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Keiko Araki, il talento che brucia la prigione Società

Firenze – Tredici tempere, tredici brandelli di emozione pura, tredici capolavori: la personale di Keiko Araki, allestita nello stesso Istituto d’Arte di cui è allieva da tre anni, è una vera esplosione di incontenibile energia. Keiko, diciassette anni in un viso da bambina, è  il simbolo del talento che brucia le catene di qualsiasi prigione, della genialità che s’affaccia sull’orlo di qualsiasi abisso. Nel caso di questa fiorentina di genitori nipponici, la prigione è insidiosa e spietata, si chiama autismo.
Ma se l’autismo ha rubato a Keiko la parola per esprimere la sua fantastica casa interiore, niente ha potuto nei confronti dell’arte.
Lo scopritore di questa straordinaria fanciulla è un insegnante della scuola, il professore di pittura antica Giovanni Terzo. E’ stato lui, in accordo con l’insegnante di sostegno per l’area artistica di Keiko, il professor Mario Caffio, a seguire passo passo l’avventura della ragazzina incontro a quella bacchetta magica che nelle sue mani è il pennello.
Tre anni fa Keiko giunse alla scuola e fu iscritta al corso di grafica. Guardando i suoi lavori, i due insegnanti si trovarono d’accordo nel farle tentare l’acquarello, per rimediare a quel senso di sorvegliato che rinvenivano nelle opere dell’adolescente.
L’acquarello si rivelò una tecnica più confacente alla fanciulla, che cominciò a produrre opere molto più intense e personali.
“Ma la vera svolta – conclude il professor Terzo – avvenne quando gli misi in mano il pennello”.
Keiko afferra il pennello in un modo tutto suo e caratteristico, ma non senza senso: infatti lo usa come i pittori giapponesi, afferrandolo in cima. E così, comincia a buttare giù pennellate larghe, dense di un colore che urla per sovrabbondanza di energia, coprendo i segni della matita, quasi cancellandoli per poi ritrovarli miracolosamente alla fine, quando la tavola della tempera restituisce qualcosa che non si può raccontare per intensità, proporzione, colore.
Tutto ciò che passa dentro di lei diviene miracolosamente altro, nuovo: il neoclassicismo di Ingres, le pulsioni violente dell’Espressionismo tedesco si rinnovano sotto la sua pennellata facile, felice, distorta e a volte inquietante, come se ci concedesse di sbirciare in un mondo altro, che segue logiche e parole non udibili ma ben visibili.
Un triste Arlecchino di Picasso dalle losanghe distorte e dagli occhi abissi di tristezza, un nudo che si articola a spirale contro uno sfondo rosso cupo di sangue, ma niente vale un’incredibile Annunciata di Antonello da Messina cui un tratto nero ha aperto la bocca come un colpo di rasoio per lasciare sfuggire parole che noi poveri mortali non udiamo.
Maria Addabbo, la preside dell’Istituto d’Arte, commenta: “Quello di Keiko è il suo modo di comunicare. Non parole, ma pittura”.
O forse, al di là delle parole, delle figure, dei colori, dell’arte e della malattia, emerge qualcosa di più ineffabile e grande, qualcosa che non si può imprigionare: il genio.
La mostra di Keiko Araki si può visitare su appuntamento.
Istituto d’Arte, piazzale di Porta Romana, 9.
Tel 055 220521

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