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Irpet, il direttore Sciclone: “Occupazione in crescita, ma part time e povera” Breaking news, Economia

Firenze – Segnali di tenuta complessiva, che si manifestano negli andamenti della produzione industriale, export e anche dell’occupazione in termini di addetti, ma tutto dentro un quadro di crescente vulnerabilità. E’ questo, in sintesi, il quadro offerto dall’ultimo Report dell’Irpet, circa il sistema economico toscano. E nello specifico sulla vulnerabilità e sulla fotografia ravvicinata della realtà svelata dai dati, abbiamo posto alcune domande al Direttore dell’Istituto regionale programmazione economica della Toscana, Nicola Sciclone. 

A cosa vi riferite quando parlate di crescente vulnerabilità, sia reale che come sentimento diffuso?

“Intanto, si tratta di una fotografia che fonda su vari motivi. Per cominciare, la storia di successo raccontata dalla produzione industriale, dall’export e dagli adetti che crescono non riguarda tutti, in quanto c’è una fetta di popolazione esclusa da questo successo. Cè anche un problema di percezione, anche oltre il reale, di vulnerabilità, che si manifesta nel fatto che c’è una quota crescente di famiglie che, sotto la pressione dei rincari, dichiarano di arrivare alla fine del mese con difficoltà rispetto al passato. Il 58% di famiglie, vale a dire la maggioranza, dichiara di arrivare con difficoltà (nelle varie sfumature, da lieve a pesante) alla fine del mese rispetto alla quota di famiglie che dichiara invece di arrivare a fne mese con tranquillità. C’è anche una quota non banale, il 14% di famiglie che ritiene di essere in povertà, mentre il dato reale è più basso. Si tratta di una percezione, ma la percezione è un segnale che indica una sorta di insicurezza generale che non va sottovalutata”.

Da cosa nasce questa insicurezza?

“Da un lato, nasce dal fatto che veniamo da mesi in cui tutta una serie di eventi avversi, dalla pandemia alla guerra in Europa, hanno necessariamente compromesso il clima di fiducia. Dall’altro però, il reddito può crescere, i posti di lavoro possono crescere, ma ciò che conta è quanto si può comprare con quel reddito. Se i prezzi aumentano molto più del reddito, si ha una compressione del potere d’acquisto. Le famiglie più povere hanno dovuto rinunciare a parte dei loro consumi, come risulta da una nostra indagine. Però c’è anche una parte più strutturale, di lungo corso, che è quella del fatto che veniamo da un decennio, da un quindicennio meglio, in cui paradossalmente l’occupazione cresce più del prodotto interno lordo. Allora, se l’occupazione cresce più del Pil, vuole dire che inevitabilmente si tratta di occupazione povera”.

Occupazione povera in che senso?

“Da un lato diminuisce l’intensità di lavoro, ovvero le giornate lavorative. Si tratta di un’occupazione in cui è cresciuta molto la quota di lavoro part time, di tipo involontario, oltre a quella a bassa resa salariale. Prima della pandemia, la quota di lavoratori poveri in Toscana era intorno all’11 %, fra i 160mila e i 164mila, mentre dieci anni prima, erano attorno al 7%, quindi circa 80mila. Questa crescita è dovuta in parte, come già visto, al fatto che sono diminuite le giornate di lavoro, ovvero il lavoro è diminuito in termini di intensità, e in parte al fatto che ci sia una più bassa resa salariale. La bassa resa salariale è dovuta a due aspetti: il primo che si è cercato di fronteggiare la concorrenza anche internazionale, giocando sulla compressione dei costi, causando l’aumento di forme di lavoro non standard, vale a dire in forme di lavoro atipiche a poche ore o con contratti a termine; il secondo, il fatto che l’occupazione sia cresciuta nell’ambito dei servizi e non della manifattura. Non si tratta di un punto trascurabile, dal momento che i lavori più stabili e remunerati meglio che premiano di più i livelli di istruzione e competenza sono i lavori in manifattura. Il lavoro più precario e più povero si colloca nel terziario, in particolare in alcuni segmenti legati ai servizi alla persona o a quelli turistici, in cui è maggiore l’incidenza del lavoro povero. Quello del lavoro povero è un fenomeno che riguarda l’intero Paese, ancora più che la Toscana. Ha pesato un ventennio di tagli agli investimenti e ai consumi pubblici per tenere in ordine i conti dello Stato. E una inclinazione delle imprese, non adeguatamente contrastata, di puntare sulla moderazione salariale piuttosto che sulla innovazione”.

E’ possibile cercare nei dati una risposta alla querelle che rimbalza spesso dalle pagine dei giornali, ovvero che il lavoro ci sarebbe, ma le persone non vogliono lavorare, magari aiutate, come è fabula comune, dal reddito di cittadinanza, che pure è stato significativamente ristretto?

“Si tratta di una risposta complessa, che si gioca su più dimensioni. La riflessione che vale la pena fare è che una parte non trascurabile di quel lavoro che non risponde all’appello, manca perché le condizioni di lavoro in termini remunerativi sono molto basse. Tutto il dibattito legato al reddito di cittadinanza che si dice abbia spiazzato il mercato, non tiene conto che il reddito di cittadinanza, quando va bene, arriva 600-700 euro al mese, ma nella media si colloca sui 450 euro. Se una persona preferisce tenersi il reddito di cittadinanza piuttosto che lavorare, vuol dire che la paga non è molto più alta rispetto a ciò che percepisce come Rdc. E’ quasi, per paradosso, un’autodenuncia che il lavoro a bassa resa salariale è sotto i livelli di accettibilità e sostenibilità sociale Mi verrebbe da dire che è quasi più un atto di accusa per chi il lavoro lo offre, piuttosto che per chi lo rifiuta. Per superare l’impasse, occorre da parte di chi cerca lavoro il dotarsi di un’accumulazione di competenze che siano o di alto livello, oppure di livello più, per così dire, “basso”, ma specializzate, competenze tecniche legate al saper fare, ai distretti, pelletteria, oreficeria, nautica, meccanica, farmaceutica, che richiedono competenze e scuole professionali in grado di fare formazione. Dall’altro lato, è necessario trovare modalità di sviluppo che permettano al nostro tessuto economico di posizionarsi su punti più alti della catena del valore. Quindi, un sistema capace di offrire opportunità. Vi sono, in particolare nel manifatturiero, spazi di sviluppo e di crescita che però vanno coltivati. Un altro aspetto non banale riguarda l’imprenditorialità. La nascita di nuove imprese è un problema evidente in Toscana e a livello nazionale, nel senso che ne nascono troppo poche. Bisogna capire quali segmenti e settori attenzionare”.

Quanto può essere significativo in questo discorso l’export?

“L’export rappresenta una nostra forma di ricchezza che finanzia i nostri consumi. Ma il punto è che anche nella capacità che abbiamo di produrre ed esportare in alcuni comparti, la si concretizza con l’importazione di alcuni beni e servzi intermedi che servono a realizzare gli oggetti di export che conseguentemente
perdono contenuto di valore, o meglio generano meno reddito di quanto potrebbe accadere in una situazione di minore dipendenza dalle importazioni. Si può fare uno sforzo per reincorporarli nel sistema produttivo toscano, tecnicamente accorciando la filiera, creando posti di lavoro “buoni”. Lo vediamo anche con il PNRR: si “spende” magari per la digitalizzazione, per alcuni progetti importanti di infrastrutturazione, ma il moltiplicatore della spesa magari non è così alto perché c’è una quota elevata di importazione;  se la si produce in interno, il saldo sarebbe maggiore”.

Cosa si può fare, dove intervenire per cercare di “curare” questa corrosione del tessuto economico sociale?

“Sono molti i piani su cui possiamo intervenire, quello redistributivo deve essere posto senz’altro al centro della nostra attenzione, l’obiettivo deve essere  quello di aiutare i più giovani, anche a costo di sacrificare il tenore di vita e il benessere della popolazione meno giovane, perché un Paese che non si pone il problema dei giovani è un Paese destinato alla decadenza. Questo è il primo problema da un punto di vista redistributivo complessivo. Però, occorre il consenso sociale per fare ciò, che manca in quanto i giovani sono demograficamente deboli, la maggior parte della popolazione è sempre più vecchia. Quindi, c’è solo un modo per uscire da questo cul de sac: tornare a crescere. E’ senz’altro banale dirlo, ma ora abbiamo questa occasione rappresentata dal Pnrr, per la prima volta dopo vent’anni in cui non vediamo soldi per investire. Si tratta non solo di un salvadanaio, ma anche di un programma di governo, dal momento che vengono anche date delle linee di spesa. Se poi queste risorse non vengono usate per fare investimenti e migliorare la nostra produttività, ovvero la nostra capacità di produrre reddito, a quel punto non si può più incolpare nessuno. L’urgenza è monitorare, seguire e lavorare bene affinchè questi soldi siano spesi; in parte, per garantire un po’ più di benessere, quindi edilizia sociale, asili nido, welfare; dall’altro lato, occorre la capacità di avere un quadro che consenta di monitorare il rapporto fra spese per il benessere e per la crescita, in modo tale da garantirci anche la sostenibilità futura di un benessere che le risorse del Pnrr dovrebbero essere in grado di riattivare. Tutto ciò sarà possibile solo se attiveremo investimenti capaci di aumentare la redditività dei fattori produttivi, lavoro e capitale. Puntare a un rilancio dello sviluppo che non giochi sull’arma della competizione e della compressione dei costi, ma sull’arma dell’innovazione. Ciò significa anche mettere in campo politiche industriali, occorre un rilancio della capacità di governo dei processi economici per guidarli e orientarli. Il mercato da solo va laddove c’è la convenienza, ma la convenienza può non coincidere con l’interesse collettivo.

Un altro punto importante di cui occuparsi dovrebbe essere il fisco: occorre un fisco equo che accompagni questo sviluppo, che colpisca di più i fattori improduttivi rispetto a quelli produttivi. Negli anni, non sono aumentati i salari, ma neanche i profitti: ciò che è aumentato è il valore dei fattori improduttivi, ad esempio la rendita. Sia immobiliare che finanziaria; ma quanto a quest’ultima la tassazione è molto difficile, dovrebbe essere affrontata a livello europeo o addirittura internazionale”.

In foto la sede dell’Irpet, a Villa la Quiete

 

 

 

 

 

 

 

 

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