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International Feel – Live at the Museum: Firenze assapora il gusto dei grandi eventi internazionali Cultura

Basteranno quattro mesi per fare del capoluogo toscano un crocevia culturale pari a Berlino, a Londra, a New York e a tutte le altre capitali del sentire contemporaneo? Un manipolo di visionari è disposto a credere di sì, e ha speso tutte le proprie energie nell’allestimento di un evento che – fin dal nome – tradisce la volontà di superare i limiti imposti dalle consuetudini del bel paese. La rassegna, battezzata “International Feel – Live at the Museum”, riunisce sei performance di musica e video art ad opera di alcuni dei più grandi artisti internazionali, in esclusiva toscana e talvolta italiana. Nei prossimi mesi, all’interno dei suggestivi spazi del Museo Marino Marini, si alterneranno performer del calibro di Alva Noto (questa sera), Fennesz (17  Febbraio), Carter Tutti (30 Marzo), Mouse on Mars (13 Aprile), Sic Alps (27 Aprile) e Nurse With Wound (18 Maggio). Dietro alla sigla International Feel si cela in realtà un gruppo di lavoro facente capo ai titolari del negozio di vinili Marquee Moon (anche distributore europeo tramite il marchio Abraxas), che include il Museo Marino Marini, il mensile musicale Blow up, la Libreria Brac e il negozio d’abbigliamento Sociéte Anonime. Abbiamo incontrato Daniele Nannoni e Maurizio Fani, fra gli organizzatori dell’evento assieme a Filippo Salvadori, perché ci spiegassero la natura del progetto.

Come nasce l’idea di mettere in piedi un’iniziativa di questo tipo?

Daniele Nannoni: “Di recente il mio socio in Abraxas/Marquee Moon, Filippo Salvadori, ha passato un anno a New York. Lì ha avuto modo di entrare nel giro dei grandi eventi musicali – un esempio su tutti il celebre All Tomorrow’s Parties – collezionando una serie di preziosi contatti. Profondamente colpito dalle manifestazioni a cui aveva assistito, Filippo ha cominciato a considerare la possibilità di organizzare qualcosa del genere anche da queste parti. E, dal momento che Firenze continua ad esercitare un fascino particolare sugli americani, l’idea ha riscosso consensi.”

Maurizio Fani: “A quel punto Filippo e Daniele, con cui da anni intrattengo un ottimo rapporto di amicizia, mi hanno contattato. C’era bisogno di sondare il terreno per capire se la cosa si sarebbe potuta realizzare. C’era bisogno di creare un immagine per l’evento, un’immagine ben precisa che potesse attirare un target ben preciso. Ovvero, persone a loro agio tanto nel mondo dell’imprenditoria  quanto in quello dell’arte. Il mio compito sarebbe stato allestire un team lavorativo intorno al progetto. In quanto responsabile del marketing per un grande gruppo editoriale ho un network di conoscenze piuttosto vasto, e per questo motivo sembravo loro la persona più adatta ad aiutarli. Da parte mia, erano anni che desideravo coinvolgere una serie di persone in una iniziativa  di questo tipo. Così ho presentato a Filippo e Daniele i ragazzi di Libreria Brac, che a loro volta ci hanno introdotto al direttore del Museo Marino, Alberto Salvadori, una persona dalle vedute molto ampie che si è dimostrata subito disponibile. Fin dall’inizio, infatti, l’idea era quella di tenere l’evento all’interno di location inconsuete. Tutto si è sviluppato in maniera precipitosa, ma estremamente gratificante. Filippo ha curato la direzione artistica, il mio ruolo è stato quello del coordinatore, mentre Daniele si è occupato degli aspetti finanziari”.

In che modo la location ha influito sulla scelta degli artisti da contattare?

M.F.: “In modo assoluto, direi. Ci troviamo ad agire all’interno di un museo, di conseguenza abbiamo favorito la dimensione della performance. Fin dal principio eravamo preparati ad aggiustare il tiro in base alle caratteristiche della location che ci fosse stata messa a disposizione. Questa rassegna, nelle nostre speranze, è soltanto il primo di una serie di eventi che intendiamo realizzare. Come dicevo prima, abbiamo puntato soprattutto a creare un brand riconoscibile, una carta d’identità che ci fornisse le credenziali necessarie per portare avanti altre inziative in futuro. Iniziative animate magari dallo stesso spirito, ma non necessariamente dalle stesse scelte a livello musicale. Nel complesso ci piacciono stili molto diversi fra loro, e in ogni caso l’intenzione sarebbe quella di non fermarsi alla musica, allargando il discorso ad altre sfere dell’espressione artistica.”

I prenderanno parte alla rassegna sono nomi di un certo rilievo. È stato complicato entrare in contatto con loro e coinvolgerli nel progetto?

D.N.: “In effetti noi siamo dei neofiti in questo campo… Filippo ha cercato la collaborazione di alcuni personaggi interni al mondo dell’organizzazione eventi, persone che potessero arrivare agli artisti che aveva in mente di coinvolgere. Enrico Croci di Electric Priest ha subito fortemente il fascino della proposta, assumendo da subito un ruolo attivo. Si è presentato per un paio di sopralluoghi qui a Firenze, in modo da capire se effettivamente l’evento fosse realizzabile a livello tecnico. Fortunatamente, tutte le persone che via via hanno preso parte al progetto hanno dimostrato di non guardare alla cosa da una prospettiva puramente economica. La dedizione alla causa è stato un aspetto fondamentale per la riuscita della nostra iniziativa. Questo aspetto è particolarmente importante in relazione agli artisti. Ricordo che ci troviamo all’interno di un museo: niente drappi, niente teli, niente poltrone. Non c’è modo di assorbire il suono. Anche a livello puramente acustico la faccenda rappresentava una sfida non da poco. Ogni artista ha dovuto far fronte ai problemi che derivavano dalla situazione a secondo delle sue particolari esigenze. Fortunatamente l’entusiasmo non è mancato da parte di nessuno, ed è soprattutto grazie a questo che oggi possiamo offrirvi un assaggio di quello che, nel resto d’Europa e del mondo, è già una consuetudine.”
 

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