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La Bibbia e la Scienza: il “progetto Uomo” della creazione Opinion leader

Firenze – Gli sviluppi delle biotecnologie e il progressivo imporsi di una interpretazione evoluzionistica dell’origine dell’uomo ― per quanto discusse siano le teorie esplicative proposte ― hanno sollevato il problema del significato dei racconti biblici della creazione, che per secoli sono sempre stati considerati fonte esclusiva del sapere sulle origini.

  • Come devono essere interpretati?
  • Quale incidenza e rilevanza hanno per l’uomo contemporaneo abituato a una visione scientifica del mondo e ad elaborare delle conoscenze certe, metodologicarnente controllate?
  • Come si concilia il messaggio biblico con i nuovi e crescenti dati delle scienze biotecnologiche e umane?

A tutt’oggi non è semplice rispondere a tali domande, anche se notevoli progressi sono stati fatti dopo oltre cent’anni di studi esegetici del testo biblico e di riflessione filosofica sulla natura della scienza contemporanea e sulle caratteristiche del sapere scientifico. Esse traducono un disagio di fondo e una intrinseca difficoltà a distinguere, conciliare e integrare conoscenze e saperi di natura e significati diversi.

Fin dal secolo scorso, ma in maniera più netta a cominciare dal Concilio Vaticano II, sono stati precisati ed enunciati importanti principi metodologici per una corretta comprensione e armonia dei rapporti «scienza-teologia e ragione-fede»: l’autonomia teorica e metodologica di ogni forma di scienza e ricerca ― salvo il rispetto di fondamentali norme etiche ―, e l’esistenza di «diversi ordini di conoscenza» che non sono sovrapponibili.

Un reale confronto esige prima di tutto una corretta interpretazione e comprensione dei due ambiti: operazione, questa, non sempre facile, soprattutto quando si tratta di argomenti che sono ancora oggetto di indagine e non hanno quindi trovato un unanime consenso presso gli studiosi sul valore da attribuire a determinate ipotesi e interpretazioni, elementi essenziali per una ricostruzione plausibile del fenomeno o evento considerato.

La spiegazione evoluzionistica dell’origine dell’uomo presuppone, ― per esigenze intrinseche al metodo scientifico, ― un’autonomia nei confronti delle tradizioni religiose.  Ne consegue un dualismo interpretativo apparentemente irriducibile e inconciliabile:

  • mentre la zoologia considera la specie biologica umana come l’ultimo prodotto ― e secondo alcuni non definitivo ― del processo evolutivo,
  • la tradizione biblica lo concepisce invece come il vertice più alto della creazione, come oggetto cioè di una diretta azione creatrice da parte di Dio, e nel quale si esprime l’immagine stessa di Dio.

Il problema di fondo, tuttavia, non è quello di raffrontare dei contenuti, come se ogni linguaggio fosse univoco, ma di comprendere il significato e la funzione culturale ed esistenziale di due generi letterari, quello scientifico e quello religioso-biblico, i quali, per specificità di natura e originalità di ispirazione, ci descrivono e ci raccontano una «storia» che ha al suo centro il medesimo personaggio: l’Homo (Homo sapiens– ossia la specie biologica) e l’uomo (Adamo – ossia l’essere umano). 

Proposizioni per una corretta interpretazione del discorso biblico

  1. I testi biblici che, in maniera più o meno varia ed esplicita, alludono al problema delle origini del mondo e dell’uomo sono piuttosto numerosi :
  • Oltre che in Gen. 1-3, il problema delle origini e della creazione viene trattato in tre gruppi di testi: nel  Deuteroisaia (Is 40-55), nei Salmi (Sal 8; 104; 33; 74;89; 136) e nella riflessione sapienziale (Gb 38-41; Prv 8,22-31; Sir 24,2-6).
  • Nell’Antico Testamento sono presenti diverse concezioni del processo creativo che rispecchiano diverse fasi dello sviluppo del pensiero teologico.
  • L’origine del mondo e dell’umanità, tuttavia, viene ampiamente trattata solo nei primi tre capitoli del Genesi e specialmente in due testi maggiori, comunemente denominati «racconti della creazione»: Gen. 1, 1-2,4a e Gen. 2,4b-7.18-24.
  1. Questi due racconti, pur essendo primi nel testo canonico, non lo sono quanto alla loro origine cronologica e redazionale, non solo perché risalgono a tradizioni ed epoche diverse, distanziate l’una dall’altra di qualche secolo, ma anche e soprattutto perché sono geneticamente preceduti da altre tradizioni relative agli eventi maggiori della Rivelazione biblica e che fondano la fede biblica: la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, l’alleanza sinaitica, l’installazione in Canaan.
  • Il più antico dei due racconti della creazione (Gen.2,4b ss.) risale al periodo di Davide (circa 1010-970 a.C.) e Salomone (970-931 a.C.), all’epoca in cui Israele passa da una organizzazione di tipo tribale (anfizionia) a un regime monarchico. É un racconto di genere sapienziale elaborato dagli Scribi della corte di Salomone. La critica storico-letteraria attribuisce questo testo alla tradizione yahvista in quanto utilizza sempre il nome di Yahvè per designare Dio.  L’altro racconto (Gen.1) appartiene, invece, alla tradizione sacerdotale e risale al periodo della caduta di Gerusalemme e dell’esilio in Babilonia (587-538 a.C.). L’autore del testo è un sacerdote di Gerusalemme in esilio, a conoscenza dei principali miti cosmogonici mesopotamici. Conosce il racconto yahvista, del quale riprende solo gli aspetti essenziali relativi alla creazione, evocandoli in forma liturgica. I due testi sono stati poi abilmente fusi dal redattore finale del Pentateuco nel V secolo a.C., in modo che lo scritto sacerdotale formi il quadro entro sui riportare le tradizioni più antiche.
  1. La Tradizione Biblica ha sempre concepito la fede in maniera essenzialmente, se non esclusivamente, «salvifica», una fede, cioè, che confessa e si riferisce ad una esperienza di «liberazione», a un «dono» e a una «promessa».
  • L’evento primordiale a fondamento della Tradizione Biblica è la liberazione dall’Egitto. Esso è sempre stato compreso come evento fondante l’esistenza morale e giuridica di Israele. La riflessione profetica ne rivelerà il carattere gratuito, facendo appello ad altre due tradizioni antiche e importanti: la «promessa» fatta ai Patriarchi (il «dono» della terra: l’ingresso in Canaan) e I’«elezione», ossia la coscienza di essere un popolo scelto da Dio.
  1. Gli studi storico-critici e teologici dell’Antico Testamento attestano che le professioni di fede più arcaiche ― quelle che venivano tramandate oralmente di generazione in generazione e attualizzate nelle assemblee cultuali, come, per es., Gs. 24, 2-13 e Dt. 26, 5-10 ― non contengono alcun riferimento esplicito alla creazione e che solo in epoca piuttosto tardiva si è venuta sviluppando una riflessione teologica sulla creazione, riflessione che è sempre rimasta aperta e non ha mai assunto la forma di una dottrina definita una volta per sempre.
  • La confessione di Dio Creatore sarebbe, pertanto, un ampliamento e uno sviluppo teologico del «credo storico» di Israele, una «profezia retrospettiva»: l’opera della creazione viene considerata in senso salvifico e inserita nella catena degli eventi storico-salvifici di Dio. In quanto tale, essa appare una creazione continua e non tanto una origine prima, «prima» del tempo e «fuori» del tempo.
  1. La tradizione che meglio sintetizza il carattere storico e rivelativo della fede biblica, e che acquista la massima rilevanza teologica, è sicuramente I’«Alleanza», ossia la rivelazione del progetto storico-salvifico di Dio. Tale evento rappresenta una novità assoluta in quanto infrange quella concezione circolare della vita, caratteristica delle religioni agricole cananaiche dell’epoca, introducendo e svelando un senso della storia, una irreversibilità del tempo. Entrare nell’ «Alleanza» significa impegnarsi a costruire una storia: Dio e l’uomo fanno la storia. L’uomo non solo è creatura, ma è inserito in una dinamica storica di salvezza.
  1. In quanto «profezia retrospettiva», la creazione viene descritta con un linguaggio simbolico evocativo: un linguaggio che, utilizzando il vocabolario della cultura comune (all’epoca di redazione dei testi biblici), evoca (rimanda a) una realtà altra da quella rappresentata o designata dalle parole. Il linguaggio simbolico rivela un significato del vivere e dell’esistere.
  • In Gen. 3, il serpente parla : non si tratta di sapere o controllare se veramente ha parlato, ma di comprendere che cosa ha detto. Il mito è una “storia vera”, nel senso che quello che racconta non è mai successo nelle modalità in cui viene descritto, ma “accade sempre”.
  1. Rendendo l’intero cosmo «creatura» (Gen.1,1-2,4a), gli astri, il sole e la luna semplici «luminari» (Gen.1,14-19) e la vegetazione «cibo» (Gen.1,29), la fede biblica ha intrapreso quel graduale processo di «demitizzazione» che era ― indipendentemente dagli intenti di Israele stesso, ma oggettivamente ― il presupposto indispensabile per l’esplorazione e la comprensione scientifica del mondo. La natura, cioè, perde quella sacralità che asserviva l’uomo alle potenze cosmiche, retaggio delle mitologie babilonesi, e il mondo diviene uno spazio «profano» affidato da Dio al dominio responsabile dell’uomo e alla sua operatività scientifico-tecnologica.
  • Dalla Bibbia traspare, in un certo senso, la dimensione salvifica della scienza e della sua autonomia. L’uomo, in quanto investito del «dominio sul creato» (Gen.1,28), è continuatore della creazione.  Quest’opera si effettua anche nel sapere scientifico e nell’operatività tecnologica.  Ne consegue che l’attività scientifico-tecnologica è intrinseca alla logica del progetto divino.  Solo una sua non corretta finalizzazione può sottrarla a tale logica.  Il segreto effettivo della condizione umana è l’uso responsabile della libertà.
  1. I primi capitoli del Genesi rispecchiano le conoscenze naturali e la visione del mondo dell’epoca di redazione, e nel loro genere letterario riproducono l’universo culturale e linguistico degli agiografi. Dal punto di vista storico-letterario e in parte contenutistico, a prescindere dalla comune ispirazione teologica, i due «racconti della creazione», per quanto riguarda l’origine dell’uomo, divergono notevolmente tra di loro. Unico elemento comune è la creazione dell’uomo, descritta, tuttavia, in modo diverso, in quanto diverse sono le scuole teologiche di provenienza e differenti la spiritualità e la mentalità soggiacenti.
  1. Mentre il primo «racconto della creazione» (Gen.1) condensa tutto il significato dell’evento creativo nell’affermazione essenziale, di alta densità teologica: «Dio creò l’uomo a sua immagine» (1,27), il secondo «racconto della creazione» (Gen.2,4b ss.) è manifestamente più etico. Ricorrendo a immagini mitiche, descrive le caratteristiche essenziali dell’uomo, in tutte le sue relazioni esistenziali, nel decorso di una «storia» che si svolge dinanzi a Dio e lo concepisce in situazione relazionare, inserito, cioè, in un complesso di rapporti: l’uomo è in rapporto con la terra, da cui deriva (2,7a); con il «giardino», che è chiamato a coltivare e custodire (2,15); con la donna, senza la quale sarebbe incompiuto (2,18); con Dio, dal quale riceve l’esistenza come «dono» (2.7b). Il secondo «racconto della creazione», in altri termini, evidenzia il significato etico dell’evento creativo, sottolineando le fondamentali dipendenze e relazioni esistenziali dell’uomo: rapporto con Dio, ricerca dei mezzi di sostentamento e compito di lavorare, la comunità (2,18-24) e il linguaggio (2,19-20.23).
  1. In Gen.1,1-2.4a l’attività creatrice di Dio viene presentata nel quadro simbolico di una settimana: sei giorni di lavoro e un giorno di riposo («eptamerone»). L’uomo è il vertice del creato; è formato nel sesto giorno, ultimo del «fare» di Dio, e occupa una posizione speciale rispetto alle altre creature. Il sesto giorno, però, non è l’ultimo in assoluto. Sigillo dell’«eptamerone» è il settimo giorno, giorno benedetto del riposo. Ne deriva che l’uomo, per la posizione che occupa, è «ultimo» rispetto alle altre creature, ma «penultimo» rispetto al «giorno di Dio» (sabato). L’uomo, cioè, è orientato al «settimo giorno», e, attraverso lui, lo sono anche tutte le creature.
  1. Dalla struttura letteraria del primo «racconto della creazione» si intuisce una importante verità antropologica: l’uomo precede il «cosmo», nel senso di universo «compiuto», ed è dipendente da Dio; assomma in sé le ricchezze del creato, ma deve ricevere l’ultima ricchezza e la suprema benedizione racchiusa nel «settimo giorno». L’uomo, in altri termini, è l’essere alla soglia tra le realtà «penultime» e la realtà «ultima», tra mondo e «riposo» escatologico di Dio. Nell’uomo (Adamo), pur radicato nella realtà biologica in quanto appartenente al regno animale, si incontrano due orizzonti e coesistono due dimensioni: la storia e l’escatologia, l’immanenza e la trascendenza.
  1. Il discorso biblico sull’uomo creato «a immagine e somiglianza di Dio» spiega che cosa significa per l’uomo essere creato. In base alla interpretazione fornita dall’esegesi biblica, la nozione di «immagine» rivela la nostra radicale dipendenza da Dio, che in termini biblici significa «figliolanza», e in termini filosofico-teologici significa dignità della persona e della comunità umana. Ciò che costituisce e specifica la creaturalità dell’uomo è la sua facoltà e capacità di essere in diretto rapporto con Dio. La nozione biblica di «immagine», tuttavia, esprime anche un «dono» e un «compito». Un «dono» in quanto è una realtà fondante che costituisce l’essere stesso dell’uomo. Un «compito» in quanto l’agire morale deve conformarsi e confrontarsi con la «dignità» costitutiva della persona umana e della comunità, ed estrinsecarsi in un dominio responsabile del mondo. Se l’uomo non si riconosce «a immagine di Dio», perde di vista il proprio fratello, anch’egli «immagine di Dio», e tenderà a dominarlo e asservirlo. La dipendenza responsabile da Dio garantisce, invece, una relazione di uguaglianza e di solidarietà tra gli uomini e uno sfruttamento responsabile e rispettoso della natura. 

Conclusione.

Quale valore di verità è possibile accordare o attribuire ai «racconti della creazione», dal momento che la Rivelazione biblica non intende proporsi come un sapere concorrenziale delle teorie scientifiche?  Come si concilia il discorso biblico sull’origine dell’uomo con i dati della paleoantropologia?

Il discorso biblico sulla creazione presenta l’uomo fin dal «principio» con qualità personali elevatissime: l’uomo (Adamo) non solo è «immagine di Dio», nel senso e nel significato che l’esegesi e l’insegnamento magisteriale della Chiesa hanno esplicitato, ma è dotato di facoltà intellettuali e morali che non è possibile ricercare in qualche esemplare della serie di Ominidi fossili descritti e interpretati dalla paleoantropologia.

Sarebbe sicuramente tentante ricavare dai testi biblici una interpretazione della creazione come processo evolutivo, distinguendo opportunamente il quadro mitico dal contenuto teologico attuale. Tale operazione, tuttavia, si scontra con il fissismo letterariamente costitutivo dei testi e con le caratteristiche proprie della Rivelazione biblica. Come è già stato sottolineato, il genere letterario dei due «racconti della creazione», anche se formalmente fissista, non comporta una inconciliabilità con l’evoluzionismo, né costituisce una prova in favore del fissismo o «essenzialismo»: evoluzionismo biologico e fissismo sono due concezioni filosofiche completamente estranee all’universo biblico. Lo stesso vale per la moderna concezione della scienza.

Il messaggio biblico si pone a un livello di significato (e di «realtà») diverso da quello scientifico. Mentre la scienza, per sua natura e metodo, si pone come compito di svelare la composizione e la struttura dell’universo fisico e biologico, le affermazioni bibliche hanno fondamentalmente, anche se non esclusivamente, un valore propositivo e un carattere progettuale: pur riferendosi a eventi storici, enunciano un «progetto» esistenziale e interpellano la libertà e la responsabilità dell’uomo. La creazione biblica è un intervento di natura esistenziale che trascende il naturale decorso dei fenomeni; è la proclamazione di una «Parola» che attende una risposta.

«L’argilla ― diceva il Papa emerito Benedetto XVI ― era diventata uomo nel momento in cui un essere per la prima volta ― anche se ancora cosi informe ― era stato in grado di formulare il pensiero ‘Dio’. Il primo ‘tu’ che, sia pure balbettante, è stato pronunciato da bocca umana rivolta a Dio segna il momento in cui lo spirito era sorto nel mondo. In questo punto era stato superato il Rubicone dell’umanizzazione» .

Ennio Brovedani sj

(Presidente della Fondazione Stensen di Firenze)

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