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Jobs Act: nuovo mercato del lavoro per un nuovo welfare Opinion leader

Firenze – L’approvazione definitiva del Jobs Act rappresenta forse il punto più importante della nuova stagione di Riforme Strutturali avviate dal Governo Renzi.  Pur trattandosi di una Legge Delega, che non produce effetti immediati, l’approvazione della Riforma avvia una rapida stagione di Decreti attuativi (12 mesi, alcuni approvabili in pochissimo tempo) e soprattutto individua già tutti i criteri di fondo per la approvazione di tali decreti definendo così il “nuovo perimetro delle politiche attive sul lavoro” e avviando una vera e propria Rivoluzione attesa da anni.

Dispiace innanzitutto dire che la discussione pubblica di queste settimane sul Jobs Act si sia concentrata sugli aspetti puramente politici (i dissidenti del PD, il voto di fiducia, la tenuta del Governo) o su punti specifici del provvedimento ad alto contenuto ideologico come la revisione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Il Jobs Act è invece un provvedimento molto ampio che interessa l’intera disciplina del mercato del lavoro e del welfare, introducendo cosi una vera riforma organica, cosa rara nei provvedimenti legislativi degli ultimi anni.

Purtroppo la discussione pubblica si è concentrata su aspetti marginali ma ad alto impatto emotivo, invece di valutare, anche in forma critica, la portata complessiva e articolata del provvedimento, che ha l’ambizione di avvicinare l’Italia ai modelli nord europei più avanzati superando un ritardo abissale, un ritardo che è una delle cause fondamentali della crisi economica italiana.  La discussione pubblica di questi mesi è segno evidente della difficoltà di questo Paese di riflettere e di discutere in modo concreto e positivo di riforme, affrontando i nodi tecnici e le complessità esistenti, preferendo ripiegare sulla più facile polemica politica o sullo scontro ideologico ed identitario.

Il provvedimento infatti punta a riformare numerosi istituti del mercato del lavoro e del welfare, correggendo storture ed introducendo nuovi strumenti. Le cinque deleghe approvate danno una chiara idea della completezza e della portata di un provvedimento, conosciuto in questi giorni solo come se fosse la legge che modifica l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori:

  1. Il riordino degli ammortizzatori sociali;
  2. I servizi per il lavoro e le politiche attive;
  3. La semplificazione degli adempimenti;
  4. Il riordino delle forme contrattuali;
  5. La tutela della maternità e la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Se si lavorerà seriamente, e anche con spirito critico, sull’attuazione della legge delega si potrebbe davvero aspirare a rendere l’Italia un Paese con un mercato del lavoro e un sistema di welfare moderni, vicini alle esperienze dei paesi europei più avanzati, presi spesso ad esempio in questi anni come modelli virtuosi e positivi.

Una riforma che può rappresentare una delle basi principali per la spinta verso la crescita, come è avvenuto in Germania sia ai tempi delle riforme di Schroeder, sia recentemente al momento della firma dell’accordo di governo di grande coalizione fra cristiano democratici e social democratici. Il provvedimento disegna infatti un mercato del lavoro ed un welfare diverso da quello a cui siamo stati abituati fino ad adesso, di stampo paternalistico e dirigistico, nato nel dopoguerra e fondato sull’ipocrisia del “welfare familiare” e sull’uso sistematico della cassa integrazione “elargita” dalla politica e dal sindacato, che ha conosciuto una risposta superficiale alle grandi trasformazioni del mercato del lavoro, senza affrontare i problemi alla radice ed anzi ampliando a dismisura le tipologie contrattuali, generando la giungla flessibile di questi anni, basata sulla distinzione e la distorsione fra “lavoratori dipendenti” garantiti e spesso privilegiati, e “precari e disoccupati”, in balia di un mercato selvaggio e senza tutele.

Ci incamminiamo verso un’idea diversa del mercato del lavoro e del welfare, che ambisce ad introdurre una tutela sociale del reddito per tutti i lavoratori, senza distinzioni, che indica il contratto a tempo indeterminato come tipologia comune di contratto meno costosa di altre, che intende contrastare la disoccupazione ma anche l’inoccupazione con politiche attive per il reinserimento nel mondo del lavoro attraverso la riforma dell’Assicurazione sociale per l’impiego (resa, appunto, finalmente universale), con la formazione e la riforma delle Agenzie per il Lavoro, per un miglior incontro fra domanda ed offerta di lavoro, che estende la tutela la maternità, che riduce gli abusi della cassa integrazione e sostiene i contratti di solidarietà, rende flessibili i nuovi contratti di lavoro, prova a definire meglio le cosiddette “ prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali” (qualcosa di simile ai mini-jobs tedeschi) e favorendo l’autoimprenditorialità.

Un nuovo mercato del lavoro legato indissolubilmente ad un nuovo welfare, scelta ormai obbligata ma fatta in Italia con un ritardo di venti anni e che prende atto della strutturale instabilità dell’economia moderna, per cui si deve tutelare il lavoro, anzi “i lavori”, e non il posto di lavoro.

Un messaggio chiaro per le nuove generazioni che sanno purtroppo molto bene che non c’è più il posto fisso, che sarà sempre più frequente cambiare lavoro; questo però non significa necessariamente deregulation o giungla (quella c’è ora), significa invece avere la forza ed il coraggio di governare i cambiamenti, significa costruire un nuovo sistema di regole e una nuova “architettura” del ruolo dello Stato e della Pubblica Amministrazione, per la difesa di quel sacrosanto diritto sancito dall’art 1 della Costituzione.

Se le riforme conosceranno una seria ed attenta fase attuativa, si potrà davvero costruire un sistema nel quale si accederà più facilmente al mercato del lavoro, un sistema nel quale se si perde il lavoro per motivi fisiologici (es: una ristrutturazione aziendale), ci sarà uno Stato non paternalistico né burocratico, che assisterà il lavoratore per trovare una nuova occupazione o per aiutarlo a trasformarsi in imprenditore.

Nella riforma c’è anche un messaggio ai mercati e agli investitori: lo stesso nome in inglese del provvedimento in questo caso non va letta come una scivolata “anglofona” di maniera: è un modo semplice per dire al mondo che si può venire ad investire in Italia, che l’investitore presto troverà un ambiente favorevole, fatto di norme semplici, di strumenti funzionanti, come in altri Paesi del mondo.

Il compromesso trovato sui licenziamenti appare ragionevole, ma si tratta solo di uno degli aspetti della nuova norma, che introduce istituti e norme ben più importanti: la riforma potrà, infatti funzionare, se riuscirà a rendere meno traumatico il tema del licenziamento, se riuscirà a garantire un sistema mobile ed altamente dinamico, un sistema che sia anche in grado di colpire le imprese inefficienti, che non investono in innovazione e formazione, che non investono sul futuro delle persone che lavorano.

Nel settore che conosco meglio, i servizi pubblici locali, l’impatto della nuova normativa sarà importante, anche se si tratta di un settore che ha avuto un incremento del numero di occupati anche durante la crisi economica, che utilizza sistematicamente il contratto a tempo indeterminato; peraltro ultimamente tale settore ha anche funzionato in modo “sano” da ammortizzatore sociale, grazie alla normativa nazionale che consente la mobilità del personale fra società partecipate, riqualificando gli “esuberi” di un settore a vantaggio di altri settori, a domanda crescente di occupazione.

Interessante potrebbe essere per il nostro settore la previsione che la nuova normativa fa di utilizzare i disoccupati in servizi di pubblica utilità senza per questo generare aspettative di stabilizzazione. Così come interessante per alcuni servizi (penso ai trasporti o ai rifiuti) il futuro utilizzo dei “mini-jobs” previsti dalla legge.

foto: www.assolombarda.it

 

 

 

 

 

 

 

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