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Italia vera “locomotiva d’Europa”? Sì, per l’eccellenza dell’agroalimentare Economia

Firenze – Gli ultimi due inseriti nella lista del registro europeo delle denominazioni protette sono la piadina romagnola e la salama da sugo ferrarese. Ma la lista delle certificazioni del nostro Paese è lunga, lunghissima: 266 prodotti. La Francia che è seconda dopo di noi, si ferma a 207. Ma, ed è questo che la Cia sottolinea, si può far molto di più in un segmento che ci vede, per una volta, nel ruolo di traino dell’Europa. Anche perché a tutt’oggi il 97% del fatturato è legato solo a 20 prodotti: Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Aceto Balsamico di Modena, Mela Alto Adige, Prosciutto di Parma, Pecorino Romano, Gorgonzola, Mozzarella di Bufala Campana, Speck Alto Adige, Prosciutto San Daniele, Mela Val di Non, Toscano, Mortadella Bologna, Bresaola della Valtellina Igp e Taleggio.

Così, sebbene l’Italia resti salda al comando della classifica europea delle produzioni certificate, che crescono a un ritmo serrato che non ha rivali tra i Paesi Ue (dopo la Francia, giunge la Spagna a 162, mentre Berlino ha solo 99 prodotti certificati, l’Inghilterra 45, l’Irlanda 5, Romania e Bulgaria 1) in realtà non sfrutta adeguatamente il suo “tesoro”. Perciò, la Cia-Confederazione italiana agricoltori, in occasione della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’Ue dei due nuovi riconoscimenti Igp, lancia alcune riflessioni. Il primato italiano dimostra “quanto sia importante, soprattutto con la crisi economica, investire e sostenere il segmento delle Dop e Igp. Già ora i prodotti italiani certificati hanno un fatturato al consumo che si avvicina ai 13 miliardi di euro l’anno, di cui il 35 per cento legato all’export. Ma questo giro d’affari potrebbe crescere molto di più: basterebbe da una parte potenziare gli strumenti di promozione e marketing a sostegno delle nostre Dop e Igp ancora sconosciute e dall’altra intensificare la lotta alla contraffazione”.

Ed ecco cosa occorre, secondo la Cia: intanto, “sviluppare le tante certificazioni meno conosciute ma suscettibili di forte crescita, non solo aggregando le filiere e incrementando Consorzi partecipati da tutte le componenti produttive, ma soprattutto rafforzando la politica di promozione in primis sulle vetrine internazionali”; poi, rafforzare e perseguire ancora la “tolleranza zero” verso chi imita i prodotti d’eccellenza “made in Italy”, “facendo concorrenza sleale alle nostre imprese e compromettendo il prestigio di tutto il sistema agroalimentare dentro e fuori i confini nazionali. Solo in Italia – conclude la confederazione agricoltori – la contraffazione alimentare fattura più di un miliardo di euro, senza contare i danni provocati dall’italian sounding nel mondo che “vale” 60 miliardi l’anno”.

 

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