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La città sgomenta abbraccia i senegalesi fiorentini Opinion leader

I senegalesi barbaremente e assurdamente uccisi a Firenze si chiamano: Samb Modou e Diop Mor. Questi i nomi dei tre feriti: Moustapha Dieng ( in prognosi riservata) Sougou Mor e Mbenghe Cheike. Nomi, per noi inconsueti; nomi da ricordare.
Dopo i “fatti di Piazza Dalmazia”, molte sono le immagini, le suggestioni, le riflessioni che si rincorrono, si incrociano e si sovrappongono. Ieri era il 13 Dicembre; quasi alla stessa ora in cui si verificava l’incredibile sparatoria in mezzo ai banchi del Mercato di Piazza Dalmazia, la Toscana “ufficiale”, quella del mondo istituzionale, si incontrava con migliaia di giovani al XV meeting dei diritti umani: per dire che siamo tutti figli dello stesso mondo, per discutere dei movimenti di popolazione e per sottolineare che i migranti sono anche cittadini. “E’ italiano chiunque nasca in terra italiana” è il messaggio che è stato mandato. Ben altro e sanguinoso messaggio mandava la pistola del “Brevnik” pistoiese (come Casseri è stato rinominato pensando al killer  razzista di Oslo del  Luglio scorso). E’ un accostamento che, drammaticamente, stride.
C’è un altro accostamento che mentalmente non posso far a meno di evocare. La seconda fase della triste e sconsiderata impresa di Gianluca Casseri si è svolta nel mercato di S. Lorenzo. Altri spari, un’altra scia di sangue, prima che l’assassino ponesse fine da solo alla sua vita. E’ una zona “calda”, S. Lorenzo, sede di non poche tensioni e conflitti. Già nei primissimi anni novanta vi fu qualche episodio di intolleranza contro i cosiddetti “extracomunitari”. Ricordo, in quel caso, di fronte ad avvenimenti tutto sommato di non grande entità, quale fu la reazione veemente di padre Balducci.
Se la memoria non mi inganna, fu proprio da S. Lorenzo, dove si era recato, che parlò di una città che aveva smarrito se stessa e i suoi valori più veri e più belli: quelli dell’accoglienza e dell’apertura al mondo. Non si era che agli inizi di un processo, quello della costruzione del difficile, quanto necessario e vitale, rapporto fra coloro che cittadini italiani e toscani lo sono per radici antiche e i “nuovi cittadini” che vengono da noi a cercar lavoro e opportunità di vita ed a confrontarsi con la lingua di Dante. Un processo che va gestito con creatività, apertura all’interazione fra diversi e senso di responsabilità.
Alfine, come proprio Balducci diceva, può darsi che siano proprio i “barbari” la nostra speranza.Va peraltro ricordato come egli sostenesse che è fondamentale aprirsi all’ “altro” senza perdere se stessi. Un’identità debole, insicura, immemore delle proprie radici è un’identità fragile, anticamera e incubazione possibile dell’aggressività. Sono molte le patologie della nostra società: l’isolamento in cui sono confinate troppe esistenze individuali e la durezza di una crisi, che è di relazioni umane oltre che di carattere materiale, sono indici di una situazione che impone  raddoppiata vigilanza e  attenta capacità di analisi critica della realtà
Il caso ha voluto che pochi giorni fa fossimo con il mio amico Pape Diaw (che ieri ha espresso al prefetto la rabbia della sua comunità di appartenenza) a parlare di "Afriche" e della fecondità del dialogo con l'"altro": è a quei valori, nonostante tutto e oggi più che mai, che bisogna riferirsi. Ti invio un abbraccio, Pape, e idealmente lo riferisco a tutti i senegalesi "fiorentini”.


Severino Saccardi

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