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Irpet, innovazione degli investimenti pubblici: il percorso “place based” Economia

Firenze – La cornice è europea, ma la necessità di ripensare a un governo territoriale che dia luogo a nuove prospettive di sviluppo che esaltino le caratteristiche del territorio evitando gli “sbagli” di cui s’è reso complice un intero blocco economico-politico è una realtà con cui tutti devono fare i conti, anche la Toscana. Perché sarà proprio sul come e con chi ripartire in questa nuovo inizio (per adesso piuttosto incerto, a dire il vero) che sembra adombrare la ripresa, che si commisurerà e ricostruirà la solidità di un intero sistema, non solo economico, ma anche sociale e valoriale.

Di questo si è discusso oggi nel seminario organizzato dall’Irpet  sull’innovazione negli investimenti pubblici. Un discorso che parte da lontano, e che sembra doversi porre, come affermato via via dai vari relatori, più nel senso di un “ripensamento” di sistema che di un “aggiustamento” di alcune politiche. 

Ed è proprio nell’ambito di una innovazione che rende diverso l’approccio degli investimenti pubblici dentro la carne viva dell’economia dei territori, che si pone la relazione di Fabrizio Barca, Ministero dell’economia, che parte dalla rivalutazione e riconsiderazione delle cosiddette “aree interne”. Cosa sono le aree interne? Quei territori che un certo tipo di sistema, basato in buona sostanza sulla valorizzazione spinta delle grandi aree urbane (concetto d’altra parte funzionale  a un tipo preciso di sistema economico, sostenuto dal capitalismo finanziario in cui molta parte ha la “rendita”, ad esempio immobiliare) “espelle” dal processo economico del profitto, creando, attorno a mastondontiche aggregazioni urbane, veri e propri deserti che fatalmente finiscono nel degrado. Ebbene, è proprio il processo inverso quello che viene prospettato sotto il nome di place based, ovvero di sistema basato sui territori. Del resto, proprio le aree cosiddette interne hanno dalla loro non solo dei saperi, ma anche tutta una serie di “dati” che non sono “ricollocabili” o “spostabili” come invece sono il lavoro, ad esempio, o la residenza. Ed è proprio su questi saperi, su queste reti di relazioni che si basa la forza dei territori. I quali, mettendosi “insieme” possono arrivare a fare quella massa critica che serve per realizzare un ‘operazione che vada in senso opposto rispetto alla grande aggregazione urbana. Una sorta di diffusione dei saperi, basati sulle eccellenze dei territori, che non lasci spazio alle desertificazioni, di uomini e cervelli, con cui invece si scontra il modello della super città metropolitana.

Se si parte da questo presupposto, ovvero sul percorso definito appunto place based (basato sui territori) cambia anche l’aspetto dell’investimento pubblico, perché, molto semplicemente, cambia anche l’idea di Stato. Nel senso che uno Stato che opera scelte di investimento pubblico “place based” deve essere fatalmente uno Stato “sperimentale” che significa in buona sostanza capace di cambiare scelte, priorità, investimenti, a seconda delle caratteristiche dei diversi territori. Insomma deve riuscire ad arrivare alla “territorializzazione delle politiche di settore”.

Un modello che potrebbe apparire molto adeguato alla Toscana, con i suoi centri di eccellenza diffusi sul territorio, ma anche con la presenza di aree interne che pur non essendo del tutto al passo posseggono proprio quelle caratteristiche di “saperi” e relazioni che identificano la ricchezza e la capacità di sviluppo del territorio. Un modello dunque che “convince” il governatore toscano Enrico Rossi, che ha partecipato al seminario odierno, ma che pone anche alcuni interrogativi proprio alla poltica. Ad esempio, dice Rossi, la politica è chiamata a individuare alcuni snodi fondamentali, ad esempio, con chi costruire, vale a dire, quali sono i blocchi sociali, gli interlocutori che consentano di non “sbagliare investimento” intendendo con ciò che consentano di non ricadere in logiche che sono diventate ormai di “rendita” e che magari in tempi passati hanno giocato invece ruoli di sviluppo dinamico. Emblematico il caso di Prato, dove lo sviluppo economico è arrivato a generare logiche di rendita così pesanti da diventare freno allo sviluppo, o del porto di Livorno, dove posizioni date per acquistite hanno portato alla rinuncia di entrare a viso aperto nella partita della competitività e del confronto con il resto del mondo; situazione che è entrata in una crisi fatale che per venire risolta ormai necessità di un nuovo adeguamento del porto alla realtà, costituita dalle grandi navi transoceaniche che per approdare abbisognano di escavi di fondale che giunga a venti metri.

Insomma, in buona sostanza, dice Rossi, la politica deve ricominciare a recuperare l’ambizione del proprio ruolo, che è anche quello di individuare “con chi”. Non solo: la logica delle “aree interne” e del place based implica anche un concetto di “inclusione” che deve diventare proprio della politica e che include territori, quartieri, persone che vengono “espulse” invece da modelli che contano seguaci ancora oggi in tutta Europa. Anche perché, conclude, “è dalla condizione delle aree interne che dipendono quelle urbanizzate”.

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