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La Band Galeotta: un esperimento sonoro all’interno del carcere di Volterra Società, Spettacoli

Volterra – Parole e note galeotte. La forza evocativa della creatività che scavalca i muri. Il brivido di mettersi
in gioco davanti a un pubblico. Di colpo, tutti ugualmente liberi davanti alla bellezza di un riff suonato come si deve, di una poesia declamata col cuore tra le mani. Accade nella casa di reclusione di Volterra, i cui progetti nell’ambito delle attività trattamentali hanno contribuito a ridisegnare, in Italia e non solo, il valore umano e la portata sociale della rieducazione in carcere. Docenti volontari entrano ed escono dalla Fortezza per portare avanti i propri laboratori assieme ai loro “ragazzi”. Che imparano ad utilizzare la musica e la scrittura per ricostruire, ritrovare un dialogo con loro stessi, prima ancora che con gli altri. Poi, in giornate destinate a diventare, tanto per gli insegnanti che per gli allievi, un ricordo speciale, un significativo traguardo, il frutto di questo impegno incontra i propri spettatori.

È accaduto lo scorso 1 luglio, nel grande cortile della Fortezza in cui la vita del carcere può svolgersi all’aria aperta. Accadrà di nuovo in futuro, nelle occasioni che si presenteranno. All’interno della struttura «come anche all’esterno – dicono gli educatori – nel cuore di Volterra, per le sue strade, le sue piazze, magari in occasione di una delle feste che, in vari momenti dell’anno, animano la città». Quando capiterà l’occasione giusta, gli apprendisti musicisti, quelli di loro che possono godere di permessi premio per uscire dal carcere, sapranno come fornire il loro contributo sonoro «al mondo là fuori»: la Band Galeotta, nella sala prove ricavata da una vecchia cella della Fortezza – un piccolo ma ben attrezzato laboratorio dei suoni capitanato dal musicista-educatore David Dainelli – sta già tirando a lucido i nuovi brani per i futuri live. Le colonne portanti della Band (i nomi sono di fantasia): Rocky, tastiera; Wei, chitarra; Robi, basso elettrico; Mimmo, tastiera; Piero, chitarra; Toni, batteria. Al concerto del 1 luglio hanno proposto un repertorio blues-rock- pop che spaziava da B.B. King ai Green Day passando da Stevie Ray Vaughan e Ligabue. Guest star Stefano “Borrkia” Toncelli, volterrano doc, chitarrista e cantante di chiara fama, rocambolesco frontman della Borrkia Big Band, da molti anni «amico del carcere di Volterra e dei suoi inquilini», affiancato per l’occasione da una giovane bassista, Laura Cappelli, volterrana anche lei.

Pianista e bassista, Dainelli è molto conosciuto in Toscana. Tra i fondatori dei Madaus, quest’estate il suo basso elettrico ha accompagnato la tournée della cantante-compositrice italo-greca Marina Ekaterini Mulopulos. Docente storico dell’Accademia della Musica Città di Volterra, sublima l’amore per la sua terra attraverso il materiale che meglio la rappresenta, l’alabastro, con cui costruisce strumenti musicali perfettamente funzionanti: un artigiano dei suoni a tutto tondo. «Ho iniziato l’attività didattica nel carcere di Volterra nel 2006, con un progetto finanziato dall’Istituto comprensivo di questa città», racconta. «All’inizio, non avendo niente se non una chitarra e alcune percussioni, la mia attività è stata prevalentemente ritmico-corale. Così, per due o tre anni, ho
cercato di coinvolgere una media di cinque-sette- dieci detenuti in un’attività musicale libera e di scambio, senza mai tralasciare di considerare la varietà etnica dei partecipanti». Successivamente, con l’aiuto dell’Accademia, è riuscito a «creare una sala prove completa. Batteria, impianto audio, amplificatori, chitarre, tastiera, basso: di colpo, il percorso didattico è cambiato. Purtroppo dal 2009 hanno chiuso i finanziamenti al progetto, ma ho comunque continuato come volontario coinvolgendo inoltre un mio ex allievo, Pietro Spinelli, nell’insegnamento del pianoforte e dedicandomi di più alla preparazione individuale e alla musica d’insieme in formazione rock. Molti partecipanti hanno dimostrato volontà e capacità riuscendo da zero ad ottenere buoni risultati musicali acquistandosi il proprio strumento e contribuendo attivamente alla preparazione di un repertorio di canzoni».

Tutti gli anni organizza all’interno del carcere «un concerto dove invitiamo gruppi esterni e un pubblico per confrontarci ed avere uno scambio costruttivo e formativo. Insegnare in carcere, pur essendo un’attività limitata a pochissime ore la settimana è una delle esperienze più importanti che io abbia mai affrontato nel lavoro e nella vita, perché nascono, oltre a legami allievi-insegnante, rapporti di fiducia e amicizia, e il grande, impegnativo lavoro sta soprattutto nel riuscire a creare un clima sereno, a far crescere assieme più persone per farlo diventare un gruppo».

Accanto alla musica, le parole. Il laboratorio di scrittura all’interno del carcere di Volterra è coordinato da due insegnanti, Liviana Negri e Laura Longinotti; quest’anno, a dar loro man forte, una giovane docente pontederese, Elisa Della Bella. «Questa attività è iniziata dieci anni fa – racconta Liviana – e si basa sul metodo di Kenneth Coch. Si tratta di una metodologia pensata per i bambini, ma si adatta bene anche agli adulti, perché è basata sugli stimoli sensoriali. L’insegnante Laura Longinotti, maestra di scuola primaria, l’aveva sperimentata con i suoi alunni, e quando è venuta in Fortezza a lavorare con me mi ha proposto di fare quest’esperienza coi ragazzi del carcere. L’idea mi è piaciuta molto, e da lì è partita la nostra avventura. Durante l’attività di laboratorio, l’aula viene modificata, si uniscono i banchi, in modo da avere un unico grande tavolo, intorno al quale tutti ci sediamo. sul tavolo viene steso un telo rosso che dà colore all’ambiente e vengono messi fazzoletti imbevuti di profumo, oggetti vari, a seconda del tema trattato; cibi dolci e salati. La musica è di sottofondo. In questo modo si crea uno spazio diverso dagli altri».

Per quanto riguarda gli argomenti trattati, «questi cambiano ogni settimana, a meno che non sia necessario un tempo più lungo. Di solito vengono proposti da noi insegnanti, ma anche gli studenti sono liberi di proporre. All’inizio dell’attività viene presentato l’argomento e vengono letti testi poetici o in prosa, che possono stimolare i pensieri dei nostri studenti. Talvolta segue una discussione sull’argomento proposto. Il laboratorio è aperto a tutti coloro che sono interessati, di solito una decina di persone ogni anno. Gli studenti non hanno l’obbligo di scrivere, e soprattutto non devono sforzarsi di farlo, si chiede  loro di liberare la mente e lasciare che le parole, dal profondo salgano in superficie. Ognuno è libero di scrivere ciò che vuole, anche nella propria lingua e non esiste censura. Noi insegnanti abbandoniamo il nostro ruolo e diventiamo parte del gruppo, infatti anche noi scriviamo ciò che in quel momento “viene a galla” e poi condividiamo insieme agli altri i nostri pensieri. Il momento conclusivo dell’attività, infatti, consiste nel leggere agli altri ciò che abbiamo scritto. Questo è importante e presuppone che all’interno del gruppo esista un rapporto di fiducia».

Ognuno di noi, dice Liviana, «deve capire che può fidarsi degli altri componenti, che nessuno riderà di lui/lei e che quanto detto e scritto rimarrà all’interno del gruppo, a meno che gli stessi interessati non diano il consenso per una pubblica lettura o una pubblicazione. In questi anni Laura ed io abbiamo lavorato con tanti detenuti, abbiamo ascoltato tante storie e condiviso identiche
emozioni. Abbiamo cercato di fare del nostro meglio ricevendo molto più di quanto abbiamo dato. Ascoltare queste persone ci ha aperto la mente e ci ha fatto riflettere sulle varie situazioni, sulla condizione umana, sulla legislazione del nostro Paese….Ci ha insegnato che la conoscenza dovrebbe venire prima del giudizio. E’ una grande gioia  sentirsi chiedere: “ma a settembre si riprende il
laboratorio?”. Ritrovare le stesse persone l’anno successivo e soprattutto sentirsi dire, da persone diverse in annate diverse, quasi fosse un filo conduttore: “Durante il laboratorio di scrittura, mi dimentico di essere in carcere, mi sento bene e sto bene con gli altri”; “ascoltare le parole degli altri mi ha fatto sentire meno solo, perché ho capito che abbiamo gli stessi sentimenti e le stesse paure”.
Un altro dei tanti commenti che abbiamo sentito è questo: “Durante questa attività io evado e il bello è che nessuno può riprendermi…”».

Durante il concerto-reading del 1 luglio, le poesie e i brani musicali si alternavano costantemente. Rinfoderato nella custodia il basso elettrico, Robi si è avvicinato al microfono e ha estratto dalla tasca un foglio ripiegato. Dopo aver sorriso timidamente al pubblico raccolto nell’assolato cortile del carcere (oltre ai «compagni di avventura», il personale del carcere – guardie, educatori – e tanti ospiti esterni) ha letto un suo testo.

“È come allora. È come quando ci provi ma non riesci a stare solo. E allora ti perdi in mezzo alla gente. È come quando il tempo scorre, e non hai nemmeno un attimo per te. È come quando smarrisci la ragione, e allora ti chiedi se ne valeva la pena. È come quando la incontri per strada, e ti accorgi allora che non l’hai mai scordata. È come quell’istante soltanto, che a pensarci adesso magari averne ancora. È come quando ascolti i racconti degli anziani, e allora torni un po’ bambino. È come quando da tempo non vedi un amico, e a volte qualcuno lo perdi. È come quando tua madre ti accoglie, che nessun’altra l’ha mai fatto così. È come il profumo di certi boschi, che lo conosci ancor prima di arrivarci. È come quando un solo bacio non basta, e allora ne vuoi sempre di più”.

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