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La grande industria del Presidente Rossi Opinion leader, Politica

Non c'è che dire. Appunto. Coraggio politico. Non è certo un messaggio che punta sul consenso sociale a “buon prezzo” e che ammicca alle tante imprese artigiane e industriali che difficilmente superano, anche quando sono più strutturate, la decina di addetti. E che, essendo tante e diffuse sul territorio regionale, si aspettano dalla politica messaggi di sostegno e di valorizzazione.  Li conosciamo questi messaggi: le grandi imprese sono poche. Il vero tessuto della regione sono le piccole e piccolissime imprese. E sono queste che reggono con il loro impegno e la loro attività il grosso dell'economia regionale.

Il merito del Presidente Rossi è stato quello di non essersi nascosto dietro una visione “tradizionale e rassicurante”. E di entrare, dopo un lungo periodo di torpore della politica e delle Istituzioni, in una seria e importante discussione di politica industriale.  E' chiaro che in un sistema economico tutto quello che c'è, che produce e genera occupazione, è importante. Ed è chiaro che se uno fa la fotografia della regione non può che vedere in prevalenza un mondo di piccoli e piccolissimi imprenditori,  artigiani,commercianti e professionisti che occupano la gran parte dell'immagine.

Ma l'analisi industriale (e quindi la politica che da essa deriva) non è una descrizione dell'esistente. Ma piuttosto l'interpretazione di quali sono gli elementi dinamici del sistema che ne reggono la crescita e lo sviluppo e che possono modificarlo introducendo innovazioni e cambiamenti che generano quello che Schumpeter chiama la “distruzione creativa”.

E se facciamo l'analisi del sistema industriale della regione, inserito nel contesto strutturale a scala europea e mondiale, è facile percepire che c'è stato un evidente cambiamento nei fattori più dinamici e innovativi dello sviluppo. Ed è evidente che, così dicendo, si reintroduce una discussione forse mai sopita fra gli analisti economici della Toscana, sull'evoluzione del sistema economico dal dopoguerra agli anni nostri.

E' assodato che i motori dello sviluppo toscano sono stati, fino alla metà degli anni '80, i distretti industriali di piccola impresa nell'area centrale dell'Arno e la grande impresa industriale, per lo più di proprietà pubblica, nella fascia costiera. Due elementi che hanno dimostrato un diverso dinamismo, capacità diversificate di generare occupazione, reddito e investimenti e che hanno segnato in maniera diversa, in particolare sotto il profilo dell'imprenditorialità e dell'innovazione, i territori di riferimento.

La discussione fra gli analisti si apre a partire dagli anni '90  e prosegue fino ad oggi. Il venir meno di molte componenti industriali sulla costa e la difficoltà dei distretti a generare innovazione provocano un declino industriale della Toscana che non porta il sistema alla rottura ma che ne limita in parte la rigenerazione. Tanto che la regione non segna elementi di dinamismo duraturo e sostenuto nella crescita oramai da quasi trent'anni.

Mentre sulla costa è chiaro fin dall'inizio, almeno nelle componenti più avanzate dei gruppi dirigenti locali, che l'impresa pubblica non potrà più essere l'elemento portante della crescita, nelle aree dei distretti industriali c'è invece una certa “resistenza” ad accettare  il nuovo “clima industriale” che avanza in Europa e nel Mondo. Si continua a puntare, certe volte in maniera acritica rispetto alle evidenze statistiche, sulla piccola impresa e sul distretto tradizionale come la sola risposta che il sistema può dare. E non ci si accorge che, in maniera netta in altre realtà industriali del Centro-Nord  ma in parte anche in Toscana,  il sistema industriale si modifica e mette al centro le imprese leader distrettuali (si pensi, come esempio più evidente, al settore della Pelletteria a Firenze) e le grandi e medie imprese leader internazionali.

Le piccole imprese, gli artigiani e la “strumentazione”del distretto e del modello produttivo toscano non perdono completamente importanza nel definire la competitività dell'industria. Anzi restano  un fattore rilevante di competitività differenziale. In particolare vanno segnalate quelle piccole e piccolissime imprese che passano da essere solo “terzisti finali di fatto dipendenti” a “imprese autonome e innovative”. Ma in questo sistema il fattore di innovazione principale, ed anche di dinamismo produttivo, tecnologico e commerciale, diventano le imprese leader sia che provengano , dal basso, dall'interno del distretto sia che vengano, attratte dalla presenza in loco di un sistema produttivo creativo e avanzato,  dall'esterno del sistema (Altre regioni, Europa, Mondo).

E allora è da quel momento (che non comincia con oggi, anche se oggi appare più evidente!) che la politica industriale comincia ad essere inefficace se punta al mantenimento dello “status quo” nel sistema distrettuale e di piccola e piccolissima impresa e diventa invece efficace se punta sulla  capacità innovativa interna (e poi diffusiva verso il territorio) della impresa leader.

Cioè, secondo questo approccio, la politica industriale punta a far crescere la ricerca, l'innovazione tcnologica e commerciale nell'impresa leader perchè questa è capace di farlo. Immettendo capacità e risorse proprie e utilizzando capacità e risorse esterne ma locali (sia di tipo finanziario che di tipo professionale e di ricerca). Le innovazioni realizzate nell'impresa leader passano poi, attraverso una pluralità di canali che possono essere di integrazione, di fornitura, di interscambio etc, verso le imprese del territorio. L'innovazione “trasferita” dall'impresa leader è recepibile dalla piccola impresa (certo se riesce a stare al passo dell'innovazione!) perchè utilizza lo “stesso linguaggio” concreto della produzione. E quindi risolve l'annoso problema dell'incomunicabilità fra i centri di ricerca scientifici che usano un sapere “astratto” e le piccole e piccolissime imprese che usano invece un “sapere concreto”.

Quindi, d'accordo con il Presidente Rossi quando risponde alle associazioni di categoria, l'intervento sulle grandi imprese e sulle imprese leader, che sono radicate nel territorio regionale e che magari vanno sempre più radicate (anche consentendo una crescita tecnologica e commerciale delle piccole imprese) non è un intervento “escludente” il sistema regionale tradizionale. Ma piuttosto che punta, in maniera indiretta (attraverso lo scambio grande impresa-piccola impresa), a farlo crescere, a renderlo più innovativo e a a dargli un fattore di competitività più strutturato e duraturo.

Le imprese leader della Toscana vanno rafforzate e radicate nel territorio. Possono rappresentare un “ponte” fra l'innovazione e la tecnologia internazionale che si realizza a scala globale con il sapere produttivo che si realizza a scala locale. Queste imprese vanno sostenute e anche “sfruttate” dal sistema locale. Possono dare molto e, per loro vantaggio competitivo, sono certamente interessate alla crescita e all'evoluzione innovativa delle imprese locali.

E la prima spinta all'innovazione avviene nel mondo delle imprese attraverso l'immissione nei sistemi produttivi di quadri tecnici e professionali avanzati capaci di interpretare il cambiamento e di renderlo possibile nelle organizzazioni. Ci sembra che il recente decreto sullo sviluppo del Ministro  Passera contenga misure interessanti per questo scopo. Queste figure professionali possono rappresentare lo strumento di collegamento più efficace fra il mondo delle imprese leader e il mondo delle piccole imprese. Si tratta di “cervelli” importanti che non si devono “perdere” e che devono diventare l'elemento fondamentale su cui fondare il rilancio dello sviluppo industriale della Toscana.

Insomma le grandi imprese non sono un'alternativa alle piccole imprese. Ma possono diventare nell'attuale contesto produttivo il loro, più prezioso e tangibile, sostegno. Non per tutte ma per molte. Ed è questa la scommessa industriale per la Toscana del futuro.

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