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La lezione siciliana: cercansi nuovi ideali per un paese disilluso Opinion leader, Società

Quindi si può dire che dalla Sicilia vengono conferme. Cose sapute e risapute da tempo. E chi si aspettava novità rispetto a questa tendenza  oramai consolidata da diversi mesi, per lanciare chissà quali strategie innovative, deve ritenersi deluso. La società italiana è in preda ad una profonda disillusione. I guasti della politica e i continui scempi di moralità e di senso civico da parte di eletti e amministratori, a tutti i livelli, hanno creato un profondo distacco fra la politica e la società civile. Non che la società civile, nella sua “medietà”,  sia apparsa  nelle sue condotte morali e nei suoi comportamenti quotidiani esente da pecche. Tanto da poter scagliarsi con giustificata motivazione contro il mondo politico. Ma è certo che è venuta emergendo dal paese la richiesta di una diversa selezione di quel mondo e quindi di una diversa rappresentazione nel rapporto fra istituzioni e società civile. Cioè se si accetta, anche con crescente insofferenza, che la società italiana sia ancora caratterizzata in molte aree sociali e culturali da “vizi” di tipo morale e comportamentale, non si accetta più, neppure da parte di cittadini non sempre irreprensibili, che questi “vizi” siano rappresentati in maniera diretta nel mondo politico e nelle istituzioni. Questo, anche superando un pensiero semplicistico ma dominante agli esordi della seconda repubblica, che il parlamento (e la politica in generale) debba essere “specchio” e non “altro” dalla società civile che intende rappresentare.

A questa disillusione si aggiungono poi, rendendo la miscela quasi esplosiva, la crisi economica e sociale e le politiche per il risanamento economico del paese. Cioè un paese disilluso dalla politica viene colpito da una crisi profonda e diffusa. E viene altresì investito da misure durissime e, per alcuni versi, devastanti il senso di sicurezza economica delle famiglie, producendo la balcanizzazione del paese proprio in un momento in cui sarebbe necessario invece il senso di coesione della comunità nazionale e il senso di cooperazione fra le classi sociali e i territori del paese.

E la Sicilia come risponde a queste difficoltà e a questa sensazione di frammentazione del sistema nazionale. Intanto con la fuga dalla politica. Una fuga che non può essere confusa con quella del Nord. Là sono le classi sociali non intermediate dalla politica che abbandonano il sistema: “non mi interessa chi vince, ho il mio lavoro e solo a quello e ai legami personali mi dedico e mi interesso”. In Sicilia non vale lo stesso atteggiamento. La regione “macchina da guerra” per il Pdl e per Berlusconi non può avere lo stesso atteggiamento. Là la politica e la sua intermediazione fra economia e istituzioni conta. Conta per avere un lavoro, per avere una licenza, una attività e per avere un ruolo sociale. L'economia privata è debole e non può esserci un ritiro verso i propri interessi. Qui sembra più rilevante l'astensione come protesta e come rabbia verso una tendenza che non è né compresa né condivisa. Una tendenza che, se portata fino al limite del programma dell'attuale governo, porterebbe le regioni meridionali, e ancor di più quelle a statuto speciale, a perdere rilevanti flussi finanziari di sostegno dalle altre regioni. E con la fine, o il ridimensionamento di questi flussi, a perdere un elemento importante della tenuta economica regionale.

E quindi, volendo, è una astensione più cattiva, più rancorosa e, per qualche verso, più disperata. E per questo deve essere compresa e ben indirizzata. E' più ascrivibile all'indipendentismo siciliano che al concetto di società liquida di Bauman. Insomma c'è la perdita di riferimento verso un leader o un partito che possa garantire la continuità del modello siciliano: cosa che non era accaduta con l'avvento di Berlusconi. A meno di non pensare che l'adesione al Pdl dei siciliani (60 parlamentari su 60) venisse dalla condivisione della “rivoluzione liberale” del primo Berlusconi.

Dopo la “grande astensione”, che assume, come ho cercato di chiarire, connotati diversi da quelli “medi nazionali”, e il forte “voto di protesta” incanalato nella lista Grillo, che oramai non stupisce più e che raccoglie anche il giusto senso di ripulsa per una politica diventata troppo spesso espressione di un malcelato interesse personale, anche in Sicilia la tenuta del Pd e del suo alleato locale Udc porta alla vittoria il candidato di centro-centrosinistra. Ora si aprirà il dibattito nazionale se l'alleanza Pd-Udc rende, elettoralmente parlando, più dell'alleanza “di tradizione” Pd-Sel. Ma sarebbe un dibattito abbastanza sterile. Anche in Sicilia, come sta avvenendo nel resto del paese stando ai ricorrenti sondaggi, sel, idv e le altre forze di sinistra più radicale stentano a decollare. Quando va bene mantengono le posizioni ma non paiono avere nessuna spinta propulsiva nel panorama elettorale italiano. Quindi si può dire che dalla Sicilia, ma probabilmente anche dall'intero paese, emerge un bacino elettorale di centro-centrosinistra-sinistra che riesce a vincere nelle diverse elezioni svolte di recente nei diversi territori e con le diverse formule di alleanza ma non grazie ad uno sfondamento elettorale verso il polo di centro-destra ma piuttosto a causa dello sfaldamento e frammentazione di questo polo.

La mancanza del collante e della dinamicità impressa dal primo Berlusconi, via via decrescenti nella lunga esperienza di governo, non consentono oggi al Pdl né di presentarsi come paladino dell'innovazione né di catalizzare un'alleanza ampia e stabile nel campo del centro-destra.
Ed è per questo che, anche in queste elezioni siciliane, il centrosinistra può cantare vittoria. Una vittoria che però appare nella sua oggettività senza particolare slancio programmatico e, d'altra parte, senza particolare capacità di attrazione nei confronti dell'elettorato.

Le dichiarazioni un po' “enfatiche” di Bersani sono giustificabili solo se contestualizzate all'interno della battaglia per le primarie. E se messe di fronte al tentativo, altrettanto strumentale, di una parte degli oppositori di Bersani di leggere il risultato come “fallimento” dell'azione e della strategia del Pd in Sicilia e, di riflesso, nel resto del paese.
Non credo che di fronte a questi risultati si possa parlare di “fallimento” di una conduzione politica. Resta invece, se si mette al centro dell'analisi la dinamica di un sistema elettorale, la sensazione che il centrosinistra così come si presenta e così come si attrezza ad affrontare la prossima competizione politica nazionale sia bloccato in un perimetro dato e invalicabile a causa dei suoi tratti ideali e programmatici che con difficoltà riescono ad uscire dalla “buona e vecchia tradizione”.
Certo anche dalle “facce” che quella tradizione rappresentano e impersonificano. Nella loro tetragona stabilità e mancanza di cambiamento. Ma penso che, alla fine, quel che conta di più siano gli elementi di contenuto e quindi  i comportamenti e le azioni che da quei contenuti scaturiscono.

E' in questo senso, e non nel senso di utilizzare banalmente il risultato elettorale siciliano nella battaglia per le primarie, che l'analisi oggettiva dell'attuale Pd e dei suoi possibili alleati verso il centro e verso la sinistra parla di una esigenza di rottura e di superamento del perimetro del Pd e del centrosinistra nel suo complesso.
Stando in quei confini il Pd sembra oramai non avere più alcuna spinta propulsiva. E sembra non averne neppure il sistema dei suoi alleati. Ed allora occorre andare oltre. Non svendendo e negando una tradizione ma superandola con l'immissione di nuovi ideali, di nuovi comportamenti e di nuove azioni. Ed andando in un “mare aperto” dove ci sono meno certezze e meno riferimenti, ma dove è più probabile incontrare navi e naviganti che possono aiutarci ad uscire dalle secche di un paese ingessato e con una grande paura del futuro.
Le primarie del centrosinistra possono essere una grande occasione per lanciare il Pd e il centrosinistra oltre la gloriosa, ma non più sufficiente, tradizione politica del '900.

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