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Kate Brooks: apocalissi con figure Middle East Now

Le sue foto dalle zone calde del Medio Oriente – Afghanistan, Pakistan, Iraq, Libano, Egitto e Libia – sono state pubblicate sui più importanti giornali del mondo, dal Time al New Yorker al Wall Street Journal e recentemente l’autrice ha pubblicato un libro di sue foto che racconta dieci anni di vita sul fronte della Storia, In the light of darkness: a photographer journey after 9/11.
L’11 settembre 2001 è la chiave di volta della vicenda professionale di Kate Brooks. Quel giorno si trovava a Mosca, dove aveva deciso di cominciare il suo mestiere di fotografa dopo aver studiato lingua russa ed essersi laureata in fotogiornalismo all’università. Il suo primo servizio importante era stato sugli orfani maltrattati di un istituto vicino a Mosca, intitolato Abbandonati dallo Stato. Dopo l’attacco alle Twin Towers il suo agente le chiese di spostarsi in Pakistan per seguire gli sviluppi di quella che si immaginava, e poi è stata, una guerra importante. Da quel viaggio Kate Brooks non è più tornata, spostandosi poi in tutte le aree dei conflitti mediorientali, e ora, a 34 anni, è considerata fra i fotoreporter più importanti del mondo.
“Mi interessa l’effetto della guerra sulle persone – dice Kate Brooks -, vedere il modo in cui reagiscono a una situazione così drammatica. Non mi è mai piaciuto stare in prima linea e la definizione di reporter di guerra non mi si addice del tutto.” I suoi soggetti, infatti, sono sempre ‘collaterali’ alla scena di guerra: soldati che fumano studiando le posizioni dei nemici, civili che osservano le loro abitazioni andare in fumo, prigionieri in attesa che qualcuno decida la loro sorte.
Nel suo futuro ci sono ancora zone di guerra?
Dopo tanti anni sono stanca di seguire le guerre, ma in Medio Oriente stanno accadendo delle cose importanti e sento di dover ancora ‘coprire’ col mio lavoro quella zona, che conosco ormai molto bene. Qualche settimana fa ero in Egitto a fotografare i rifugiati siriani. Però ho anche altri progetti, ad esempio vorrei rifare lo stesso viaggio attraverso il Sahara che fece mio padre quarant’anni fa, per fotografare i villaggi del deserto. Un’altra tematica cruciale che mi interessa e mi coinvolge è l’ambiente, e vorrei dedicarmi anche a questo.
Da dove è cominciato il suo viaggio professionale, dopo Mosca?
Sono stata in India per sei mesi e poi sono andata in Pakistan. Quando sono arrivata a Islamabad mi aspettavo una seconda Dehli e invece mi sono trovata in una specie di countryclub. Mi sono accorta presto che in Pakistan come giornalista devi fronteggiare due politiche simultanee, quella ufficiale del governo e quella dei servizi segreti. Negli ultimi anni è diventato un paese molto pericoloso, e le ultime volte sono stata seguita da agenti del governo a scopo intimidatorio.
Dopo tanto viaggiare dove sente ora la sua casa?
Vivo all’estero da15 anni e il significato della parola ‘mio paese’ è qualcosa di molto complesso per me, ma quando sono a Beirut mi sento a casa.
C’è una foto a cui si sente particolarmente legata?
Forse è quella scattata in piazza Tahrir, in Egitto, con il ragazzo che tiene in mano un cartello dove è scritto “Yes, we can”. È stata pubblicata sul sito del New Yorker.
Quanto è difficile fare questo lavoro a livello fisico ed emotivo?
Mi è capitato di avere paura fisica in certe situazioni, ma questo lavoro comporta delle responsabilità e implica una forte motivazione alla testimonianza. Gli altri media possono essere manipolati, la fotografia documenta quello che hai davanti.
Allo stesso modo, semplice e fortissimo, Kate Brooks esprime nel suo libro il principio che la guida nelle zone più pericolose del mondo per permettere a noi di osservare: “Non penso che per una singola foto valga la pena di morire, ma la totalità di ciò che facciamo nel nostro lavoro, nelle nostre vite, giustifica quel rischio. Se quelli come me non sono abbastanza vicino da vedere le cose, non c’è modo di raccontare la Storia.”

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