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Iran, la protesta delle donne è la voce del Paese Breaking news, Opinion leader

Firenze – In Iran dilaga la protesta, scoppiata in seguito all’uccisione, in circostanze sospette, della giovane curda Mahsa Amini lo scorso settembre, mentre, si trovava in custodia per aver indossato in modo scorretto il copricapo. Anche nelle province più conservatrici dello stato islamico le donne scendono in piazza, in questo caso col viso coperto dal chador, per rivendicare i propri diritti. Cortei a Zahedan, dopo quelli di Saqqez, Karaj, Kermanshah, Sanandaj, Shiraz, Ahvaz, Mashhad, Isfahan e della capitale. L’antica Persia si è svegliata ed è in febbrile agitazione da nord a sud, da est a ovest. Celate dallo hijab o a viso scoperto le donne da settimane fanno sentire la propria voce contro la dittatura. Un movimento che non sembra placarsi nemmeno difronte alla reazione della polizia e all’uso sproporzionato della forza. Secondo le organizzazioni non governative internazionali il bilancio accertato delle vittime tra i manifestanti sarebbe intorno alle 500. Mentre, il numero di coloro che sono sotto custodia nelle carceri supererebbe le migliaia, e cresce di ora in ora. Repressione che, tra le altre cose, ha portato all’arresto di decine di stranieri presenti nel paese. Per lo più a scopo intimidatorio. Nella lotta alle streghe la teocrazia degli ayatollah si trincera dietro alla teoria del complottismo. Puntando ancora una volta il dito contro le manovre segrete di entità estere, intenzionate – a loro dire – a destabilizzare il governo. I cui vertici accusano apertamente i curdi di essere al servizio di USA, GB ed Israele, in quella che viene ufficialmente ritenuta una “congiura” di terroristi. Intanto, nei quartieri la gente sfida le milizie paramilitari dei basij, che presidiano le strade, con modalità di disobbedienza che vanno dal non portare il velo in pubblico, al cantare e mettere musica durante la notte, a creare ingorghi o dar vita a concerti di clacson. Quando intervengono le forze dell’ordine i manifestanti si ritirano e poi ritornano sul posto di nuovo. Ogni mattina, sono sempre più numerose le scritte che compaiono sui muri delle case, inneggiano alla rivoluzione e “morte al dittatore”. Il regime sciita è scosso da un processo di emancipazione destinato a durare. La libertà prima o poi arriverà, i tempi dipenderanno dalla forza trainante di cambiamento dentro la società stessa iraniana. La resistenza della dittatura per quanto violenta e brutale è destinata a soccombere, così come in passato è stato per la monarchia dello scià. In questo percorso l’Occidente è chiamato rapidamente a prendere una posizione, che non sia solo di facciata. A prescindere da quale sarà l’esito di questo movimento è il momento per l’Europa di schierarsi, senza sotterfugi, nel nome dei principi di uguaglianza di genere e della democrazia. Con la speranza di riuscire a contribuire ad un futuro migliore per i cittadini iraniani. Così come avremmo voluto fosse avvenuto in questi anni in molti altri contesti, dall’Egitto alla Siria, dalla Bielorussia ad Hong Kong. Che invece abbiamo abbandonato al loro destino.

In foto: presidio di donne iraniane a Firenze

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