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Italia 2020, ascensore sociale bloccato, disuguaglianze e baratro digitale in arrivo Breaking news, Economia

Firenze – E’ stata presentata oggi alla Camera il Rapporto annuale 2020 dell’Istat sulla situazione socio-economica dell’Italia. Quadro particolarmente preoccupante, in cui l’emergenza della pandemia da COVID-19 si è innestata su una situazione sociale “caratterizzata da forti disuguaglianze, più ampie di quelle esistenti al momento della crisi del 2008-2009”.

Al primo punto, l’emersione che la classe sociale di origine influisce ancora in misura rilevante sulle opportunità degli individui.  Una tendenza che nonostante il livello di ereditarietà complessiva in Italia si sia progressivamente ridotto nel volgere delle generazioni, continua ad avere un grosso peso, secondo quanto rilevato dall’indagine Istat. Inoltre, sebbene per la generazione più giovane questa ereditarietà sia andata attenuandosi, tuttavia non ha seguito un percorso positivo, bensì è andata in senso peggiorativo, in quanto è stata accompagnata da un contemporaneo downgrading della collocazione facendo emergere una diminuzione delle probabilità di ascesa sociale.

Se il lavoro è da sempre veicolo fondamentale di opportunità e riduzione delle diseguaglianze sociali, i principali indicatori riferiti allo scorso anno, segnala l’Istat, mostrano un aumento delle diseguaglianze territoriali, generazionali e per titolo di studio rispetto al 2008. I più esposti a una bassa qualità del lavoro restano i giovani, le donne e i lavoratori del Mezzogiorno. La bassa qualità del lavoro è associata a retribuzioni inferiori alla media, maggiore precarietà e alto livello di segregazione occupazionale.

L’Italia sconta anche un elevato  tasso di irregolarità dell’occupazione, più alto tra le donne, nel Mezzogiorno, tra i lavoratori molto giovani e tra quelli più anziani.
“È un segmento del mercato del lavoro strutturalmente debole e più esposto” si legge nella relazione, profilo emerso pesantemente nella particolare situazione seguita al diffondersi dell’epidemia. L’irregolarità dell’occupazione ha infatti portato a difficoltà spesso insormontabili di accesso agli ammortizzatori sociali e all’impossibilità di giustificare formalmente nel lockdown gli spostamenti per motivi di lavoro. Impressionante il numero di famiglie coinvolte, che per l’Istat si collocano sui 2,1 milioni,  quelle che hanno almeno un occupato irregolare (oltre 6 milioni di individui, pari al 10 per cento della popolazione) mentre la metà circa si stima includa  “esclusivamente occupati non regolari”.

Un altro punto critico per il nostro Paese è senz’altro l’organizzazione del lavoro, che, dicono dall’Istat, “è molto rigida”.  Non è un mistero che l’utilizzo dello smart working, prima dell’epidemia, interessasse una parte del tutto trascurabile di lavoratori. quanti, lo dice l’Istat:  solo un milione e 300 mila occupati che aveva usato la propria casa come luogo principale o secondario/occasionale di lavoro. La stima sull’applicabilità di questa modalità smart riguarda almeno 7 milioni di lavoratori che esercitano  professioni potenzialmente in grado di consentirlo. “L’ emergenza sanitaria ha imposto il passaggio repentino al lavoro da casa in molti settori come strumento indispensabile per contenere i rischi sulla salute pubblica. Anche a emergenza conclusa, il lavoro a distanza potrà rappresentare uno strumento potente per ottimizzare tempi lavorativi, ridurre costi ed effetti ambientali”. un punto controverso, che se da un lato vede la progressiva presa di coscienza dei sindacati per una regolamentazione ad oggi inesistente, col rischio di una confusione assolutamente insostenibile fra lavoro, carichi familiari e vita privata, il vero problema è quello delle competenze digitali.  “In questa prospettiva le competenze digitali si accreditano come fattore cruciale per aumentare la velocità di adattamento del nostro mercato del lavoro e ridurre i rischi di disoccupazione e segmentazione”, dicono dall’Istat. Ma il nodo da sciogliere rimane sul tavolo ed è un rischio che introduce un altro, definitivo freno alla distribuzione equa nella società di chances e di ricchezza, vale a dire il baratro socio-economico che si produce fra chi avrà le competenze digitali e chi no. Davanti a questo nuovo discrimine sociale, è necessario chiedersi quali politiche verranno messe in atto per diffondere le conoscenze digitali fra la popolazione in modo accessibile a tutti. Del resto, sul tema si registra la riflessione lanciata dal costituzionalista dell’Università di Pisa Andrea Pertici, convinto che sia necessario, per il mantenimento dei diritti fondamentali e non solo del lavoro, approntare strumenti di “assistenza digitale” che in prospettiva possono diventare tanto importanti quanto quelli di assistenza sociale.

Il Rapporto integrale al link: https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2020/Rapportoannuale2020.pdf

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