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Jan Fabre e il tabù della morte Spettacoli

Preparatio mortis ha diviso la critica e gli spettatori, come sempre avviene per le opere di Fabre. Artista visivo, regista, scrittore, con una appassione per l’entomologia che sostiene di aver ereditato dal nonno Jean-Henri, anche se alcuni dubitano delle veridicità della parentela, Fabre è noto per il suo stile totalizzante e provocatoriamente teso a rompere le tradizionali barriere espressive e morali.
E il non conformismo di pensiero si manifesta in questa performance, già presentata  in forma ridotta nel 2005 al Festival di Avignone e nel 2010 al RomaEuropa Festival nell’attuale versione di cinquanta minuti, in cui si celebra la morte come momento di riappropriazione della vita.
Spente le luci del teatro è il buio assoluto. Per almeno cinque lunghissimi minuti l’oscurità avvolge gli spettatori, interrotta solo dal suono lacerante di un organo. Poi l’atmosfera da veglia funebre si dissolve nella luce che lentamente illumina un enorme catafalco che sembra occupare l’intero palcoscenico ma che, via via che si definisce nei contorni, si ridimensiona. E’ un sarcofago interamente coperto di fiori, gladioli, gerbere, essenze campestri, da cui lentamente risorge, in un ultimo impeto umano e vitale, la danzatrice Lisa May. Vestita con i soli indumenti intimi, fa scempio di quei coloratissimi fiori, strumento di mimiche oscene e della sua disperata ricerca di distruzione.
Così si apre Preparatio mortis, coreografia delle stesso Fabre e di Annabelle Chambon, musica di Bernard Foccroulle, direttore artistico del Festival dell’arte arte lirica di Aix-en-Provence.
Segue una seconda parte, più originale e suggestiva, in cui la May si esibisce all’interno del sarcofago di vetro, una sorta di acquario su cui è incisa una data e sulle cui pareti, appannate dal respiro, disegna delle onde, un arco, un animale preistorico, un fallo: oggetti che inducono ad una riflessione sulla vita intesa come “preparatio mortis”. Argomento certamente non nuovo, così come le ambizioni naturalistiche di Fabre, ma che “ci costringe a guardare la vita con più completezza e intensità” – come lui stesso ha detto – in un’ottica respinta o rimossa nel mondo occidentale. Tema che la May sviluppa nella gestualità del movimento, quando nuda dentro la bara di vetro circondata da farfalle volteggianti, si contorce fino al punto in cui, raggomitolata in posizione fetale, ci fa comprendere che la vita e la morte si sono ritrovate e comprese.
Che oggi, nell'epoca dell'eterna giovinezza, vera o artificiale, si eviti di parlare della morte è una realtà: molto più semplice sfuggire al destino cercando elisir miracolosi o affidandosi ad uno scientismo altrettanto miracoloso. Per questo il lavoro di Fabre è coraggioso e irriverente alla sua maniera, ma cinquanta minuti di performance sono molti e di danza solo un pallido accenno.

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