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La casa del platano: alle radici di un’Italia rimasta incompiuta Opinion leader

Firenze – “La casa del platano, una villa padronale che si affacciava e si affaccia sulla piazza, l’unica del paese, o per meglio dire la piazza si sporge sulla casa che ha cambiato colore, è adesso abitata da altri”: è l’immagine del viaggio di una donna che ritrova, con amore e partecipazione, i suoi primi anni a Macchiagodena, “un comunello” di montagna in Molise, microcosmo nel quale si riflettono le vicende dell’Italia dei primi decenni del dopoguerra.

Quel palazzo della sua infanzia è l’epicentro di questo percorso raccontato da  Rosalba de Filippis, poetessa e scrittrice, in un libro (“La casa del platano, Ed. Carta Canta) che coinvolge il lettore toccando le corde più profonde della memoria.

Il volume è diviso in due parti delle quali l’una è il risvolto soggettivo dell’altra. Nella prima Rosalba narra “con parole di figlia” la storia del padre Vincenzo e del suo impegno civile e morale. Nella seconda Antonio D’Ambrosio, che è stato sindacalista e presidente del  Consiglio regionale del Molise), traccia gli eventi più importanti accaduti in quel territorio in un periodo complesso e conflittuale nel quale si cominciava a porre  le basi della democrazia italiana.

Due registri diversi che si integrano vicendevolmente. Protagonista è la figura del professore, don Bicienz in dialetto molisano, personaggio che rappresenta simbolicamente le contraddizioni di quegli anni drammatici, comunque esaltanti per chi voleva creare una  nuova Italia libera e solidale.

Per questi ideali Vincenzo de Filippis rinunciò alle sue origini sociali privilegiate di nascita e di famiglia per dedicarsi da professore ed educatore e da esponente del Partito comunista, al riscatto dei contadini poveri del territorio molisano.

 

Così la casa del platano era diventata una scuola per chi non aveva ricevuto un’istruzione, un rifugio per chi aveva bisogno di un consiglio o di un aiuto, un luogo di discussione e di azione per contribuire a spingere la politica governativa verso un’effettiva emancipazione culturale e materiale delle classi meno abbienti.  “Macchiagodena, suo paese, al quale Lu Professore, come un moderno San Francesco socialista, distribuisce stimoli, idee, ambizioni e voglia di crescere e di sognare”, come scrive il sindaco Felice Ciccone, nell’introduzione.

Una scelta non dettata da intenzioni filantropiche – spiega l’autrice – ma “ispirata a un senso di giustizia connaturato, oltre a quella ventata di idee, che sebbene destinate comunque a scontrarsi con un sistema calcificato di vessazioni mescolate a favori, si venivano concretizzando in una serie di iniziative di carattere politico, cooperativistico e sindacale”.

Quel periodo si interrompe di fronte alle sempre maggiori difficoltà politiche ed economiche. Deluso e amareggiato, Vincenzo trasferisce la sua famiglia – la moglie Wally, i figli Rosalba, Carlo e Donatello – prima a Isernia e poi a Firenze dove ha insegnato storia e filosofia al liceo Gramsci e dove muore il 28 ottobre 1979, “in una giornata grigia, come quelle che talvolta capitano nell’autunno fiorentino, spesso bello dorato”.

Da questo giorno parte il racconto di Rosalba alla ricerca di un tempo perduto e gradualmente  ritrovato.  Così scopre quanto don Bicienz sia ancora vivo nel ricordo e nella gratitudine della gente di Macchiagodena e quanto sia stato anche lui un esponente di quel gruppo di giovani generosi e intelligenti che molto hanno sacrificato per le proprie idee. Il padre si è impegnato in un luogo lontano mille miglia ma idealmente contiguo, per i  valori che negli stessi anni don Lorenzo Milani affermava con forza profetica in un paesello della montagna fiorentina.

Il viaggio alla casa del platano con “l’affollarsi di nomi e cognomi, i volti, le storie, i dolori, di persone che riaffiorano nelle carte e nei documenti” non è dunque solo un percorso consolatorio in affetti lontani. La vera liberazione è prendere coscienza di quello che si è diventati:  “Ora – conclude – è venuto il tempo di non nascondere niente, lasciarsi attraversare dalla speranza, alla ricerca di tracce imprevedibili di futuro”.

Foto: il castello di Macchiagodena

 

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