energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

La Grande Alluvione: i media e la lezione della Città sul Monte Opinion leader

Firenze –  Nell’ambito del  50° anniversario degli eventi del 1966 a Firenze e in Toscana verrà presentato nel luogo-simbolo della Biblioteca Nazionale il volume straordinario di “Testimonianze” dedicato a La grande alluvione (19 Maggio, alle 16,30). All’incontro parteciperanno il vicesindaco di Firenze Cristina Giachi, l’assessore regionale all’Ambiente, Federica Fratoni e Mauro Perini (presidente di Water Right Foundation) nonché i direttori dei quotidiani fiorentini. Le conclusioni sono affidate a Giorgio Federici (coordinatore di Toscana 2016) ed a Severino Saccardi (direttore di “Testimonianze”). Questo il contributo di Piero Meucci, direttore di Stamp, pubblicato nel volume.

Per ironia della sorte quel primo mattino del 4 novembre 1966, allora giornata festiva, dunque legittimamente ancora sotto le coperte, stavo ascoltando la Water e la Fireworks Music di Georg Friedrich Haendel. Pioveva ancora, dopo tanti giorni di pioggia insistente. In quel preciso momento, sulle note della più famosa musica di corte del mondo, l’Arno stava violentando Firenze.

Un evento così drammatico oggi strariperebbe in tempo reale anche nei social e nei canali televisivi all news, ma allora non si era connessi h24 come oggi. C’erano radio e tv, ma l’allarme tempestivo si dava di persona come accadde in via Trieste, quando suonarono alla porta e una coppia di amici sconvolti chiese aiuto e ricovero: il loro appartamento che si affaccia sull’Arno in via de’ Bardi, a pochi metri dal Ponte Vecchio, era stato raggiunto dall’onda di piena e loro erano riusciti a fuggire e raggiungere l’auto prima che la barriera d’acqua li bloccasse.

A quel punto nulla fu più come prima. Seppure protetti dalle prime alture della Bolognese, era come se si percepisse di lontano il grido soffocato di una città che veniva avvolta in una massa d’acqua, di fango, di detriti, di nafta fuoriuscita dagli impianti di riscaldamento. Qualcosa di inconcepibile per chi ha avuto la fortuna di vivere in un posto dove risiede una buona parte della coscienza dell’umanità. Come poteva accadere, per la seconda volta in poco più di vent’anni, che qualcuno o qualcosa la colpisse così crudelmente non solo nel suo essere comunità di cittadini, ma anche in quello che la storia aveva voluto depositare in questa antica valle ai piedi degli Appennini?

“Firenze Guerra e Alluvione”, il libro che Paolo Paoletti e Mario Carniani dedicarono ai due fatti di morte e distruzione. E come avevano fatto i padri 22 anni prima, restando a scrutare dai tetti i  momenti della battaglia, così ci davamo il turno sulla terrazza di casa per tentare, con scarsa razionalità, di cogliere frammenti di  quanto stava succedendo.

Silenzio assoluto, tutto era come sospeso in un clima irreale comunque luttuoso. A un certo punto il silenzio fu spezzato da un’esplosione seguita da una nuvola di polvere nera: era saltato, come si seppe il giorno dopo, un deposito di fusti di materiali chimici nei pressi di Piazza Beccaria e c’era stata anche un vittima.

A quel tempo Breaking news e collegamenti satellitari erano di là da venire, ma c’era la radio, il primo grande strumento di comunicazione di massa del mondo, quello che negli anni trenta aveva dato ad autocrati e dittatori la possibilità di trasmettere la loro fatale demagogia, che poteva trasmettere in diretta e anche la Tv che allora aveva appena 12 anni poteva farlo, ma entrambe avevano bisogno di molto tempo per organizzarsi. Soprattutto perché fu lungo e tormentato il processo di percezione e valutazione del disastro da parte delle centrali giornalistiche.

Così i giornali radio si collegavano secondo palinsesto alle ora previste con Marcello Giannini, giovane giornalista di radio Firenze che raccontava semplicemente quello che vedeva dalle finestre della sede Rai che allora si trovava in Piazza Santa Maria Maggiore, tra la Stazione e il Duomo.

Aveva lottato tutta la notte precedente con i suoi capi di via Teulada a Roma, ai quali tentava, con scarsi risultati, di trasmettere l’emozione e il fervore professionale per raccontare al mondo la gravità di quello che stava accadendo. Nel collegamento delle 7 di quella maledetta mattina aveva calato il filo del microfono fino all’altezza dell’ondata di piena perché lo scroscio dell’acqua e il frastuono di ciò che stava la corrente vorticosa stava trasportando era la prova inconfutabile che la città si era trasformata in un fiume in piena.

Certo, era un problema non secondario per i giornalisti delle redazioni locali convincere i loro direttori della portata della notizia che meritava l’apertura dei giornali. L’unica fonte di informazione che avevano a disposizione per confortare la loro richiesta era l’Agenzia Ansa, oppure il quotidiano locale. E i giornalisti della Nazione avevano perfettamente colto cosa stava accadendo: “L’Arno Straripa a Firenze” era scritto a caratteri cubitali sulle “civette”, la maggior parte  delle quali, in città, erano già state ingoiate dall’acqua.

Quando la Rai cominciò a informare in modo continuativo il mondo e soprattutto i fiorentini era già molto tardi, l’acqua melmosa aveva già coperto la città per altezze medie varianti fra due e cinque metri, distruggendo e contaminando tutto ciò che aveva trovato sulla sua strada.

I giornalisti dell’Ansa dovettero abbandonare la redazione di via de’ Pucci, e anche quelli della Nazione in viale Gramsci dovevano lavorare in una sede allagata. Poi le telescriventi ripresero a trasmettere le notizie grazie a un ponte radio dell’esercito, notizie che venivano tradotte e rilanciate dalle grandi agenzie internazionali.

Null’altro che l’attesa restava ai fortunati abitanti delle zone alte della città che avevano ancora la luce elettrica. Una giornata di telefonate incontri, mesti scambi di informazione, aggiornamenti. Chi pensava di andare subito a dare una mano, non poteva muoversi a meno di non avere natanti e anfibi. Ed era comunque pericoloso avvicinarsi troppo alla corrente vorticosa della piena. C’era gente che moriva, laggiù nei quartieri popolari d’Oltrarno. Erano circa le 18 del 4 novembre quando l’Arno cominciò gradualmente a ritirarsi ma ci volle tutta la notte perché, sempre molto lentamente, si svuotasse il grande lago artificiale che aveva creato con la sua furia distruttiva.

Questa la cronaca succinta di una giornata ai margini della catastrofe, risparmiati dalla furia degli elementi ma sconvolti e impotenti come tutti i fiorentini. Altri hanno raccontato e racconteranno altre esperienze se non più epiche, certo più significative. Ma a noi serviva partire da questi frammenti di ricordi per raccontare quello che è successo dentro una generazione di post adolescenti che vissero quelle giornate di un decennio che segnò la loro generazione.

Il day after fu una graduale presa di coscienza basata su un’esperienza forte e impressionante: ciò che era avvenuto non era soltanto una variazione sul tema Polesine delle alluvioni degli anni 60, né una versione, per fortuna di dimensione ridotta in termini di perdita di vite umane e di esistenze sconvolte, della tragedia della diga del Vajont del 9 ottobre 1963.

Su un altro piano per quei giovani era qualcosa di più importante. Immaginatevi intanto la prima lunga passeggiata in mezzo al fango: da Santa Croce sconciata dalla nafta e i suoi capolavori distrutti, alla Biblioteca nazionale con il suo immenso patrimonio librario, eredità di secoli grazie alla quale si è sedimentata una civilizzazione che non ha uguali, il Ponte vecchio squarciato da proiettili pesanti tonnellate, fino al Teatro Comunale, all’interno del quale ci affacciammo per primi, dalla seconda galleria, per osservare una immensa piscina dall’acqua scura e limacciosa.

C’erano lezioni da trarre che riguardavano l’immediato e riflessioni che segnarono il futuro di una generazione. Da una parte il dramma umano di chi non aveva più niente a parte una casa che sarebbe rimasta inagibile per un tempo imprevedibile, dall’altra il dramma civile di testimonianze uniche di storia e di cultura ferite e bisognose di interventi immediati per scongiurare il rischio di perdite irreparabili.

Bisognava fare subito qualcosa, non c’era bisogno di stimoli o sollecitazioni. La “meglio gioventù” era tale perché era stata chiamata dal destino ad agire, non per sue particolari virtù o propensioni all’eroismo. I fiorentini si erano liberati da soli dal nazi-fascismo e ora  scattarono all’unisono per rialzarsi il più presto possibile e mostrare al mondo che erano degni custodi dei tesori che appartengono a tutta l’umanità.

Per alcuni di noi l’aiuto per i sofferenti prese la strada delle squadre di giovani armati di pala e scopa che si recavano nei quartieri più poveri e più colpiti a svuotare seminterrati, piani terra e primi piani attraverso i quali era passata l’onda distruttiva. E poi, al calar della sera, tutti a dare una mano a tirare fuori dai pozzi i volumi delle biblioteche e degli archivi. Tutti hanno presente perché riproposta da 50 anni da cinema e tv, la scena delle catene di giovani che si passavano l’un l’altro i libri che dovevano essere con urgenza ricoverati in luoghi asciutti pronti per passare negli essiccatoi o in altre zone per essere asciugati prima del deterioramento irreversibile.

Si andò avanti così per giorni, fino alla riaperture delle scuole e anche dopo, nel pomeriggio, suddividendosi incarichi più o meno impegnativi, fino a quando “i fiorentini ebbero il coraggio di accendere le prime luci del Natale” come disse ai suoi ragazzi un’insegnante dal cuore poetico.  Nel frattempo erano accadute tante cose che colpirono quei ragazzi: una palese inadeguatezza dell’organizzazione statale nell’affrontare eventi come quello di Firenze e del resto della Toscana che fu ugualmente devastato dall’alluvione, ritardi, impreparazione, scoordinamento. Colpì soprattutto la scena di un mezzo anfibio dei vigili del fuoco che portava il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat a rendersi conto della realtà di una città in ginocchio, circondato da esponenti politici che facevano a gara a salire su quel carro di Tespi del potere per lucrare un pezzettino di popolarità.

Tutto ciò avveniva sotto i riflettori con il mondo che stava a guardare con sollecita preoccupazione e partecipava con aiuti, esperti, anche mobilitando i suoi mezzi di informazione. Non era la prima volta che il giornalismo fiorentino si confrontava con la stampa internazionale grazie al sindaco Giorgio La Pira e ai suoi convegni internazionali. Ma negli anni 50 prevalevano gli schieramenti ideologici e il buon giornalismo del Nuovo Corriere e del Giornale del Mattino rimase sacrificato in un guscio di pregiudizi e incompatibilità che evidentemente non ne favorirono la crescita.

Era un’altra storia, più complicata.  In quei giorni novembrini, invece, ci fu la semplicità di un fatto fortemente traumatico che doveva essere raccontato nella sua crudezza, di fronte al quale svanivano le chiacchiere, le ipocrisie e le bugie più meno pietose. La libera azione della professionalità giornalistica non poteva che guadagnarci e dunque fra le conseguenze non secondarie del day after ci fu anche l’esperienza di un lavorare gomito a gomito fra i cronisti fiorentini, italiani e internazionali con uno scambio continuo di abilità e competenze.

Al primo posto, tuttavia, ci fu la presa di coscienza da parte di una generazione che ci si doveva rimboccare le maniche: tirare Firenze fuori dal fango era la metafora di un’aspirazione a realizzare una società e un’organizzazione statale più giuste e questo, imparammo,  lo si poteva e lo si doveva fare con un movimento dal basso come quello spontaneo degli ausiliari sul fronte dell’alluvione.

L’Arno aveva messo a nudo magagne e contraddizioni. Il dopoguerra era finito e insieme, tutti insieme, si poteva lavorare per creare un paese migliore. Caratteristica del movimento studentesco del 1968 fu in Italia il giungere a maturazione, senza compromessi o mediazioni comodo, di questa consapevolezza.

C’ è tuttavia anche un’altra riflessione da fare e questa riguarda soprattutto i fiorentini. L’evento distruttivo dell’alluvione venne a confermare la missione storica della città, come l’aveva descritta Giorgio La Pira protagonista di uno dei periodi più difficili ma anche più entusiasmanti della sua storia. Firenze, la città sul monte che indicava la via della spiritualità e della conciliazione dell’uomo con il suo Creatore, ma anche dell’uomo verso l’altro uomo, ha il compito storico (profetico, direbbe La Pira) di indicare al mondo questa via, anche quando deve mostrare le sue ferite e la sua determinazione a superare gli ostacoli per quanto dolorosi e impervi possano essere.

L’insegnamento è rimasto indelebilmente scolpito nella mente e nella coscienza di quel diciassettenne che vestendo una tuta regalata dalle forze armate olandesi e imbracciando una pala del consorzio agricolo cercò di dare un  contributo aiutando famiglie in difficoltà e recuperando carte preziose dalle cantine allagate. Nessuno avrebbe potuto offrirgli un’educazione migliore.

 

Print Friendly, PDF & Email

Translate »