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La Fede, la preghiera, le tradizioni contro la pandemia Cronaca

Prato – Di fronte al dramma della pandemia in molte città città italiane ci si affida alla fede e alla preghiera per trovare coraggio e consolazione: si venerano con devozione il crocifisso, la madonna nonché le sacre icone con riti religiosi che hanno memorie antiche.

Papa Francesco a Roma ha pregato la solenne immagine della Vergine presso la Basilica del Divino Amore e a sorpresa è uscito dal Vaticano per recarsi alla basilica di Santa Maria Maggiore e raccogliersi  di fronte alla Vergine. Poi il «pellegrinaggio» nella chiesa di San Marcello per invocare alla Croce lì esposta «la fine della pandemia».

A Napoli il drappo rosso che copre il «miracoloso crocifisso» custodito nella Chiesa del Carmine nel cuore centro storico cittadino, è stato sollevato dai frati carmelitani in via del tutto eccezionale (il crocifisso è visibile ai fedeli esclusivamente dal 26 dicembre al 2 gennaio). La storia di Napoli racconta che la statua lignea con i capelli di seta venne esposta già nel 1656 quando la città fu colpita dalla peste che decimò la popolazione.
In provincia di Cremona, l’abate di Casalmaggiore,ha ricavato nella zona d’ingresso al Duomo di Santo Stefano, uno spazio in cui collocare l’antica rappresentazione della crocifissione di Gesù, risalente al 1676 e che è stato esposto anche secoli fa, durante la diffusione della peste e  le alluvioni del fiume Po.

A Lesina in provincia di Foggia il parroco dalla Chiesa Maria Santissima Annunziata ha portato a piedi e da solo per le strade del piccolo Comune lagunare, il Corpus Domini chiedendo preventivamente ai fedeli di non seguirlo assolutamente e di rimanere nelle loro abitazioni, pregando da lontano. Se il Padre non può essere visitato dai figli è Lui stesso che esce di casa e li visita uno ad uno.
In provincia di Pavia si eleva per la prima volta la supplica ai santi pastorelli di Fatima, Francesco e Giacinta, scritta da un sacerdote locale, in memoria della loro morte avvenuta per “la spagnola” la febbre epidemica che invase il mondo tra il 1918 e il 1920 causando la morte di migliaia di persone.
A Prato il vescovo Nerbini ha deciso di esporre la Cintola della Sacra Vergine conservata nel Duomo di Prato, per “legare” la città e i suoi abitanti alla santa veste di Maria per superare il difficilissimo momento. La data scelta non è un caso perché il 19 marzo del 1494 per decisione di Giovanni de Medici, allora proposto della Pieve di Santo Stefano l’attuale Duomo, divenuto poi Papa Leone X, per scongiurare la diffusione di una pestilenza decise di mostrare ai pratesi la reliquia della Cintola.
La data straordinaria cadde il 19 marzo perché il Santo è riconosciuto custode della Sacra Famiglia e della Chiesa universale. Il momento più alto del rito dell’Ostensione è stato quando, fuori programma, il vescovo Nerbini è salito sul pulpito di Donatello e ha mostrato la sacra reliquia alla piazza sottostante che per la prima volta però era in assoluto silenziosa e vuota.
Gli era accanto il Sindaco Matteo Biffoni che visibilmente commosso si è portato le mani al volto. Il sacro rito era stato preceduto dalla recita in Duomo del Rosario presso la Cappella della Cintola. Tra le mani del Vescovo i grani donati da Papa Giovanni Paolo II alla Vergine della Cintola quando venne in visita a Prato nel 1986. Sappiamo della venerazione di questo Papa a Maria,e del “totus tuus” ispiratogli dalla dottrina di san Luigi Maria Grignion di Monfort che il Papa stesso pronunciava nelle sue preghiere e riportava fedelmente nei suoi scritti .

Due sole parole che sono una preghiera di affidamento indirizzata a Gesù per mezzo di Maria. Per cui è simbolico il suo dono del Rosario alla Vergine. Una coroncina simile fu infatti da Lui stesso posta nella mano della Madonnina delle lacrime di Pantano nella diocesi di Civitavecchia la cui statuetta lacrimò sangue nel 1995 nel giardino di casa della famiglia Gregori. Oggi essa è custodita in una teca presso la Chiesa di San’Agostino e venerata dai fedeli di tutto il mondo.
Foto: la Sacra Cintola
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