La febbre incendiaria, Marco Cantini torna a cantare l’eroismo dei vinti

Firenze – E’ uscito  “La febbre incendiaria”,  il terzo disco del cantautore toscano Marco Cantini pubblicato da Radici Music Rec. L’album è un concept disc  liberamente ispirato al romanzo “La Storia”  di Elsa Morante: un libro tra i più importanti della letteratura italiana del ‘900.

Il disco è composto da 14 tracce ispirate ai personaggi principali e agli episodi salienti descritti nel romanzo, ed è stato registrato presso lo storico SoundClinic Studio Larione 10 di Firenze assieme ad una band di considerevoli musicisti del panorama italiano che da anni collaborano con Cantini. Un album  emozionante e coinvolgente sia nelle musiche che nei testi. Vicende drammatiche, suggestioni, pathos che emergono dai personaggi tratti dal capolavoro della Morante e musiche evocative  che hanno un riferimento culturale al De Grrgori degli anni ’90 e a De André e che, pur in forme nuove, si richiamano alla grande stagione dei cantautori.

L’immagine di copertina e le illustrazioni interne sono tratte da opere del pittore Massimo Cantini, padre del cantautore.

Come nell’album precedente “Siamo noi quelli che aspettavamo”, i fatti storici sono ancora una volta il comune denominatore. Ma stavolta la macchina del tempo conduce l’ascoltatore a Roma, al culmine di “un punto di orrore definitivo” (così Elsa Morante definì il ventesimo secolo), durante gli anni dell’ultimo conflitto bellico e nell’immediato dopoguerra: nella Storia con la S maiuscola – subita e non richiesta da milioni di vite – che innestò vicende che continuarono a premere sui sopravvissuti anche negli anni successivi, come l’effetto di un disastroso fungo atomico.

D: Come è nata l’idea di ispirarsi a  La Storia di Elsa Morante?

R: È nata nel giugno 2016, dopo l’uscita di “Siamo noi quelli che aspettavamo”, il mio precedente disco che narrava il sogno di un professore precario bolognese – tra i movimenti studenteschi e le grandi avanguardie artistiche – ambientato nella Bologna del 1977. Le motivazioni che mi hanno spinto a realizzare un simile progetto le riconduco al sottotitolo del romanzo stesso: “uno scandalo che dura da diecimila anni” è uno scandalo interminabile, accoglie temi e significati sempre attuali indipendentemente dallo scenario storico nel quale vengono collocati. Ed ha purtroppo molto senso, ancora oggi, la dura requisitoria che Elsa Morante espresse nei confronti del sistema e dell’intera società, andando incontro anche a feroci critiche.

D: Liberamente ispirato… nel senso che ci sono  differenze rispetto al romanzo della Morante?

R:Ho cercato di fissare gli episodi del romanzo che ho ritenuto più importanti, per consolidare maggiormente la mia interpretazione dell’opera stessa, concentrandomi soprattutto sui personaggi di Ida Ramundo e Davide Segre. “Liberamente ispirato” perché nel farlo mi sono preso anche qualche piccola licenza poetica; tuttavia, quando ho raccontato le vicende dei suoi protagonisti, mi è sembrato doveroso mantenermi fedele al libro.

D: Il  titolo “La Febbre Incendiaria”  come è nato?

R: Il fuoco è la metafora per eccellenza. Penso a quello della rivoluzione, celebrato da tanti scrittori e poeti, come Palazzeschi ne “L’incendiario”. Il fuoco, l’incendio, è anche trasformazione: un processo, dalla scintilla – passando per il suo divampare – fino alla cenere. Infine, la febbre incendiaria è lo stato temporaneo o permanente che attanaglia molti dei protagonisti del romanzo che ho ripreso nel disco: la sete di giustizia in tempi di occupazione nazifascista a Roma, la voglia di liberarsi degli oppressori e dei tiranni attraverso una resistenza necessariamente armata, o quella stessa febbre incendiaria dei tiranni persecutori: subita, ad esempio, da personaggi come Manonera – insieme a migliaia di italiani – che per il volere di Mussolini, nel 1941, dovettero partire alla volta della disastrosa campagna di Russia.

D: I tuoi  riferimenti  culturali si ispirano  alla grande stagione dei cantautori. Quali in particolare?

R: Sono invincibilmente legato soprattutto a Francesco Guccini, Fabrizio De Andrè e Claudio Lolli: a quest’ultimo, recentemente scomparso, ho dedicato il disco.

D: Emerge  un particolare interesse  per il ventesimo secolo… Non solo negli anni della guerra

R: Il mio desiderio è stato quello di prolungare un lavoro intrapreso nel precedente album, continuando ad indagare sul nostro passato sociale e politico, fissando un punto di vista che resta sempre quello dalla parte dei vinti. Nel precedente disco parlavo del ’77 bolognese, narrando in parte anche la breve vita di Andrea Pazienza, ma era soprattutto il racconto della sconfitta di un professore precario dei nostri giorni, vessato da un sistema che non riconosceva i suoi meriti. Mentre stavolta ho cantato le storie di tanti personaggi che subirono i tragici effetti di una guerra non richiesta: tutti pensati, dalla Morante stessa, in condizione di parità. E inseparabili nei loro destini.

D: Perché  l’attenzione si focalizza sulle vite dei vinti?

R: Credo sia un insopprimibile desiderio di amplificare le voci di chi ha attraversato i deserti della disperazione prodotti dalla Storia, le vittime sottoposte ad ogni forma di ingiustizia sociale: storie capaci di farci riflettere, o canzoni che possano spingerci a porci domande senza necessariamente fornire risposte.

“La  febbre incendiaria”  vede ancora una volta la presenza di Gianfilippo Boni ad affiancare Cantini nella produzione artistica, ed è stato registrato dal vivo in presa diretta dal cantautore assieme allo stesso Gianfilippo Boni, Lele Fontana, Lorenzo Forti, Riccardo Galardini e Fabrizio Morganti presso lo storico SoundClinic Studio Larione 10 di Firenze, ai quali si sono aggiunti Francesco “Fry” Moneti (Modena City Ramblers) e Claudio Giovagnoli (Funk Off) che assieme a Cantini ed ai suddetti musicisti hanno curato gli arrangiamenti di tutto il disco.

Oltre a loro l’album vede molteplici ospiti, quali i cantautori Marco Rovelli, Tiziano Mazzoni, Nicola Pecci e Silvia Conti, e una lunga serie di ottimi musicisti e artisti come Riccardo Tesi, Gabriele Savarese, Roberto Beneventi, Serena Benvenuti, Claudia Sala, Stefano Disegni, Nicola Cellai, Andrea Beninati e Valentina Reggio.

Marco Cantini, cenni biografici

Marco Cantini nasce a Firenze il 19 agosto 1976.
Cresce amando e ascoltando cantautori come Francesco Guccini, Fabrizio De Andrè, Claudio Lolli e Francesco De Gregori. Inizia a suonare la chitarra a 17 anni da cui le prime scritture inedite. L’esordio discografico arriva nel dicembre 2010 con il disco “Sosta d’insetto” prodotto da Soundrecords: la tracklist è composta da 10 brani realizzati con la produzione artistica del chitarrista Lorenzo Piscopo.

Nel 2011 dà vita, con il cantautore Marcello Parrilli, a Zero Cover Firenze; la rassegna – effettuata in locali del capoluogo toscano – nasce con l’intento di dare voci ai cantautori della scena indipendente, in un libero spazio di condivisione musicale. Molti live a sagomare e rodare bene il nuovo design musicale, molte le collaborazioni dal vivo non ultima quella con Beppe Carletti de I Nomadi.

Il 4 aprile 2016 esce il secondo album, un concept album storico-generazionale dal titolo “Siamo noi quelli che aspettavamo”, prodotto dallo stesso Cantini e da Gianfilippo Boni: il disco vanta una serie di importanti collaborazioni come Erriquez (Bandabardò), Luca Lanzi (Casa del Vento) e Francesco “Fry” Moneti (Modena City Ramblers).

 

 

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