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La democrazia del laissez faire e il suo futuro Opinion leader

Firenze – La faccenda è intricata, emblematica e sta così: l’affollata comunità filippina di Firenze, gente per lo più operosa con tanti nuclei familiari, ha l’abitudine di riunirsi in Piazza Indipendenza più volte alla settimana e di far festa fino a notte fonda fra schiamazzi, tamburi, barbecue e balli, ignorando vari divieti e lasciando alquanto sottosopra un’ambiente vittima, peraltro, anche di varie sconcezze altrui.

I residenti della zona, che la notte vorrebbero dormire e il giorno sentirsi meno assediati da rom, ubriachi e sbandati, non ne possono più e chiedono da tempo al Comune di metterci una pezza.

Palazzo Vecchio, l’arbitro, per dare ragione a tutti ha proposto a quella comunità di trasferirsi nel giardino della Fortezza, lontano dall’abitato, e ha cominciato a riqualificare la piazza con un moderno WC, servizio che, per spostarsi, i filippini pretendono anche nella nuova destinazione. Intanto tutto resta com’era e, nell’attesa che un qualche miracolo si compia, si procede tra proteste crescenti.

Esercitiamoci dunque in qualche riflessione allargata, fermi restando sia il diritto dei residenti di dormire e vivere in pace, sia quello dei filippini di riunirsi. Calendario alla mano, diciamo intanto che, si tratti di piazza o giardino, una concessione per due o tre volte alla settimana equivale a 100-150 giorni all’anno. Quasi un monopolio. È davvero ipotizzabile, soprattutto se gratis?

Secondo: Firenze ospita non poche comunità. Anche ai latinos, per esempio, piace cenare e far baldoria insieme. Ma abbiamo folle di senegalesi, magrebini, cinesi, cingalesi, eccetera. Dando per scontato che abbiano tutti gli stessi diritti, che si fa se anche loro chiedono un luogo esclusivo per riunirsi?

Terza questione: il risultato di questi incontri è, per lo più, un tappeto d’immondizie, a parte eventuali danni materiali a panchine, piante, recinsioni e via elencando. Tralasciando la spesa dei WC, utili comunque, chi paga Quadrifoglio per il repulisti? E chi ripaga i danni di cui sopra?

Infine un rischio: il giardino della Fortezza contiene il noto laghetto con fontana. Non è profondissimo, ma che succede se un bambino o un ubriaco ci affoga durante questi rendez vous? Secondo le tragiche esperienze al Forte di Belvedere, di chi sarà la responsabilità se non del Comune, sindaco in testa?

Domande banali per problemi concreti che ci indirizzano al tema di fondo: forse che anche per Firenze (e l’Italia) è giunto il momento di riconsiderare le regole di un’accoglienza che ormai tanti ritengono eccessivamente permissiva? Forse che il politicamente corretto e il relativismo culturale dei nostri recenti trascorsi opulenti non corrispondono più all’invasione di costumi eterogenei, bisogni e pretese che sembrano ignorare il contrappeso dei doveri in un mondo più povero, diffidente e scarso di risorse?

E ancora. Accoglienti sì, ma perché non in un perimetro di comportamenti che rispettino quanto di convivenza civile l’Occidente ha nei secoli faticosamente elaborato? Si può governare un paese e una città fingendo di volersi tutti bene, dunque svendendo questo e quello per il quieto vivere di alcuni che per altri diventa inferno? Ed è immaginabile che alcuni si accaparrino privilegi a spese di tutti, che si tratti di zone franche per il tempo libero o di una sostanziale impunità per i troppi commerci clandestini se non per vagabondaggi, furti, questue moleste e variegate criminalità economiche?

D’accordo, McDonald in piazza Duomo darebbe un colpo mortale all’identità di Firenze. Ma perché McDonald sì e legioni di ambulanti abusivi, rom e borseggiatori no? Chi snatura di più? E perché abbandonare piazze prestigiose a quotidiane, illecite ordalie senza un solo atto d’imperio che le renda impossibili? Perché una comunità d’immigrati può perfino arrogarsi il diritto a una sorta di esclusiva gratuita su spazi pubblici, reclamando per di più costosi servizi igienici e pulizia urbana? Se non allucinazione, se non ricatto, come altrimenti lo si può definire?

Forse anche i nostri politici e amministratori si pongono domande analoghe. Forse alcuni sono addirittura d’accordo per un maggior rigore. Ma il fatto è che, proprio dicendosi d’accordo a parole, riescono a scongiurare il pericolo che più li spaventa, quello di prendere decisioni concrete, nette e impegnative, invece di continuare a menare il tradizionale, verboso can per l’aia.

Ad esempio, per vincere la fin qui ridicola e perdente guerra alla contraffazione e al commercio abusivo, non basterebbe forse prevedere la confisca del permesso di soggiorno e l’espulsione dal paese? E, tornando ai filippini, non sarebbe forse sufficiente spiegar loro con la dovuta decisione che non è consentito appropriarsi di piazze e giardini, per di più a danno di altri, e che per certi rumorosi incontri privati ci sono i prati delle Cascine? Magari aggiungendo che, se una tantum vogliono proprio il giardino della Fortezza, c’è una tassa da pagare. Troppo severo? Ma non è così che si governa con l’occhio alle regole mettendo tutti su un piano di parità?

Voglio dire: può avere un futuro una democrazia del laissez faire? L’overdose di caritatevole buonismo sperimentata in questi decenni non è forse una sicura autostrada verso il degrado della civiltà e verso un’anarchia senza governo? Cosa c’è di sbagliato nel chiedere agli immigrati di rispettare le nostre tante buone norme, con energia se occorre? Non è un trucco per escludere. Al contrario, è un modo per includere. Includere fino al punto di pretendere dagli ospiti esattamente quanto viene chiesto agli italiani. Solo così si fa vera, egualitaria integrazione. Solo così le forze democratiche possono battere leghe, 5 stelle, populismi e fascismi di ritorno.

 

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