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Istat: imprenditori e Jobs act, sì agli incentivi, ni alle tutele crescenti Economia

Firenze – Jobs act, nel 2015 gli sgravi contributivi hanno avuto un ruolo determinante nelle assunzioni a tempo indeterminato; la flessibilità del lavoro garantita dalle tutele crescenti invece ha contato molto meno. Il giudizio sul jobs act, già anticipato da fonti autorevoli come Bankitalia o da report internazionali come quello del Sant’Anna, ricevono oggi l’indiscutibile suggello delle cifre dell’Istituto nazionale di statistica. Gli incentivi insomma hanno funzionato, la normativa molto meno. Almeno nella manifattura, perché invece nel settore dei servizi la possibilità di un uso flessibile del lavoro ha avuto un certo peso nelle decisioni di assumere.

«Tali provvedimenti (il Jobs act ndr)si inseriscono in un contesto di crescita moderata della domanda di lavoro» ricorda l’Istat. In particolare nel 2015 l’incremento delle unità di lavoro totali è stata dello 0,8% rispetto all’anno precedente «mentre l’aumento delle unità di lavoro dipendenti è risultato più elevato (+1,3%)». Sicuramente un aspetto positivo quest’ultimo, che va nel senso di una stabilizzazione degli occupati. Però, chi ha fatto cosa? Si è chiesta l’Istat, ossia quale aspetto ha contato di più? Il risparmio fiscale o l’abolizione del vecchio modello centrato sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori?

Le risposte arrivano da un’indagine effettuata a novembre 2015 attraverso il “Modulo qualitativo ad hoc sulla manifattura e i servizi di mercato”. Alle imprese è stato chiesto di indicare il ruolo esercitato dai due distinti fattori (normativi e fiscali) sulla decisione di aumentare lo stock occupazionale fra gennaio a novembre dello scorso anno.

Nel settore manifatturiero la “decontribuzione” ha pesato in modo determinante (molto o abbastanza) per il 50,2% degli intervistati; mentre il nuovo contratto a tutele crescenti ha influito molto meno (35,1%). L’importanza delle agevolazioni Irap invece sembra abbastanza residuale: molto o abbastanza importante appena per il 19,6% delle imprese.

Il quadro cambia per il settore dei servizi dove entrambi gli aspetti hanno influito in modo più incisivo nelle decisioni di assunzione. Gli esoneri contributivi hanno pesato per il 61% degli intervistati «soprattutto nei settori dell’informazione e comunicazione e nel turismo» avverte l’Istat. Ma anche il contratto a tutele crescenti sembra aver avuto, nei servizi, un’importanza maggiore rispetto alla manifattura. «La quota di chi ha giudicato la normativa molto o abbastanza rilevante nella decisione di assumere è stata pari al 49,5%, soprattutto tra le aziende del settore informazione e comunicazione, contro il 40% delle imprese che hanno dichiarato una scarsa o nulla rilevanza».

 

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