energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

La città fattore di competizione Economia, Opinion leader

La città come concetto e le città come particolari, uniche e specifiche, realtà territoriali  sono diventate di nuovo, dopo un certo appannamento dovuto da una parte ad un eccesso di attenzione alle singole imprese e dall’altra a soggetti territoriali diversi, come i distretti industriali, elementi centrali nella spiegazione dei diversi tassi di sviluppo dei paesi. “Le nazioni sono competitive se hanno città o sistemi di città ricche di professionalità, di organizzazioni e di istituzioni capaci di innalzare il livello del sapere a supporto dei processi produttivi. Ricche nel senso di annoverare le più disparate professionalità (varietà e variabilità), ma anche ricche nel senso di avere quantità elevate di determinate professionalità ad un livello tale da produrre comunità attive e creative e quindi sistemi produttivi altamente competitivi” (M.Grassi-S.Casini : Le città di città. Scelte Pubbliche n°3- Dicembre 2011).
Cioè le città emergono come incubatore privilegiato di un “sapere localizzato” che è certo parte del “sapere globale” che aleggia nel Mondo ma che si specializza, si concretizza nei diversi processi produttivi locali sulla base di una metabolizzazione che viene fatta dai soggetti e dagli organismi locali. Per dirla in parole più semplici, la città è oggi il luogo della competizione perché è il luogo dove tanti professionisti e tanti ricercatori delle più diverse categorie del sapere che operano quotidianamente nelle più diverse organizzazioni e istituzioni si relazionano “face to face” e quindi creano “saperi competitivi”.  I saperi competitivi non sono tanto quelli dell’alta conoscenza accademica, che anzi questi si trasferiscono facilmente con lo scambio di formule, paper o trattati attraverso le reti digitali. Ma sono quei saperi “specifici”, adattati, unici, ricchi di esperienza operativa che sono difficilmente “catturabili” nella rete  e che invece se ne stanno ben radicati nel sistema localizzato.
E quindi in un’economia della conoscenza vince certo chi fa i conti con il sapere globale (chi ne sta fuori sta purtroppo “ai margini” dello sviluppo avanzato) ma anche e di più chi, partendo da questo livello globale, riesce ad aggiungere un “contributo locale” a questo patrimonio e lo sfrutta in termini di produzione. E per dare questo contributo occorre che in un sistema ci siano i produttori e trasferitori di alta conoscenza (le università, i centri di ricerca pubblici e privati), gli utilizzatori e trasformatori di questo sapere (le imprese, specie quelle high tech) e i tanti operatori che metabolizzano e trasformano questo sapere in attività operativa. Si potrebbe dire dalla scienza, alla tecnologia, alla tecnica fino ai processi operativi. Ma non in un processo lineare dall’alto in basso, ma in un ritorno circolare che fa diventare competitivi quei luoghi dove c’è “ricchezza e ridondanza” delle figure professionali dedicate a trattare la conoscenza.
Questo è quanto emerso anche dal Rapporto dell’Irpet sul Territorio che recitava, appunto: Qualità e innovazione come fattore di competitività regionale e che è stato presentato a Firenze, presso il SUM- Istituto Italiano di Scienze Umane,  Lunedi 19 dicembre.
La dimensione della città, che è una proxy della qualità delle sue funzioni, è quindi un elemento importante nella competizione non tanto in quanto “luogo di consumo” come spesso è stato ricordato. E neppure come “luogo di attrazione” demografica. La dimensione della città diventa importante perché sottende un potenziale di scala di soggetti e organizzazioni dedicate a trattare la conoscenza (nelle diverse fasi della filiera circolare che va dalla scienza al sapere operativo) e quindi ci dice di un sistema ricco di potenziale innovativo a supporto dei processi produttivi attivi nel sistema locale. Non è un caso che i sistemi produttivi di alta tecnologia (solo 85 sugli oltre 700 sistemi produttivi in Europa) coincidono spesso con le aree urbane più dense, dove ci sono centri di ricerca e università e dove, a causa della dimensione, sono presenti qualità e quantità di soggetti  professionali non riproducibili in altre aree.
La Toscana, in questo contesto europeo e internazionale, non emerge con particolari indici di competitività. I due sistemi più avanzati che coincidono con le città sedi di Università (Firenze in primo luogo e quindi Pisa) hanno dimensioni limitate e raggiungono performance che non si situano, salvo rare eccezioni, al top delle graduatorie internazionali.  Abbiamo presenze piccole, in un sistema rarefatto e con risultati quasi mai di eccellenza internazionale.
E’ da questa consapevolezza che, anche l’Irpet, rilancia come possibilità di rafforzamento competitivo della regione l’idea di una città rete che sia in grado di portare dimensione al sistema “città” della Toscana e sia in grado di superare i difetti e le criticità di quello che oggi esiste. Passare dalla città alla rete di città non può però essere soltanto un “escamotage nominalistico”.  Se si sommano tanti piccoli soggetti che rimangono isolati e rarefatti nel sistema regionale non si può certo raggiungere la massa critica che porta ad un salto di competitività.  Diceva un amico “ se si mettono assieme tante sardine non si fa un pescecane ma piuttosto un barile di sardine”! E aveva ragione.
Il passaggio alla rete presuppone che le singole città riescano a fare un salto di dimensione associandosi a progetti comuni, detenendo risorse specializzate che servono per tutta la rete, aumentando le relazioni fra i soggetti e le organizzazioni delle diverse città. Insomma che i singoli nodi della rete non siano isolati e chiusi ma piuttosto che si aprano alle relazioni con gli altri nodi della rete aumentando così il proprio potenziale e nello stesso tempo quello della rete.
Ma significa anche che le “funzioni pregiate”, devono essere collocate laddove generano più valore aggiunto per la rete e non secondo logiche redistributive di tipo compensativo. Penso ai tanti centri di ricerca e di innovazione creati e sostenuti in aree prive di contesto produttivo in grado di interagire. Oppure alle tante aree fieristiche e convegnistiche che non raggiungono i livelli dimensionali in grado di sviluppare servizi avanzati e riconoscibilità internazionale. O penso agli aeroporti che, pur essendo ad una scala appena compatibile con le dimensioni di traffico dei grandi nodi internazionali, magari continuano in battaglie campanilistiche a farsi concorrenza fra di loro piuttosto che puntare ad una integrazione regionale fondata sulla specializzazione. 
Insomma, passare dalla città singola, di rango internazionale, alla città rete può essere per la Toscana forse l’unica via di raggiungimento di una scala dimensionale adeguata alla competizione globale. Ma occorre che questa rete sia voluta. Sia pensata come tale. E sia quindi progettata da un “cervello regionale”  in grado di dispensare incentivi, di mettere paletti e di facilitare percorsi che convergano in maniera tempestiva e efficiente verso il raggiungimento di livelli dimensionali adeguati.
Poi, come è giustamente detto nel rapporto dell’Irpet, occorre pensare alla qualità interna delle città toscane. Alla qualità abitativa, alla sostenibilità ambientale, alla mobilità e alle singole identità urbane. Che derivano sempre più dalla rigenerazione urbana piuttosto che dal consumo di nuovo suolo. Tutte cose importanti e significative per la vita dei cittadini. Ma c’è un “prima” che deve essere affrontato. E il prima è quello di dare, o meglio ridare nel nuovo scenario internazionale, una nuova competitività al sistema produttivo della Toscana, senza il quale non esiste né rigenerazione delle città, né sostenibilità ambientale. 
E oggi, nell’economia della conoscenza, la Toscana per  fare i conti con il suo rilancio produttivo non può che trovare nelle sue città, nella città rete regionale, li principale elemento su cui fondare il recupero di una competitività che in parte si è venuta appannando nell’ultimo ventennio. E quindi si tratta, per la politica regionale, non tanto di investire sui singoli nodi della rete (questo è un problema locale) ma piuttosto nelle “funzioni pregiate” di sistema e negli strumenti che fanno innalzare il livello di interazione e cooperazione fra le singole città della regione.

 

Print Friendly, PDF & Email

Translate »