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Iran tra visione reale e percezione deformata Cinema, Middle East Now, Società

“L'Iran è un paese che da molto tempo è al centro dell'attenzione mediatica. Purtroppo siamo consapevoli come questa visione sia estremamente falsata e spesso deformata dai nostri interessi come dalle nostre aspettative.” Così ha esordito Felicetta Ferraro, affermata iranista ed ex-addetto culturale all'ambasciata italiana a Tehran e moderatrice dell'incontro tenutosi stamattina al cinema Odeon dal titolo “Vero/Falso/Interpretato: Cinema e Società nell'Iran dell'Oscar”.  Il titolo sta ad incarnare quella visione multipla, sfaccettata e spesso errata dell'Iran che ha l'opinione pubblica e il mondo occidentale. Il cinema si trasforma così in un'arma a doppio taglio, da un lato può essere un mezzo per costruire un immagine positiva e reale del paese, dall'altro lato può essere utilizzato per creare una visione vicina a quella del regime trasformandosi in una propaganda vera e propria. Questi due lati del cinema iraniano sono stati analizzati e discussi da un gruppo di esperti iranisti. Sono stati invitati dal Middle East Now a confrontarsi di fronte al pubblico: l'ex-ambasciatore italiano a Tehran Roberto Toscano, la critica e storica cinematografica iraniana Antonia Shoraka, il regista Maehrad Oskuei – ospite al festival con una piccola retrospettiva dedicata ai suoi documentari – il giornalista Fabrizio Cassinelli e l'inviato dell'espresso Roberto Di Caro.

“L'Iran è un paese complesso, con una storia difficile che si trascina tuttora le conseguenze di due rivoluzioni avvenute il secolo scorso: quella costituzionale del 1906 e quella islamica del 1978-1979 – queste sono le parole della moderatrice – Il cinema iraniano può riuscire nell'opera di far conoscere il mondo iraniano dall'interno, raccontato dai suoi protagonisti e dalle persone che vivono in Iran oggi. E sono sicura che l'opera 'Una separazione' di Asghar Farhadi  farà da spartiacque nella storia del cinema iraniano.”
“Certamente il film di Farhadi rappresenta un punto d'arrivo importante per il cinema iraniano – ha continuato Antonia Shoraka – Prima a dominare c'era il cinema di Abbas Kiarostami, osannato all'estero ma non molto apprezzato in patria per la sua visone eccessivamente lirica e legata al mondo rurale. Per il pubblico iraniano Kiarostami manca di quegli elementi sociali che invece il cinema di Farhadi è riuscito ad inglobare. Già nelle sue opere precedenti come Fireworks Wednesday del 2006, il regista aveva cominciato a inserire alcune tematiche sociali all'interno dei suoi lavori. Grazie al suo stile moderno Farhadi si è fatto strada passo dopo passo verso il successo di pubblico e critica.”
A proposito dell'Oscar come miglior film straniero Antonia Shoraka ha continuato dicendo: “Sebbene il nostro governo abbia utilizzato il film 'Una separazione' come una sorta di ricatto politico – affermando che se il film non fosse stato nominato, prima, e se non avesse vinto, dopo, il gesto sarebbe stato visto come l'ennesimo attacco all'Iran – la pellicola  è effettivamente un capolavoro, capace di colpire lo spettatore non per la visone politica ma per quella umana e sociale, non sottovalutando assolutamente l'aspetto artistico. Il film è riuscito così a porsi come vero e proprio spartiacque nella cinematografia iraniana dato che ha presentato un terzo modo di fare cinema. Farhadi è riuscito nel compito di fare un film per il pubblico iraniano senza essere per forza legato al governo ma al contempo non facendo aperta opposizione. Si racconta una storia e si raccontano i problemi umani che affliggono la nazione.”

Ed è proprio al tema dei problemi umani e sociali che si è legato il regista Mehrdad Oskuei. “Il neorealismo italiano affermava che i panni sporchi vanno lavati in casa. Spesso il cinema vuole mostrare gli aspetti positivi della propria nazione tralasciando quelli negativi. I problemi umani e sociali non sono panni sporchi da lavare in casa ma anzi sono argomenti universali che vanno per forza affrontati. Come regista – ha continuato – sento il dovere di rimanere in Iran per parlare dei problemi che ci sono. Esistono delle limitazioni nel fare cinema, ma tento sempre di muovermi attraverso di esse e fare i miei film in modo legale. Questo mi permette di mostrare al pubblico iraniano ciò che vedo e sento attraverso la mia sensibilità. Il successo di grandi registi come Kiarostami e Farhadi sta nel riuscire a prendere le complicazioni del nostro paese e semplificarle rendendole comprensibili per il pubblico, nazionale e internazionale.

“La visione che il mondo occidentale ha dell'Iran è spesso caricaturale – ha dichiarato l'ex-ambasciatore Roberto Toscano – Se chiediamo in giro cosa si pensa a proposito dell'Iran vengono subito in mente: Chador e nucleare. Dopo aver visto “Una separazione” mi sono innamorato del film e ho tentato di farlo conoscere ad alcuni amici. Sono rimasto spiazzato da alcune domande che mi sono giunte e che dimostrano la visione falsata che si ha di questo paese. Mi è stato immediatamente chiesto se il film fosse stato censurato. No, il film è uscito in tutti i cinema iraniani diventando il terzo film di maggiore incasso dell'anno. Inoltre mi hanno domandato se il regista fosse stato arrestato in seguito all'uscita del film. Nemmeno questo è vero, Farhadi è libero e non ha avuto alcun problema per averlo girato.
Vediamo così come la visone di questo paese sia limita ma il cinema può sicuramente porsi come mezzo d'eccellenza per far conoscere i problemi reali del paese. Come quello socio-economico che non viene quasi mai citato, l'enorme disuguaglianza che esiste tra il ceto basso e il ceto alto, che vive in modo quasi occidentale, abbracciando un capitalismo sfrenato ma che continua a sostenere il regime.”
Proprio di questo argomento parlerà il film Felicity Land di Maziar Miri che il pubblico del festival potrà vedere questa sera alle 21.00 sullo schermo dell'Auditorium Stensen. La pellicola racconta della vita costellata di tradimenti e crisi matrimoniali di alcuni abitanti del quartiere dei nuovi ricchi di Tehran.

A cura di Diego Garufi

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