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Storie al tempo della crisi. Reddito a picco, una famiglia rischia di perdere i bambini Cronaca

Alle famiglie in difficoltà non vanno lasciati neppure i figli. Sembra proprio questa, la conclusione amara della storia di Yamina, una giovane donna marocchina e del marito di origine egiziana,  da svariati anni a Firenze, città in cui sono nati i due figli di 8 e 11 anni. Cominciamo intanto col raccontare che Yamina non è sempre vissuta in queste ristrettezze. A Casablanca lavorava come impiegata di banca e parla 4 lingue: arabo, italiano, francese, inglese. Il marito, da 32 anni in Italia, era titolare di un'impresa edile, che, in seguito a rovesci economici, nel 2009, agli inizi della crisi, andò a gambe all'aria. Tuttora esercita un piccolo commercio di frutta secca. Il problema principale per questa famiglia è  stato ed è tuttora quello dell'abitazione. Infatti, una volta che il proprietario (italiano) si accorse che la situazione economica della famiglia crollava sotto i colpi della crisi, li collocò presso un'altra persona che conosceva, che li ospitò  (alla "modica" cifra di oltre 500 euro al mese…) in un sottoscala-cantina. Già. Perchè la caratteristica principale dell'abitazione che ospita la famiglia è quella di essere una cantina talmente umida, che una stanza è completamente inagibile: ci crescono i funghi, e per quanto Yamina abbia tentato di estirparli, quelli sempre più ostinati ricrescono. Inoltre, essendo completamente sotto il piano strada, non ci sono finestre, ma un'unica "bocca di lupo" assolutamente insufficiente a far circolare aria.

Yamina non è rimasta con le mani in mano. Da anni l'assistente sociale cui si è affidata conosce bene la situazione. Il primo paradosso della storia è proprio questo: come racconta Yamina, "non fu segnalato  il caso all'ufficio casa, nonostante la situazione ambientale in cui ci trovavamo, giustificasse la nostra iscrizione nella graduatoria sociale". Vale a dire, avendo fatto  la richiesta di casa popolare, la famiglia si sarebbe trovata nella corsia preferenziale costruita apposta per le situazioni emergenziali.   "Questo non fu fatto – continua Yamina – neppure quando, in seguito a un intervento della polizia municipale e dei vigili del fuoco, avvenuto nel dicembre 2011 per appurare la pericolosità dell'alimentazione a gas metano per i fornelli  e quella del fatiscente impianto elettrico (esiste una sola luce, lampada a piantana, che viene spostata da una "stanza" all'altra) si trovarono di fronte a una situazione da incubo. Tanto che mandarono immediatamente una relazione alle istituzioni e ai servizi sociali". Non solo. Fu tagliata la luce e così persero l'uso del bagno. E, per un po' non successe altro.

Ma, nel mese seguente, si mosse il Tribunale dei minori.
Con queste ragioni, come si legge nella relazione del giudice che mostra Yamina: in data 17 gennaio 2012, "viene inviata richiesta al Tribunale dei minorenni" dal momento che, in seguito a "relazione del servizio sociale emerge una situazione a forte rischio dei minori, attesa la difficilissima condizione economica e la più che precaria condizione abitativa. I genitori tuttavia non accettano una seppur temporanea collocazione dei bambini in luogo idoneo". Il relatore chiedeva dunque "la limitazione della potestà genitoriale e l'affidamento dei minori al servizio sociale, con eventuale collocazione eterofamigliare". Riservava tuttavia la soluzione prospettata a "ulteriori accertamenti".

Eppure Yamina, donna intelligente e colta, aveva scritto due lettere al sindaco di Firenze per metterlo al corrente della situazione. Lettere a cui non aveva mai ricevuto risposta.
"Ingenuamente, avevamo pensato che il sopralluogo e l'intervento dei vigili urbani e dei vigli del fuoco potese essere risolutivo per evidenziare alla istituzioni la nostra difficoltà a vivere in quella situazione – continua Yamina- perciò, la citazione in Tribunale fu per noi una doccia gelata: come, si chiedeva aiuto attraverso le vie previste dalla legge e ci toglievano i figli?…". Inoltre, come specificato nella relazione, si accusava anche Yamina, attraverso un'associazione che si occupa di migranti, "di non  voler essere collaborativa" come dice la giovane madre. "Ma io ho cercato lavoro, ho imparato l'italiano, ho cercato tanto di uscire dalla situaizone". Ma accettare di separare la famiglia? "No, non possiamo accettarlo. Sono la nostra vita" dice, accennando ai figli. E si capisce che parla anche per il marito.

Separazione famigliare, cosa inaccettabile a chi ha inviato un pacco di domande di lavoro basate sulle sue competenze, come Yamina che ce le mostra tutte, o per chi cerca in tutti i modi di risollevarsi con un lavoro in proprio, come il padre. Inoltre la famiglia è tutt'altro che isolata, nella comunità islamica fiorentina: l'uomo  presta anche opera volontaria presso la moschea, dove è una sorta di fidato consulente per le famiglie e per l'intera comunità islamica. Tant'è vero che è conosciuto come Safina (il suo quarto nome), Nave, a significare la sua disponibilità ad occuparsi degli altri e la sua capacità di accogliere con calore le persone.

Dunque, se le difficoltà esistono e sono terribili, i due coniugi hanno cercato coraggiosamente di farvi fronte, spinti anche da quella stessa fierezza e dignità che ha impedito loro per lungo tempo di rivolgersi alla loro stessa comunità per aiuto, ma cercando di averlo solo per vie istituzionali e percorsi legali e precisi. Con un unico risultato, almeno per ora: il rischio di vedersi togliere la potestà genitoriale. Un rischio concreto, che incombe su di loro: la "chiamata" in Tribunale è per il 4 luglio. Se a quel tempo non dimostreranno di essere in grado di fornire ai figli una casa salubre, i bimbi saranno portati via. L'ultimo strazio, per una madre e un padre a cui servono solo 3 stanze. Senza funghi negli angoli e muffa sui lenzuoli, però. E magari con le finestre.

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