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La Grecia, Schmidt e l’oro della Banca d’Italia Opinion leader

Firenze – Com’è bella la democrazia di Alexis Tsipras e come suonano bene tante parole dette in questi giorni sulla Grecia che “ha inventato l’uomo”. C’è un solo problema: quella del debito greco e di come restituirlo, senza uccidere l’economia ellenica, è solo una questione di soldi. Banale e brutale nello stesso tempo. La risposta alla domanda come prestare altri soldi a chi ha inequivocabilmente dimostrato in questi mesi che preferiva parlare d’altro.

Ecco che tutta la nuova “questione tedesca” enfatizzata da destra e sinistra, sia pure partendo da premesse diverse, assume un’altra luce.  Torniamo indietro di quarant’anni, quando nell’estate del 1974 l’Italia era in grande difficoltà con un’inflazione al 20% a causa dello choc petrolifero e la lira perdeva terreno ogni giorno. Il cancelliere tedesco Helmut Schmidt si disse disposto ad aiutare il governo di Mariano Rumor a certe condizioni che il governatore della Banca d’Italia Guido Carli riuscì a trasformare in oro: la Germania avrebbe concesso un prestito di 5,2 miliardi di marchi, pari a 1.300 miliardi di lire, ma voleva in garanzia il corrispettivo in oro, 150 tonnellate di lingotti.

L’Italia restituì i soldi, ritornò in pieno possesso del prezioso metallo giallo e nessuno parlò di autoritarismo e volontà di potenza tedesca. Piuttosto c’era da riflettere su rapporti fra i due Paesi ancora condizionati dalla tragica esperienza del passato e su come quindi recuperare reciproca fiducia, in modo da non dover inventare garanzie molto rischiose per ottenere qualche sostegno.

Perché la cultura protestante germanica, che non ha mai dimenticato lo choc dell’iperinflazione del primo dopoguerra quando un biglietto dell’U Bahn costava milioni di marchi e la moneta si svalutava più velocemente della possibilità di spenderla, non ha mai preso alla leggera il denaro. C’è un proverbio antico che Oma e Opa non smettono tuttora di ripetere ai nipoti: chi non cura il pfennig non è degno del tallero. Guai a non conservare la monetina, perché questo è segno inequivocabile che non riuscirai mai a mettere da parte ciò che ti serve per vivere serenamente.

Allora come meravigliarsi della durezza che la Germania (e quasi tutti i paesi nordici, soprattutto quelli che hanno fatto grandi sacrifici per entrare nell’eurozona) ha mostrato verso il giovane Tsipras e, soprattutto, il suo ex ministro delle Finanze Yannis Varoufakis, che hanno tentato di spostare la questione su un altro piano, fra il politico e il letterario? In questo modo i due hanno sortito solo l’effetto di alimentare i sospetti sull’effettiva volontà di restituire i soldi prestati.

La vera posta in gioco, quella che va al di là del caso greco, è la fine delle politiche di austerity che hanno strozzato le economie europee (anche e soprattutto quella greca) mentre infuriava la più grave crisi economica dalla fine della seconda guerra mondiale. Ma non è una questione solo tedesca: si tratta di politiche economiche dettate da un’ideologia liberistica che è l’eredità peggiore del secolo scorso e che devono essere definitivamente accantonate se si vuole che i timidi segni di ripresa si trasformino finalmente in un ciclo economico positivo.

Dunque attenzione a distinguere bene fra questioni di soldi e volontà di potenza. Chiamare Germania tutto quello che non ci piace, come per esempio veder maltrattare gli amici greci, è l’anticamera di un nuovo nazionalismo. Ricordiamoci l’ultimo messaggio di Francois Mitterrand al Parlamento europeo: “Le nationalisme, c’est la guerre

 

foto: news.yahoo.com

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