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Israele: dopo le terze elezioni il coronavirus scompiglia le carte Opinion leader

Pisa – Israele tra scenari politici in evoluzione e una nuova guerra, al coronavirus. Il generale Benny Gantz è stato incaricato dal presidente Reuven Rivlin di esplorare la formazione di un governo, avrà qualche settimana a sua disposizione.

Quando uscirono i primi exit poll nelle recenti elezioni l’ex capo di stato maggiore era stato dato prematuramente per sconfitto, e politicamente finito. Allo stesso modo nulla sembrava poter evitare a Benjamin Netanyahu l’udienza in tribunale per i casi di corruzione di cui è accusato, ma l’introduzione del pacchetto delle misure di emergenza alla pandemia ha automaticamente rinviato, dal 17 marzo al 24 maggio, il suo processo.

L’aver riconquistato la vetta delle preferenze dei consensi nelle ultime elezioni è indubbiamente un trionfo a metà per Netanyahu, risultando uno sforzo insufficiente a garantire alla destra la maggioranza alla Knesset. La terza elezione in meno di 12 mesi ha inesorabilmente diagnosticato un Paese debilitato dallo stallo parlamentare.

Senza l’esplosione del coronavirus anche in quell’angolo di Medioriente, sponda meridionale del Mediterraneo, avremmo molto probabilmente sentito già ipotizzare la data di una quarta biblica tornata elettorale. Sarebbe stato quasi inevitabile, ma la storia può prendere strade impensabili e imprevedibili.

Comunque vada le acque della palude si sono smosse non per il timore di Hamas, Hezbollah, Iran o terrorismo ma agitate da un nemico invisibile, e ancora difficilmente isolabile. Nella nazione, eccellenza delle start-up, la ricerca per limitare l’epidemia prosegue spedita e l’uso delle moderne tecnologie fa discutere.

Rimbalzava da giorni la possibilità di un esecutivo guidato da Gantz, con Kahol Lavan, ed appoggiato da tutta la Lista araba (15 seggi, determinati), terza forza del Paese. Una coalizione alquanto inusuale, sostenuta anche dal leader del centro-sinistra, del Labor-Bridge-Meretz, Amir Peretz e dai nazionalisti di Avigdor Liberman.

I numeri sulla carta non difettano. Ma amalgamare così differenti anime resta un’impresa epica se non mistica. Risulta quindi sempre “credibile” l’opzione che Netanyahu, un politico con la spiccata abilità nel costruire e riparare maggioranze, alla fine riesca ad inventare qualcosa per restare nella residenza di Balfour street.

Nel caso in cui l’operazione di Gantz non raggiungesse risultati concreti, allora Netanyahu potrebbe racimolare un manipolo di parlamentari “responsabili”, necessari per arrivare ad avere la maggioranza alla Knesset. Una mossa che sicuramente non troverebbe il consenso del presidente Rivlin, che dal giorno dopo il voto è un tessitore indomito di un patto tra il Likud e Kahol Lavan, e della rotazione al vertice.

Intanto, appena ricevuto il mandato, Benny Gantz ha promesso di rendere il processo di formazione il più rapido e inclusivo possibile. Il generale si è impegnato a dare ad Israele “un governo il più ampio e patriottico possibile” e a “guarire la società dal coronavirus, così come dai virus della divisione dell’odio”.

Alfredo De Girolamo     Enrico Catassi

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