg racconta: “Noi siamo pentecostali e siamo perseguitati. Il 28 febbraio di quest’anno, dopo aver perduto i genitori, ho tentato di raggiungere il territorio libico, l’ho attraversato con altri compagni rischiando di essere fucilati in ogni momento del giorno e della notte.” E’ noto che queste vie di fuga percorse da tante fiumane di disperati sono teatro di violenze inaudite da parte delle bande che, senza controllo, vi scorazzano in lungo e in largo. Harrison e Grieg raccontano con gli occhi che vorrebbero rimuovere fantasmi terribili: “Molte volte – prosegue Harrison – abbiamo subito l’attacco dei libici e visto molti compagni cadere sotto il fuoco delle bande. Fortunosamente, raggiunta la costa, di notte, mi sono buttato dentro ad un barcone super affollato che stava salpando, il primo che ho incontrato, nell’oscurità più completa, senza pensare a niente se non a scappare dall’inferno.”

Ci ha raccolti in alto mare una motovedetta italiana – prosegue Greg – quando ormai l’imbarcazione, priva di carburante, era in balia delle onde. Poi mi hanno portato a Taranto.”

Storie come tante, quasi in fotocopia, che non rivelano niente di nuovo se non il dramma sconfinato di chi, avendo perso tutto, cerca solo di rifarsi una vita. Adesso questi giovani nigeriani da aprile sono a Castel del Piano, imparano la lingua, vorrebbero trovare un lavoro, inserirsi nel contesto sociale paesano. Nutrono le più elementari aspirazioni di un essere umano, ma molti sono i muri, gli ostacoli, il baratro che separa abitudini consolidate diverse. I locali talvolta mugugnano nel vedere questi giovani trascorrere le giornate sulle panchine del parco pubblico. Vorrebbero vederli al lavoro, magari organizzati in qualche attività socialmente utile, ma le amministrazioni comunali e lo Stato sembrano impreparati a produrre soluzioni che vadano oltre il “parcheggio”.

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