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Quando la tradizione sposa l’innovazione: intervista a Luca Bassilichi STAMP - Azienda

La prima industria  a emissioni zero d’Italia, che nascerà entro un paio d’anni a Pontassieve, porterà la sua firma. Luca Bassilichi, 54 anni, presidente della HMV srl, industria di componenti meccanici ad alta precisione, nelle potenzialità inespresse del settore manifatturiero toscano ci crede davvero. Ed è fermamente convinto che investendo per innovare in tecnologia e marketing anche un settore depresso, apparentemente fermo e duramente colpito dalla crisi degli ultimi anni, potrà farcela. La sua storia imprenditoriale comincia molti anni fa, nell’azienda informatica di famiglia.
«Ho iniziato la mia esperienza nella Bassilichi nel 1981. L’azienda fatturava quelli che oggi sarebbero 5 milioni di euro all’anno. Ne sono uscito, dopo 25 anni che ne fatturava 300 milioni. Lavorando nel management dell’azienda, posso dire di aver contribuito a questa crescita».
Poi, 3 anni fa, esce dall’azienda ed inizia un’avventura imprenditoriale tutta sua, rilevando la Hmv, che nelle sue mani raddoppia in breve tempo fatturato e dipendenti.
«Ho rilevato un’azienda che fatturava 1,3  milioni di euro con quindici addetti. Quest’anno il fatturato è stato di 2,8 milioni di euro e i dipendenti al momento sono circa 30».
Due anni fa Bassilichi rileva le quote di maggioranza delle vecchia Officina Meccanica Bondi Adone srl e comincia ad immaginare di farne uno stabilimento totalmente eco-compatibile, autosufficiente dal punto di visto energetico, capace di attuare il totale riciclo dell’acqua e degli scarti di lavorazione. Il primo sito industriale a emissioni ero della Toscana e dell’Italia intera. Il tutto con un investimento di circa 3 milioni di euro.
«In realtà è una cosa semplicissima, che ogni imprenditore può fare. Si tratta di applicare ad un’azienda tradizionale tecnologie innovative. Abbiamo pensato che il vecchio mondo metalmeccanico toscano potesse essere il terreno adatto per testare e lanciare queste nuove tecnologie. In un progetto che nasce nell’ambito di un’azienda con capacità d’investimento limitate. Partiamo infatti da una situazione di industria che in questo momento è molto depressa, sapendo che dobbiamo camminare sulle nostre gambe e al tempo stesso che si potrebbe fare molto di più, a giudicare dai primi significativi risultati che stiamo ottenendo».
E allora, in un contesto così “depresso” come quello del settore manifatturiero toscano,  la via d’uscita, o la via della ripresa, sta in questo, cioè nell’investire in innovazione?
«Sicuramente senza investimenti e senza innovazione, sia nella tecnologia che nel settore marketing e commerciale, non si va da nessuna parte. Il nostro è un settore abituato a lavorare su commessa, ad essere un terzista, anche mentalmente. Ed oggi è un settore fermo. Ma invece questa industria ha tutte le capacità per essere competitivo, per inventare qualcosa di nuovo. Molti imprenditori si stanno ormai rendendo conto che, a certe condizioni, si può tornare a produrre in Italia»
E qual è, secondo lei, il vantaggio competitivo dell’industria toscana?
«Il vantaggio è che intanto siamo  in un territorio molto bello. Ma non solo. In Toscana sono due secoli che esiste il manifatturiero. A Pontassieve si possono ancora vedere le antiche Gualchiere di epoca medievale, l’esempio di opificio più antico del mondo. E ancora le officine ferroviarie, intorno a cui sono nate tante aziende. Insomma, la Toscana ha una tradizione manifatturiera di secoli, unita a una tradizione universitaria di altissimo livello. La nostra capacità manifatturiera, unita alle capacità e al know-how tecnologico, è una grande patrimonio. Tutto ciò non basta, ma siamo qui per costruire».
 

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