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La Città infetta: le lapidi e i tumuli dei morti senza colpa Cultura, Opinion leader

Ero stanco di veder soffrire gli uomini, gli animali, gli alberi, il cielo, la terra, il mare,
ero stanco delle loro sofferenze, delle loro inutili e stupide sofferenze, dei loro terrori, della loro interminabile agonia. Ero stanco di avere orrore, stanco di avere pietà.
Ah la pietà! Avevo vergogna di avere pietà. Eppure tremavo di pietà e di orrore.

(Curzio Malaparte, La pelle, Aria d’Italia 1949)

Firenze – C’è una città che non troverai negli atlanti dei geografi e nelle mappe dei viaggiatori. Una città che non compare nei repertori degli eruditi più illustri e nelle bibliografie più autorevoli ma che devi sicuramente conoscere. E’ la città che è dentro di te, sepolta sotto le sabbie melmose dell’ingiustizia e della sopraffazione.

Si racconta che alcuni esperti abbiano potuto rilevarla e decifrarla nei suoi momentanei affioramenti prima che il vento del deserto la sommergesse sotto una spessa coltre di polvere rossa.

Si racconta ancora che si trattasse di una città labirintica, costruita su una ragnatela di tracciati che la scienza urbanistica non è ancora in grado di spiegare. Strade che si perdono nel nulla, piazze senza accessi, vicoli che si chiudono su sé stessi, ponti sospesi nel vuoto, cavalcavia interrotti, sottopassi sbarrati, viadotti puntellati, viali che si interrano senza riemergere. Un intrico di arterie e di percorsi insensati, disseminati di carcasse metalliche, carri rovesciati, carogne di animali, carrozze trasformate in rifugi. Si parla anche di un’architettura enigmatica: palazzi senza finestre, porticati murati, templi scoperchiati, conventi profanati, biblioteche babeliche, teatri diruti, caserme barricate. Un groviglio inestricabile di solidi e di incavi dove il disordine parrebbe frutto di un disegno razionale rivolto al disorientamento, all’impostura, all’insidia.

I topografi l’hanno descritta come un grande insediamento circolare solcato da assi ortogonali orientati secondo i venti prevalenti, e da una rete di camminamenti radiali, una trama confusa di edifici racchiusi da un perimetro murato, costeggiato da miseri viali di circonvallazione, e al centro, circondata da fossati d’acqua putrida, la città proibita, il luogo delle Tavole della Verità.

Un riferimento forse alla teoria aristotelica che una disposizione di questo tipo avrebbe reso difficile ai ladri e ai forestieri l’uscire dalla città e agli aggressori di penetrarvi. O un ricordo dei racconti di Tucidide sulla vicenda dei tebani che entrarono a Platea e si persero totalmente finendo prigionieri.  Pare comunque che nessuno sia riuscito a raggiungerne il cuore, a varcarne il profondo fossato e forzarne le porte, e che alcuni sprovveduti che avevano cercato di farlo siano ritornati al punto di partenza o, peggio per loro, si siano persi nei meandri del labirinto.

I viaggiatori che intendevano attraversarla sembra si orientassero attraverso l’oscura toponomastica che la nominava: una data impressa su una lapide di bronzo per ogni piazza, ogni strada, ogni vicolo. Addentrarsi in questo intreccio cronografico poteva dire percorrere sentieri bui, aggirare ostacoli, districarsi tra indicazioni ambigue e storie feroci.

Secondo gli studiosi, a chi vi giungeva da levante la piazza 1° maggio 1947 poteva apparire come uno spazio aperto a ridosso delle mura, costellato da 14 cippi di arenaria macigno. Le iscrizioni ancora leggibili parlerebbero di un vero e proprio memoriale che viene associato verosimilmente ad un eccidio di contadini commesso durante una festa popolare da una banda di mercenari assoldati da proprietari terrieri, aristocratici locali, complici stranieri, cellule segrete.

Pellegrini e uomini di fede dovevano percorrere invece la via 12 Dicembre 1969 che costeggiava l’accesso meridionale, una pista di terra battuta che si biforcava tra 17 tumuli di terra e cenere scura. Tradizione orale vuole che si soffermassero in preghiera depositando fiori e steli di incenso. Le epigrafi ritrovate sotto la coltre di lapilli riferiscono di un ordigno nascosto, di salme irriconoscibili, di inchieste insabbiate, di congiurati, di pubblici ufficiali corrotti, di procuratori riottosi, di confraternite occulte.

Sul versante opposto, lungo l’itinerario che si snodava tra balze e anfratti di tufo, risultano presenti 3 capitelli votivi con la data del 31 maggio 1972 incisa sull’abaco, a memoria, secondo le indagini, del sanguinoso scempio di tre gendarmi e del turpe sviamento delle investigazioni che servitori fedifraghi, graduati infidi, politici conniventi, insabbiatori di professione, avevano per lungo tempo manipolato.

Più comunemente viandanti e forestieri pare si servissero della via 28 Maggio 1974 che apriva uno degli accessi laterali, un meandro stretto e cupo, segnato da 8 stele di ferro corroso.

Ogni stele riportava un’incisione ancora leggibile dalla quale i ricercatori dedussero che si trattava della memoria di una strage di alcuni giovani educatori presenti ad una orazione pubblica. I magistrati della città scrissero di un congegno esplosivo e di un recipiente civico, di intimidazioni e di ritorsioni, di ideatori e di esecutori, di complici palesi ed occulti, di maggiorenti e di servi sciocchi.

Diverso tragitto si crede seguissero i notabili della pianura, gli ambasciatori e i legati delle città vicine, che dovevano varcare la porta orientale della città dopo aver attraversato la via 4 Agosto 1974 e la via 23 dicembre 1984, due percorsi contigui, lastricati da 28 lapidi di basalto nero. Sembra pure che i famigli e i portantini che le calpestavano ne conoscessero le ragioni: lo ricordano i geroglifici che, secondo le ricerche, raffigurano due detonazioni all’interno di un cammino sotterraneo, carri incendiati, dodici corpi inerti, sedici cadaveri bruciati. Le iscrizioni aggiunte parlano di giudici compromessi, di infiltrazioni tenebrose, di sentenze inutili, di sicofanti e di mestatori, di sobillatori, di provocatori sotto falso nome.

Chi proveniva da settentrione poteva forse imboccare la via 27 Giugno 1980, una lugubre contrada, interrotta dai resti di un sacello di marmo travertino in cui si riconoscono ancora 81 croci incise sulle pareti. Dicono gli storici che avrebbe dovuto ricordare ai posteri una storia di assassini nati, di macchine volanti e una tragica ecatombe di innocenti conclusasi in fondo al mare. Dicono anche che fosse attraversata da oscure diramazioni, dove si celavano generali felloni, sottoposti pavidi, dignitari infidi, e dove si possono ancora riconoscere i segni di morti impiccati, tra forche, ganci, corde, nodi scorsoi.

Altro itinerario dovevano seguire i corrieri che facevano la spola con i porti della costa occidentale, obbligati a utilizzare la via 2 Agosto 1980, uno spazio accidentato, interrotto in più punti da ottantacinque sepolcri di pietra lavica. I graffiti raccontano di delegazioni ricorrenti di notabili e maggiorenti della città guidati dal prefetto e dal sommo sacerdote, di cerimonie solenni ad ogni sepolcro, di orazioni e invettive davanti ad una folla muta. Chi parlava di esplosione accidentale, chi di massacro proditorio, chi di delegati infedeli, chi di agenti prezzolati. Si convocarono astrologi e aruspici, si studiarono le traiettorie dei corpi celesti, si sezionarono le viscere di capri e di agnelli. Si sospettarono cospirazioni, funzionari sleali, nemici interni, sicari spietati.

Mentre 11 arche di pietra sovrastano ancora oggi un passaggio tra le dune dove due date incise, 23 maggio 1982, 19 luglio 1992, mostrano di associare a efferate stragi di uomini di stato, magistrati, familiari, addetti e addette alla protezione armata, la mano di gelide squadre della morte.

Per altra rete di sentieri, di viuzze e di pertugi si inoltravano probabilmente i trafficanti e i contrabbandieri, al riparo di concrezioni e cretti catacombali: 5 nicchie scavate nella roccia e rinvenute durante una delle campagne di esplorazione accompagnavano chi si inoltrava per il varco che una lapide di bronzo registra come intestato alla data del 27 maggio 1993. Nelle tracce di volti dipinti si possono riconoscere una famiglia distrutta, due bambine, un giovane, dilaniati tutti da una scellerata esplosione. E con essi il consorzio di banditi, di menti sataniche, di assassini psicopatici che l’aveva premeditata e messa in atto.

Sembra, infine, che i mercanti che trasportavano le migliori tecnologie dell’oriente fossero costretti a immettersi nella via 3 Febbraio 1998, un percorso soprelevato, fiancheggiato da venti colonne spezzate di marmo statuario. Secondo i ricercatori doveva rievocare un eccidio senza autori, una storia di punti neri su una distesa bianca, cadaveri involontari immersi nella neve. Frammenti lapidei di cronache dell’epoca parlano di cavi recisi, di scorrerie di predatori gallonati giunti da paesi d’oltremare, muniti di salvacondotto imperiale.

Gli studiosi e gli osservatori che ancora oggi indagano sui resti urbani di questa città ne presumono tuttavia un’altra: una città fatta non di strade e di piazze, di palazzi, di chiese, di officine, di giardini. Ma una città incorporea, una città sospesa, una rete invisibile a più strati che libra a mezz’aria con le sue maglie sempre più fitte, dove le strade, i vicoli, i carrobbi, le scalinate sono filamenti impalpabili stesi da un lato all’altro del suo perimetro; dove i palazzi dei ministeri, i tribunali, le chiese, le caserme, sono i nodi che li uniscono; dove gli interstizi sono gli spazi in cui si avviluppa la vita dei suoi abitanti. Una città che soltanto pochi eletti governano, acrobati in doppiopetto che volteggiano da un ramo all’altro, funamboli fregiati che camminano impettiti sui fili leggeri, giocolieri togati che roteano in aria torce e coltelli, porporati mangiafuoco appollaiati sui nodi, prestigiatori in cilindro e frac appesi a spirali di seta.

E’ la città egemone. La città delle relazioni inique, dove, all’ombra del potere, gli intrighi, le macchinazioni, le congiure si annidano nei punti chiave dell’intreccio e fluiscono lungo i suoi rami intrappolando nella trama più fitta, come nella mappa dei tramagli, le vittime di turno.

Dicono gli storici che la città sottostante, la città dei morti non sia altro che la sua impronta terrena, popolata di spettri alla ricerca perenne di una verità inaccessibile. Raccontano anche di coloro che cercarono, senza fortuna, di liberarsi dalle maglie che li ingabbiava strappandone i fili. Un tentativo illusorio, sostengono, perché, come la tela del ragno, la rete ha conservato intatta la sua trama che invisibili tecnici avevano già provveduto a riparare riallacciando ancoraggi, rigenerando rami, riannodando filamenti.

Massimo Gennari, Simona Lazzerini

 

LE STRAGI METAFORIZZATE NEL TESTO

 

01 maggio         1947          PORTELLA DELLA GINESTRA         14   morti

12 dicembre     1969          PIAZZA FONTANA                          17   morti

31  maggio        1972          PETEANO                                            3   morti

28  maggio        1974          PIAZZA DELLA LOGGIA                    8   morti

04  agosto         1974          ITALICUS                                          12   morti

27  giugno         1980          USTICA                                            81   morti

02 agosto          1980          BOLOGNA                                        85   morti

23 maggio         1982          CAPACI                                               5   morti

23 dicembre     1984          RAPIDO 904                                    16   morti

19 luglio            1992          VIA D’AMELIO                                   6   morti

27 maggio         1993          GEORGOFILI                                      5   morti

03  febbraio       1998          CERMIS                                             20   morti

 

 

 

 

 

 

 

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