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Kurdistan: una luce di speranza Opinion leader

Le aspirazioni nazionali dei Curdi, che abitano gran parte della zona montagnosa a nord della Mesopotamia, vengono completamente ignorate, e il loro territorio diviso tra Turchia e Iran (il Kurdistan settentrionale), Siria e Irak (il Kurdistan meridionale).

Seguono sporadiche ribellioni, tutte soffocate nel sangue;  i curdi uccisi (militanti e civili) sono centinaia di migliaia, la repressione da parte dei diversi governi ugualmente feroce (dai bombardamenti di Kemal Ataturk alle impiccagioni dello scià ai gas di Saddam Hussein), l’espulsione dalle terre e i tentativi di turchizzazione o di arabizzazione sono costanti.

Nel 1981, in Turchia, dopo che il colpo di stato dell’anno precedente aveva annullato i pochissimi diritti linguistici curdi nel sud-est del paese, abitato da 20-25 milioni di curdi, e aveva stabilito che ogni rivendicazione di autonomia territoriale a difesa dell’identità curda fosse considerata reato di «separatismo» punibile con l’impiccagione, nasce il PKK -partito dei lavoratori curdi- con obiettivi di autonomia politica e di progresso sociale.

La repressione è violentissima e nel 1983 il PKK decide il passaggio alla lotta armata, a cui il governo militare risponde con la distruzione dei villaggi e la deportazione della popolazione in “villaggi strategici” controllati dall’esercito. Milioni di curdi fuggono verso altre zone della Turchia (quattro milioni solo a Istanbul) dove vivono in condizioni penose.

La Turchia, gli Stati Uniti e l’Europa dichiarano il PKK “organizzazione terroristica”; l’Italia fa peggio: espelle il leader del PKK, Abdullah Ocalan, verso una trappola turca (salvo riconoscergli il diritto d’asilo quando ormai è nelle mani dei suoi carcerieri). Da allora Ocalan  è l’unico prigioniero nel carcere dell’isola di Imbali, nel mar di Marmara.

Quando, anni dopo, il governo islamista deciderà di aprire una trattativa con la sua popolazione curda, iniziando col permesso di parlare la propria lingua in pubblico, è a Ocalan che si rivolge.

Diverse le vicende storiche dei Curdi iracheni. Già dopo la prima guerra contro l’Irak, gli Stati Uniti puntano sulle divisioni etniche e religiose della popolazione per indebolire il regime di Saddam Hussein, creando una “no-flight zone” (cioè impedendo all’aviazione irachena di volare) sopra i territori curdi del Nord dell’Irak. Questo consente ai Curdi una grande autonomia da Bagdad, autonomia ulteriormente accresciuta dopo la seconda guerra del Golfo, la caduta di Saddam Hussein e l’occupazione americana del paese, sino a diventare praticamente indipendenti.

L’ISIS, acronimo inglese per Stato Islamico dell’Irak e della Siria, poi, più ambiziosamente, ISIL (Irak e Levante), e infine IS, cioè stato islamico senza più frontiere, nasce parecchi anni fa da una costola di Al Qaeda, e si diffonde nelle zone dell’Irak a maggioranza sunnita puntando sull’opposizione all’occupazione americana del paese e sullo scontento per la perdita di potere della comunità sunnita, riuscendo, in alcuni momenti, a portare dalla propria parte la maggioranza dei capi tribali e gli stessi quadri del precedente regime baathista.

Il vero salto di qualità avviene dopo, con lo scoppio della guerra civile in Siria, quando Arabia Saudita, Qatar e Turchia puntano soprattutto su questi guerrieri ben addestrati per combattere contro il regime siriano, rifornendoli di dollari e di armi, e, nel caso della Turchia, consentendo loro di attraversare impunemente la frontiera turco-siriana per preparare un attacco, o, viceversa, per assicurarsi una ritirata.

L’ISIS pratica una politica di conquista del territorio che poco a poco la porta a combattere non solo contro le truppe governative, ma anche contro i suoi alleati teorici, l’esercito libero siriano, appoggiato dagli occidentali, e il fronte Al-Nusra, qaedista. L’ideologia si radicalizza; i nemici non sono più solo gli occidentali, considerati tutti strumenti e complici degli interessi delle multinazionali e portatori di ideologie contrarie alla fede, ma tutte le minoranze etniche e religiose, e tutti coloro che non si uniformano a una strettissima osservanza delle norme di una loro  rigida interpretazione del Corano. Gli assassini e le brutalità contro le minoranze sono note e documentate da tempo, ma noi ce ne accorgiamo solo quando a essere decapitati sono alcuni occidentali.

D’altra parte la stessa guerra civile in Siria, allentando la presa del governo centrale, consente la liberazione delle aree popolate da curdi, ed è qui che il partito curdo-siriano PYD, stretto alleato del PKK, attua la politica della “autonomia democratica”, cioè della partecipazione di tutti gli abitanti, indipendentemente dall’etnia, dalla fede praticata, e dal sesso, alla difesa del territorio e alle decisioni che riguardano la comunità. E’ una politica inclusiva, democratica, liberatrice, da tempo avviata dal PKK e che nel Nord della Siria, in territorio liberato, può meglio dispiegare i suoi effetti. Soprattutto è importante la politica di emancipazione delle donne, in un’area dove le tradizioni patriarcali sono ancora molto forti, specie nelle campagne, e spesso le donne sono linciate dalla propria stessa famiglia se non vogliono sposare l’uomo indicato dal patriarca, se vogliono abbandonare il marito per un altro uomo, se si vestono all’occidentale, o semplicemente se non portano il velo. La presenza di donne alla testa delle organizzazioni e nelle formazioni armate del PKK e delle organizzazioni collegate è tra gli strumenti fondamentali di una maieutica indirizzata agli uomini, curdi e non, in fatto di civiltà nel trattamento delle donne; ed è parimenti un modo per portare le donne a prendere coraggio e a creare per conto proprio i mezzi per la propria tutela e per l’affermazione della propria dignità e dei propri diritti.

Ed è proprio questo esempio di democrazia radicale e di emancipazione, la società che sta creando, che rappresentano un grande pericolo per lo status quo in Medio Oriente e per i regimi clericali e repressivi della regione. E’ per questo che i guerriglieri curdi sono lasciati soli a combattere i tagliagole dell’ISIS, ieri per portare in salvo le decine di migliaia di yazidi in fuga dall’ISIS, oggi a difendere la cittadina di Kobane e gli abitanti che vi sono rimasti. E’ per questo che la Turchia, secondo esercito dell’alleanza atlantica, impedisce ogni rifornimento ai miliziani curdi assediati a Kobane, mentre permette ai combattenti dell’ISIS di muoversi liberamente per assediare Kobane su tutti i lati, ne cura i feriti negli ospedali turchi e ne acquista il petrolio prodotto nei campi petroliferi iracheni e siriani passati sotto il controllo del’ISIS.

Nei giorni scorsi in tutta la Turchia ci sono state manifestazioni e proteste organizzate dalle comunità curde per il vergognoso atteggiamento del governo turco, e 17 manifestanti curdi sono stati uccisi dalla polizia.

Noi stiamo a guardare, lasciamo che il PKK (che da tempo ha abbandonato la resistenza armata a favore di grandi campagne di disobbedienza civile) rimanga nella lista delle organizzazioni terroriste, lasciamo che si spenga questa piccola luce di speranza in Medio Oriente.

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