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La cura del linguaggio per ricostruire il paese Opinion leader

E, se non viviamo poi così tanto, una serie di effetti negativi si manifestano sotto più forme. Ma anche come un declino che ci ammanta e avvolge in una lenta slavina, che si ingrossa al passaggio impanandosi dei corpi e dei rigoli di materie e sentimenti pacatamente vivi ancora, rimasti nel flusso umano. Se noi non agiamo profondamente con gli altri ciò che scompare è la ricerca di quel mezzo, quel codice fondamentale dello scambio, quel luogo in cui si distingue la banalità e l’effimero dall’esperienza sedimentata, compresa e arricchita dalla conseguente sintesi. Quel mare dalle correnti più imprevedibili che combinandosi innalzano l’umanità ad animale complesso e geneticamente organizzato per progredire incessantemente. Insomma è del linguaggio che stiamo parlando, ovvero di quel sistema fonatorio dell'uomo, di cui è attrice la laringe, che è unico ed è il nostro personalissimo strumento musicale. Il linguaggio è anzitutto verbale, cioè il suono viene emesso e percepito, quindi ingaggia sia il canale fonetico che acustico nella sua attività. Ed è proprio questo duplice ingaggio che ci fa bene sia individualmente che collettivamente, perché parlando compiamo lo sforzo di codificare per noi e per gli altri. Ci ascoltiamo e ci facciamo ascoltare, e l’altro che ci ascolta si reimmette nel flusso e codifica e si ascolta per noi. Se tutto ciò si spegne o viene compiuto senza la spinta ad un processo progressivo, se questo momento viene sempre banalizzato, comicizzato, demenzializzato, collerizzato, consumerizzato, il linguaggio si impoverisce, noi ci impoveriamo. E invece abbiamo bisogno di costruire esperienze collettive. E se queste si fermano, il linguaggio non si sviluppa, non crea nuove coordinate dialogiche, e si ritrova a dover accettare periodi storici dove entra in scena da una parte la stagnazione e l’asfitticità linguistica e dall’altra una sorta di turpiloquio diffuso. Il tragico è che ci si aggrega per assonanze catastrofiche o demenziali e non più per concetti o valori, nuovi o vecchi che siano.

Perché la costruzione pragmatica di un qualsiasi progetto di efficacia collettiva, ci auguriamo responsabile, induce ad approfondire le analisi degli scenari, spinge allo studio e alla ricerca delle argomentazioni quindi all’elaborazione.
Allora emerge il bisogno di un linguaggio per codificare neo-concetti e neo-risultati o neo-calcoli dati da neo-indicatori.
In questo modo tutte le valenze del linguaggio si rinfrescano, si ossigenano e concorrono a un lessico che avanza e che aiuta quella comunità ad avanzare. Riduce la fissazione ad adottare termini mutuati da altre lingue, poiché è in grado di coniarne di propri. E proprio di conio si tratta, perché le parole sono le nostre monete nella vita. Possono farci brillare o cadere vorticosamente ma, se nel linguaggio si soppesano le parole, spesso anche la vita è curata, e chi è fisicamente vicino al suono delle parole può esserne curato, al contrario potrebbe anche esserne leso. Sono monete che possono creare crediti e debiti, si può onorarle o disattenderle, e questo determinerà ogni volta quel peso specifico atteso da chi le pronuncerà. Forse il nostro caro Zingarelli, che ogni anno si ripropone nel monovolume, riuscirebbe a istituzionalizzare qualcosa di meglio del celodurismo, fighettismo, velismo, e ancora, alcopop, chupito, shottino, apericena, che d’ora in poi saranno annoverati e fregiati del titolo di  “termine ufficiale della lingua italiana”.
Possiamo fare di meglio. Possiamo usare costruttivamente le valenze del linguaggio, quella espressiva, evocativa, rappresentativa e quella intraindividuale. Ma dobbiamo ripartire proprio da quest’ultima poiché è quella tutta dedicata a noi stessi per pensare meglio, per controllare meglio il comportamento e per avere un libero scambio d'informazioni. Questa volta dobbiamo utilizzarla per far crescere un Paese i cui paesaggi e contesti attendono nutrimento quotidiano attraverso un nuovo civismo che ce la farà a proporre neologismi, perché costruire nuove prassi sociali risolutive ed efficaci crea necessariamente un nuovo linguaggio. Siamo stati noi a non far più vibrare delle emozioni positive di cui è capace la nostra Nazione da sempre, e che il mondo ci riconosce e ci invidia. E’ nostra la responsabilità di questa pauperizzazione continua. Il nostro Paese nonostante la mancata cura, la mancata attenzione ed anche il mancato amore, regge ancora. Dobbiamo ricominciare a parlare, a parlare seriamente, a onorare le nostre parole, a non perdere più un attimo del nostro tempo e dimenticare le critiche e le parti e tuffarci nella ri-costruzione di questa ancora splendida Italia tutta da coccolare.  

Fabrizia Paloscia     

immagine: https://nickshell1983.wordpress.com/tag/censoring-curse-words/

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