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Israele alle urne: tutti (anche l’Europa) contro Netanyahu Opinion leader

Pisa – Israele al voto, di nuovo in poco meno di due anni. Il governo in carica presieduto dal falco della politica israeliana Benjamin Netanyahu ha ufficialmente indetto nuove elezioni per il prossimo 17 marzo. La caduta del governo di Netanyahu si è verificata a causa di dissidi interni alla coalizione. In particolar modo la frattura inconciliabile tra l’ala più moderata-centrista e quella conservatore-nazionalista ha convinto il premier a prendere la decisione di “cacciare” gli alleati dalla compagine e andare alle urne.

La scelta non deve essere stata delle più semplice per il leader storico della destra israeliana, quella che si annuncia è infatti una guerra di tutti contro di lui in una campagna lunghissima. E soprattutto le nuove elezioni potrebbero vedere l’affermazione definitiva di Naftali Bennet quale nuova guida per la destra israeliana e sancire il tramonto della stella di Bibi. È un dato di fatto inoppugnabile che Netanyahu ha dimostrato coraggio optando per la chiamata alle urne in un momento in cui la sua popolarità è ai minimi storici. Una guerra estiva non vinta e dai costi elevatissimi. Una nuova Intifada alle porte. La crisi economica che attanaglia la classe media. L’acuirsi dello scontro culturale tra ortodossi e laici. E molto altro ancora. Comunque è quanto mai probabile, anche in caso di vittoria, che Netanyahu non otterrà un plebiscito sul suo mandato, al contrario il peso del Likud sarà notevolmente ridimensionato nel contesto politico a favore dei nazionalisti e dei partiti di ispirazione religiosa.

Tuttavia, queste elezioni rappresenteranno la partita della vita politica di Benjamin Netanyahu, in primis perché questo voto è un giudizio finale del paese nei confronti della sua politica. In caso di vittoria della destra per Israele si aprirebbe un periodo di isolamento internazionale ed è proprio su questo aspetto che la coalizione di centro sinistra si dovrà impegnare nei prossimi mesi. A partire dal dato di fatto che i leader dei partiti progressisti dovranno trovare una sintesi se vorranno davvero essere determinanti. I principali partiti oggi all’opposizione del Likud sono Yesh Atid guidato da Yair Lapid, il partito Hatnua di Tizpi Livni e L’Avodà con Isaac Herzog.

Uno di loro dovrà essere il candidato di punta, il front man da contrapporre a Benjamin Netanyahu. Tra i tre quello con maggiori possibilità alla carica di capo del governo è ovviamente Herzog, da poco alla guida del partito più grande, quel partito laburista uscito da una lunga crisi di leadership. Bisogna tenere presente che gli altri due potrebbero però giocare un ruolo di outsider in caso di un nulla di fatto, ed allora entrare in campo come mediatori per un governo di coalizione nazionale dalle larghe intese. Non è di poco conto che sia Lapid che la Livni godono di una incondizionata fiducia da parte dell’establishment di Obama. Intanto qualcuno lancia la possibilità di impegnare Shimon Peres per la transizione, visto da fuori pare assurdo che l’ormai novantenne (ma sempre lucido) politico, che da pochi mesi a lasciato la presidenza dello Stato d’Israele, possa lanciarsi in questa avventura. Alla fine rilevanti per “defenestrare” Netanyahu potrebbero risultare anche i voti della sinistra sionista del Meretz, Zehava Gal-On ha ufficialmente invitato i partiti a promettere di rifiutare coalizioni con il Likud dopo le elezioni: “Il messaggio deve essere chiaro tutto ma non Bibi”.

Come ha giustamente osservato il Jerusalem Post in un recente articolo di commento al voto anticipato, il peso della prossima tornata elettorale è talmente alto che attori esterni tenteranno d’influenzarne l’esito. Il primo soggetto da prendere in considerazione sono ovviamente gli americani, questa potrebbe essere l’ultima vera campagna elettorale di Obama. E l’ultima possibilità di dare una storica lezione ad un alleato nemico. Tra Benjamin Netanyahu e Obama non c’è mai stata simpatia, è cosa risaputa. Il tono dello scontro in passato è stato alto e le frecciate sono volate da ambo le parti, senza risparmiarsi.

L’interesse attuale di Washington è di avere nella regione personalità in grado di riprendere e guidare il processo di pace con i palestinesi, come lo stesso Kerry ha prontamente dichiarato in queste ore: “Le elezioni contribuiranno alla possibilità di creare un governo in grado di negoziare e risolvere gli ostacoli tra palestinesi ed israeliani e naturalmente anche le divergenze nella regione.” Più categorico pare essere stato lo stesso Obama che secondo fonti giornalistiche avrebbe privatamente espresso una pesante critica: “Israele non capisce quale siano i loro migliori interessi.” Ma se gli USA hanno storicamente e apertamente parteggiato per taluni leader a dispetto di altri il voto di marzo per la prima volta potrebbe avere un nuovo attore internazionale, l’Europa.

Il processo di riconoscimento dello stato della Palestina è ormai innescato e irreversibile nel vecchio continente, uno ad uno i maggiori paesi europei, l’ultimo in ordine di tempo la Francia e escluso per ovvie ragioni la Germania, stanno prendendo una decisione storica. Netanyahu è l’unico vero fervente oppositore alla scelta europea di riconoscere unilateralmente lo stato palestinese e l’ex premier israeliano viene percepito, ma diciamo pure considerato un ostacolo ad un concreto rilancio del processo di pace. Le differenze visioni internazionali che hanno sempre caratterizzato la politica dell’Unione Europea potrebbero dissolversi e trovare in questa campagna un punto di coesione proprio nella prospettiva di un’alternativa a Netanyahu: “Chiunque ma non lui!”.

Enrico Catassi e Alfredo De Girolamo

 

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