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La cultura salverà l’Iran e il mondo Cinema, Spettacoli

Salendo sul palco per ritirare il premio dei premi, Asgar Farhadi, il regista iraniano che con il film “Una separazione” ha conquistato ieri notte l'Oscar per il miglior film straniero, ha ripetuto le parole che tantissimi iraniani avevano detto tra le lacrime un mese e mezzo fa durante l'assegnazione dei Golden globe: “Gli iraniani in tutto il mondo sono felici in questo momento non per un premio, per un film o per un regista, ma perchè mentre i politici si scambiano parole di guerra, di intimidazione e di aggressione, il nome del loro Paese risuona qui grazie alla loro gloriosa cultura”.In un clima di crescente tensione interna e di timore per una guerra che nessuno vuole, ma che sembra farsi ogni giorno più vicina, gli iraniani si apprestano, il 2 marzo, ad andare alle urne per eleggere un nuovo parlamento. Forse anche per dire a quale delle due fazioni in lotta, quella capeggiata dal presidente Ahmadinejad e quella che si stringe intorno alla Guida suprema Khamenei, apparterrà il prossimo presidente della repubblica. I riformatori, i verdi, questa volta sono fuori dal gioco e hanno scelto il boicottaggio, in un coraggioso tentativo di contarsi e di far sentire il loro peso per negazione. Sul palco di Hollywod, l'unico accenno fatto da Farhadi alla politica è stato per ricordare che la sua pesante coltre di polvere “ricopre oggi l'antica e gloriosa cultura iraniana”. Parole misurate, com'è nello stile di un regista che ha sempre preferito far emergere le dinamiche della società iraniana attraverso il minuzioso realismo delle sue opere piuttosto che per mezzo di dichiarazioni ai giornali stranieri. Da Chaharshambe suri a About Elly – che Film Middle East Now, il festival fiorentino dedicato al cinema del Medio Oriente, ha ospitato insieme al regista nel 2010 -, a Una separazione, i suoi interpreti disegnano un idenkit dell'Iran contemporaneo, delle sue aspirazioni, delle sue contraddizioni, delle sue costrizioni, senza mai perdere di vista i sentimenti e  le pulsioni che caratterizzano tutti gli uomini. I diversi punti di vista tra i personaggi di Una separazione, appartenenti a due  mondi chiaramente divisi sul piano sociale e culturale, sfociano nella violenza e nel dramma, come succede con sempre maggiore frequenza nella realtà viva dell'Iran di oggi, ma il regista rifugge dai luoghi comuni, sia nella prospettiva che offre del suo Paese, sia in quella dei valori etici universali che pone in gioco nel film. Nella contesa tra un marito che sente il dovere morale di dover restare con il padre ammalato di Alzheimer e la moglie che vuole emigrare per offrire alla figlia un futuro in un paese diverso dall'Iran; nel violento contrasto che oppone la badante chiamata ad assistere l'ammalato e la coppia accusata di averle procurato un aborto durante un diverbio; tra un intrico di diversi punti di vista e di problematiche che toccano il nervo scoperto delle debolezze umane e le carenze del sistema iraniano, il giudizio finale viene lasciato allo spettatore. Quest'ultimo, per esprimersi, deve necessariamente abbandonare i “suoi” luoghi comuni. Un compito non facile per il quale il regista ha più volte indicato la soluzione: “Sono convinto che se tutti nel mondo si sforzassero di conoscersi attraverso il prisma della cultura, l'immagine reciproca che ne deriverebbe sarebbe molto più chiara e molto più vera”. Un monito che non vale soltanto per lo spettatore straniero che deve giudicare  districandosi all'interno di un dramma che si svolge nella lontana Tehran, ma anche per lo spettatore iraniano chiamato a confrontarsi con il solco culturale, prima ancora che sociale e politico, che “separa” l'Iran di oggi.
Asgar Farhadi è stato invitato ad inaugurare la terza edizione di Film Middle East Now il prossimo 12 aprile. Firenze lo aspetta.

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