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“La bisbetica domata ovvero il sogno di Sly”: il gioco dei ruoli Spettacoli

Il merito di Shakespeare e delle sue commedie non è solo quello di creare degli intrecci perfetti, ma anche di scrivere testi che riescono sempre in qualche modo a racchiudere il suo pensiero sul mondo e sul teatro. È così che ogni sua opera non può fare a meno di riportarci in un continuo viaggio tra sogno e veglia, tra teatro e realtà, tra il tragico e il comico. “La bisbetica domata” non è da meno. Un adattamento ben fatto è andato in scena al Teatro di Cestello di Firenze ad opera del Cenacolo dei Giovani, la compagnia stabile diretta da Lorenzo Degl’Innocenti. Pur rimanendo fedele al testo originale, il regista ha sostituito la cornice della commedia. Infatti Shakespeare aveva creato una “premessa” alla vicenda dei protagonisti: un popolano ubriacone veniva imbrogliato da un gruppo di nobili, i quali gli facevano credere di essere lui stesso un gran signore e loro i suoi servi. Per onorarlo una compagnia di attori recitava la commedia, appunto la storia di Caterina e Petruccio. Qui, invece, Degl’Innocenti ha voluto creare una commistione di testi, una scelta che calza a pennello e ci conferma come infondo le opere di Shakespeare abbiano un loro filo conduttore: a prendersi beffa dell’ubriacone compare direttamente un gruppo di attori, e lui non è altri che Bottom, il guitto ignorantello di “Sogno di una notte di mezza estate”, il quale alla fine dello spettacolo si sveglia e, come nel suo testo d’origine, non sa proprio come raccontare la follia che ha sognato.

“La bisbetica domata” è stata oggetto di molte e vivaci discussioni. Nessuno ha saputo dire con certezza se Shakespeare volesse sbeffeggiare e criticare gli uomini, illusi di poter governare le donne senza conceder loro la libertà di scelta, o dimostrare l’insensata lunaticità e superficialità del “gentil sesso”. Il poeta inglese mostra, in modo senz’altro ironico, un metodo per “addomesticare” le mogli raccontando la storia di Caterina, figlia bisbetica di un ricco mercante, e Petruccio, giovane rude e prepotente. Quest’ultimo accetta di sposare la ragazza insolente pur di avere la sua dote, promettendo di renderla docile e obbediente. Per farlo diventerà molto più bisbetico di lei: sarà come se la povera Caterina si vedesse allo specchio. Attorno a loro gli spasimanti della sorella più piccola di Caterina, la dolce e gentile Bianca, la cui mano sarà concessa, per volere del padre, solo dopo il matrimonio della sorella maggiore. L’opera si costruisce su uno scambio continuo di ruoli: i servi si travestono da padroni ed i padroni fingono di essere precettori per poter colloquiare liberamente con Bianca. Anche le due sorelle finiscono per “scambiarsi i ruoli”: Bianca diventerà irascibile, disobbediente e capricciosa, mentre Caterina farà una lunga predica a tutte le donne invitandole a servire e adorare i loro mariti.

In una scenografia di drappeggi rossi e dorati (di Marcello Ancillotti e Cecilia Micolano), tra le melodie delle chitarre, i giovani attori danno vita ad uno spettacolo fluido e coinvolgente, ognuno riesce a caratterizzare il suo personaggio in modo simpatico e puntuale: ad esempio lo sciocco Biondello, il balbuziente Ortensio, l’innamorato Lucenzio. Imponente e frizzante sulla scena Petruccio: riesce a diventare padrone assoluto con la sua fermezza e indisponenza, a divertire con i suoi doppi sensi e con le sue buffonate. Poetico e seducente il finale, con attori-ombra che sfilano in un angolo.

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